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Sei Nazioni

Il rugby è "una routine che vuole disciplina". Parla Manuel Zuliani

La Nazionale sfida l'Irlanda nella seconda partita del Sei Nazioni 2026. La terza ala del Benetton e dell’Italia ci spiega come "il lavoro sporco sia decisivo per permettere azioni pulite ai compagni" e perché "il rugby rende intelligentissimi"

È quello con il caschetto bianco. È quello che con il caschetto bianco e i raggruppamenti s’insinua e s’intrufola, scava, scova e schiva, infine estrae l’ovale e se ne impossessa, se ne appropria, se ne impadronisce. Manuel Zuliani, Zuzu per amici e compagni, Susu per i compagni argentini, 25 anni, anagrafe Castelfranco Veneto, residenza istrana, 1,89 per 109, terza ala del Benetton e dell’Italia (dal decimo al nono posto della graduatoria mondiale dopo la vittoria contro la Scozia), oggi alle 15.10 alla quarantesima partita in Nazionale contro l’Irlanda (dal quarto al quinto posto dopo la sconfitta contro la Francia) a Dublino per il Sei Nazioni 2026.

Il rugby rende più coraggiosi?

“Sport fisico, sport di lotta e combattimento, sport di sfide continue e prove continue, sport dove il coraggio è un elemento essenziale, fondamentale. E se il coraggio non ce l’hai, devi fartelo venire. Io ce l’avevo. Non so se fosse coraggio o incoscienza o soltanto voglia di divertirmi con amici e compagni. Mia madre mi guardava e commentava: beata incoscienza. E la pensa ancora così”.

Il rugby rende più disciplinati?

“Esistono regole scritte e non scritte. Quelle scritte non le ho mai lette, ma a ciascun allenamento te le ricordano, te le spiegano, te le insegnano. Quelle non scritte, dalle filosofiche alle spirituali, si tramandano. Poi ci sono le regole comportamentali: allenamenti, alimentazione, recupero, riposo, sonno, stretching, fino alle vasche fredde e alle vasche calde. Una routine che vuole disciplina, che è disciplina, e che serve per conoscerti sempre meglio. Infine c’è la disciplina in partita: stare dentro le regole, giocando spesso ai limiti, ai confini. All’inizio commettevo tante ingenuità. Anche qui ci si allena. Come per migliorare il passaggio, come per sincronizzare la touche, come per perfezionare la mischia, così si studia per rimanere nelle regole dei contatti”.

Il rugby rende più ignoranti?

“Ignorante – nel rugby – significa fisicità. Per molti è un complimento. Ma il termine è ambiguo e non mi piace, preferisco usarne altri. Ruvidi, minatori, lavoro sporco. Il lavoro sporco è decisivo per permettere azioni pulite ai compagni”.

Il rugby rende più intelligenti?

“Stavo per aggiungerlo io. Più intelligenti sotto tanti aspetti. Perché ogni settimana, per ogni avversario, per ogni partita, si studiano differenti giocate, gli avanti in mischie e touche, i trequarti da mischie e touche. È quello che in generale viene definito il piano di gioco, composto da tante variabili, cercando di contemplare il maggior numero di situazioni possibili e lasciare il minor numero di quelle improvvisate, senza dimenticare che intuizioni e imprevedibilità sono necessarie se non indispensabili. Dunque il rugby rende intelligentissimi”.

Il rugby rende più rispettosi?

“È la base del rugby, morale e sportiva, riconosciuta da tutti gli altri sport. In 80 minuti di campo si creano tante di quelle situazioni di fisicità e contatti dove è importantissimo il rispetto per i propri compagni e per gli avversari. Tant’è che alla fine di una partita si va a ringraziare, sinceramente, compagni, avversari, arbitro, giudici, spettatori. E il terzo tempo è il gran finale. Nel Sei Nazioni è diventato una cerimonia ufficiale di ringraziamento, a livelli più bassi è ancora e sempre mangiare, bere e chiacchierare insieme”.

Il rugby rende più italiani?

“L’inno mi emoziona. In quei momenti ci si sente più patriottici, ma sì, più italiani. Giochi per te, per la squadra, per l’Italia”.

Il rugby rende più sognatori?

L’Italia è nona nel mondo, non è mai stata fra le prime cinque, noi sogniamo di arrivarci”.

Il rugby, in campo, rende più tranquilli o ansiosi?

“Né tranquilli né ansiosi. Quando si mette piede in campo, che sugli spalti ci siano mille persone o ottantamila, si è talmente concentrati sul lavoro da fare che tutta l’energia mentale finisce lì”.

Il rugby rende più ricchi?

“Il mio stipendio è più alto di quello di un italiano medio, ma gioco per la passione”.

Il rugby rende più famosi?

“Ogni tanto, quando entro in un bar, salgo su un treno, giro in un aeroporto, qualcuno mi guarda, qualcuno si avvicina e chiede una foto insieme. Tutto lì. E mi fa piacere”.

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