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L'anello debole
Festeggiare è sempre bello, però i bulli proprio no. C'è squalifica e squalifica, così bene non va
La Nutella Sì, il casco ucraino no. A volte si può essere contenti delle piccole ipocrisie dei regolamenti olimpici e in generale sportivi, ma se da microscopi e provette ci si astrae a osservare il quadro più generale, anche meno dài
Festeggiamo come se non ci fosse un domani le magnifiche prestazioni delle nostre atlete (soprattutto: giovedì è arrivata anche Arianna Fontana, divina dello short track) e pure degli atleti. Brave tutte e tutti. Ieri lo snowboard cross sì è illuminato d’immenso col bronzo di Michela Moioli, e la giornata mentre si va alle rotative non è ancora finita. Verranno giorni meno ubertosi, sì, ma ieri il NYT ci dava addirittura in cima al medagliere, però solo nel calcolo totale, e invece per il regolamento valgono gli ori. Quindi evviva. Però, ogni tanto, anche meno.
“Why always me?” Pietro Sighel, ad esempio, il Balotelli dello short track. Ha trascinato all’oro la staffetta mista, gran campione, ma già ci era sembrato un tantino fuori giri per quel gesto di girarsi e sbracciarsi all’arrivo, che a tutti quanti è sembrato sfottente e cafone, tranne che a lui.
Poi ha esondato contro la sua compagna di team Arianna Fontana, una fuoriclasse che in bacheca ha 13 medaglie olimpiche da lucidare: “Arianna Fontana? Ma chi la conosce, da otto anni si allena all’estero, è una sua scelta. Di sicuro con lei non siamo una squadra, se non per i due minuti e mezzo in pista”. Lei dopo essersi presa un’altra medaglia ha risposto da signora: “Non avevo ancora letto, poi ho letto e sinceramente non mi interessa”. Infine l’esuberante Sighel ha sbalotellato nelle batterie dei 1.000 metri, gara in cui era il favoritissimo, è primo nel ranking, ostacolando malamente un avversario. L’hanno giustamente squalificato, lui ha fatto l’indispettito con gli arbitri come un Antonio Conte qualsiasi. “Why always me?”. Ma anche meno, dài.
La Nutella Sì, il casco ucraino no. A volte si può essere contenti delle piccole ipocrisie dei regolamenti olimpici e in generale sportivi, ma se da microscopi e provette ci si astrae a osservare il quadro più generale, anche meno dài. Ieri la corte d’appello Nado, la Corte nazionale d’appello antidoping, che opera in accordo con la terribile e a volte improponibile Wada, la World Anti-Doping Agency, ha accolto il ricorso della nostra biatleta Rebecca Passler che era stata squalificata giorni fa per una traccia di letrozolo, un farmaco antitumorale vietato come dopante. Rebecca aveva emozionato tutti, lei nata proprio ad Anterselva, per quella possibilità da favola di poter chiudere la carriera proprio a casa sua, nella Anterselva Biathlon Arena, sulle piste dove aveva cominciato. E invece. E invece, ieri la Nado ha accolto la sua tesi difensiva: il letrozolo sarebbe rimasto appiccicato alla Nutella, sul cucchiaio che condivideva con la madre Herlinde, affetta da carcinoma, e che Rebecca stessa accudisce con amore. E’ lo stesso caso, stesso farmaco, per cui la tennista Sara Errani era stata squalificata nel 2017: anche allora la colpa era ricaduta sulla mamma farmacista, che avrebbe accidentalmente contaminato con il letrozolo dei tortellini in brodo che stava preparando. Furono polemiche su polemiche. Ma noi siamo contenti per Rebecca, come lo saremmo stati per Sara, anche tenendo conto che le mamme mica le puoi licenziare, come Sinner coi massaggiatori. Ma una profumo di ipocrisia, in queste faccende di doping e di tribunali, di corsi e ricorsi, resta sempre sospeso nell’aria. Sarà colpa dei regolamenti? E comunque, siccome repetita juvant, tutta la commozione per Rebecca Passler che potrà coronare il suo sogno gareggiando sotto casa fa molto a pugni con l’intransigenza da regolamento ipocrita che ha impedito al Cio di fare marcia indietro su Vladyslav Heraskevych, consentendi anche a lui di gareggiare. Evidentemente alle Olimpiadi un grido di libertà vale molto meno di un cucchiaio di Nutella.
Medagliere per parole ben spese. Impossibile tenere il conto e intercettarle tutte, il “punto stampa” è ormai diventato un genere giornalistico a sé e la “zona mista” un canone retorico. Però ogni tanto il frammento di una intervista, il take strizzato di un commento, un sospiro o un sorriso in diretta capita di afferrarli. Così, senza pretese: un paio di giorni fa Giovanni Franzoni, medaglia d’argento in libera, ha messo la saggezza dei sui 24 anni commentando il sesto posto in Super G. Perché parlare quando si vince è facile. E allora ha detto con semplicità, del suo coetaneo Franjo Von Allmen, il vincitore, il dominatore: l’ho guardato, devo imparare tanto, va bene così. Incredibilmente sorridente l’intervista di Romane Miradoli, la brava francese arrivata dietro non di tanto a Federica Brignone: solo complimenti, solo ammirazione, solo felicità. Per tutte. Ma l’intervista da ritagliare ieri è arrivata da Tesero in Val di Fiemme, su Rep. Il grande Franco Nones, “primo non scandinavo, non sovietico, a vincere l’oro nel fondo”, la 30 km di Grenoble, 1968. Racconta fatiche e gioie e ci mette il pepe: torneremo ai vertici, dice, “a patto che entrare in Nazionale non resti percepito come un punto di arrivo. Le nostre promesse, per finanziarsi, entrano nei corpi della sicurezza di Stato e non escono più. In gara hanno un retropensiero: male che vada, mi ritiro e faccio il maresciallo fino alla pensione”. Il posto fisso dello sci, anche no, dài.
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