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Come si sceglie un allenatore? Perinetti e Branchini raccontano che cosa guida le scelte delle società
Nel dibattito italiano, quando un allenatore con una lunga carriera alle spalle arriva nelle parti alte della classifica alla guida di una squadra “piccola”, ci si fa sempre la stessa domanda: “Ma possibile che nessuna grande squadra ha mai dato un’occasione a questo qua?”. Ecco quali sono i motivi
Mentre parliamo con Giorgio Perinetti, storico dirigente sportivo di Roma e Napoli, oggi direttore generale dell’Athletic Palermo, si sentono le voci di una partita in sottofondo. “Passamela”, “Eccomi!”. Verso la fine della chiaccherata, dall’altro capo del telefono si sente suonare tre volte un fischietto. Un uomo che parla di calcio mentre guarda il calcio. Lo fa da 50 anni d’altronde. La questione che gli sottoponiamo è semplice: ma su quali basi una società sceglie un allenatore piuttosto che un altro? Nel dibattito italiano, infatti, quando un allenatore con una lunga carriera alle spalle arriva nelle parti alte della classifica alla guida di una squadra “piccola”, ci si fa sempre la stessa domanda: “Ma possibile che nessuna grande squadra ha mai dato un’occasione a questo qua?”. Magari dandola invece a qualche ex giocatore che mentre appendeva gli scarpini al chiodo aveva già firmato un contratto per sedersi sulla panchina di un top club. Perché accade questo? “Dobbiamo fare una premessa”, dice Perinetti. Prego. “Abbiamo la tendenza a etichettare gli allenatori come se fossero medici. C’è quello che ti cura la spalla, quello della tosse e quello del ginocchio. Uguale si fa con il calcio: c’è lo specialista per la salvezza e quello per la promozione”. Perinetti parla e quel meraviglioso brusio calcistico che accompagna il suo racconto continua. “Negli ultimi anni si è un po’ accentuata la tendenza a dare fiducia agli allenatori senza curriculum, cioè allenatori che si ritengono ‘da lanciare’ e a cui dare fiducia, nonostante non abbiano esperienze specifiche nel campionato”. Però questa è una tendenza che sta crescendo. “Certo, prima c’era una formazione obbligata, bisognava fare la C, poi la B e infine potevi allenare in Serie A, oggi non è più così perché si ritengono più preparati gli allenatori, magari basta conoscere l’ambiente ed essere stato un militante del club da calciatore”. Lei sposa questa nuova mentalità? “Io credo che un allenatore debba essere funzionale ai programmi e agli obiettivi che ha una società. Da questo nascono le scelte, a prescindere dall’età o dall’esperienza”. C’è però una percentuale di rischio quando si prende un allenatore giovane e con poca esperienza. “Sì, anche perché 2 anni fa sono cambiati tredici allenatori su venti a giugno in Serie A, l’anno scorso dodici su venti. C’è bisogno di una programmazione che spesso non c’è. Poi alcune scelte sono tanto intriganti quanto effettivamente precarie”. Perinetti ci fa capire che il punto, più che di riduttive ideologie su quanti capelli bianchi debba avere un allenatore, è una convergenza di intenti.
È dello stesso avviso anche Giovanni Branchini, attualmente procuratore – tra gli altri – di Max Allegri e, in passato, di leggende come Ronaldo il fenomeno. “È difficile pensare di individuare un criterio con cui avviene il matrimonio tra società e allenatore, i fattori sono svariati. Dall’impronta delle proprietà alle società fino agli orizzonti di spesa ben definiti. Poi ci sono società e società”. Che intende? “Che la gestione dei club sta cambiando, le proprietà straniere hanno spesso ambizioni finanziarie più che sportive. C’è quindi un allontanamento dalla passione campanile e un avvicinamento al far fruttare un investimento”. E gli allenatori, lei che qualcuno ne ha visto, hanno voce in capitolo? “Certo, la scelta di prendere soggetto piuttosto che un altro dipende anche dal momento che l’allenatore sta vivendo. Un po’ come i tennisti: un anno si può giocare stando tra i primi 15 al mondo e l’anno dopo ripartire da un 125 a seguito di vari problemi. Non esiste un vademecum per la scelta perfetta dell’allenatore”. Eppure alcune società si diceva che usavano gli algoritmi per scegliere giocatori e allenatori. “Il progresso serve, ma non cancella tutto il resto. Il nostro mondo soffre una mancanza di competenze, sono meno popolari. Non a caso c’è una crisi di talenti rispetto a 30 anni fa. Tutti fanno finta che vada tutto bene, ma non va tutto bene”. E il ruolo dei procuratori in tutto questo? “Come le società, ci sono procuratori e procuratori. Quelli di oggi hanno una estrazione più finanziaria, legata a numeri e risultati economici. Quelli che hanno iniziato 40 anni fa avevano un’impronta più sportiva”. E non c’era l’aspetto commerciale? “Era una conseguenza del lavoro fatto, non la ragione. C’è oggi la tendenza a ottimizzare le opportunità economiche”. Magari anche a discapito di quelle sportive. “Non proprio a discapito, ma si sono avvicinate persone al calcio che hanno tutt’altra esperienza di quella sportiva. Le scelte andrebbero fatte per migliorare il calcio, ma così non è”. Sembra che in quest’ultima affermazione ci sia più non detto che altro. Branchini, a due ore dal termine della telefonata, ci scrive questo messaggio: “Chi ha il potere legislativo e i mezzi economici per ‘invertire’ la rotta non ama il Calcio, ha altri obiettivi e scopi. Questo sport non viene protetto dalla decadenza in cui è piombato in questo decennio”.
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