Ansa

Antigone contro il Cio

Nel giorno magnifico delle italiane, il sacrificio di Vladyslav: l'ucraino sconfigge l'ipocrisia

Maurizio Crippa

In mezzo agli ori italiani, c'è la guerra senza tregua olimpica dello zar e c'è l'ipocrisia del Cio sul casco dell'atleta ucraino, che decidendo di squalificarlo dalla gara sta piegando la testa davanti a un conflitto sanguinoso

Sarebbe bello nel giorno della magnifica Federica Brignone occuparsi del suo trionfo e della sua rinascita, e di Francesca Lollobrigida che raddoppia l’oro come un’alchimista volando sul ghiaccio, della bravura e della volontà, di quel “Sì’” all’Italia di Mameli gridato da tutti, del presidente che sorrideva sulla pista di Cortina (delle sue virtù talismaniche chiederemmo a Sofia Goggia, ma lei ci riderebbe su). Potersi occupare di sport e bellezza.
Ma c’è la guerra senza tregua olimpica dello zar sanguinario e c’è l’ipocrisia del Cio, la sua lingua di legno. C’è il sacrificio di Vladyslav Heraskevych (farsi squalificare alla gara della tua vita per onorare ventidue atleti come te, uccisi, è una scelta grave e dolorosa). Ci sono le lacrime di suo padre, che dicono tutto, e quelle di coccodrillo della presidente del Cio Kirsty Coventry, “volevo vederlo gareggiare ma abbiamo delle regole per cercare di essere equi”. Ci sono le leggi e le Leggi non scritte, come sempre. Le leggi della politica, del potere e dell’equilibrio e la legge morale.

Onorare i morti ammazzati a costo di sfidare regole che possono valere per il doping, ma di fronte a una guerra assassina? Ha vinto Antigone o a vinto Creonte? La storia di Vladyslav Heraskevych, atleta ucraino dello skeleton che si era fatto realizzare un bellissimo casco da gara, un elmo da battaglia, con impressi i volti di atleti e atlete del suo paese morti per la guerra e aveva annunciato che sarebbe volato a testa in giù per ricordarli, è nota ed è finita nel più sciatto dei modi: il comitato olimpico lo ha squalificato. Ma Antigone è più simpatica, da venticinque secoli. Se si trattasse di guerra mediatica, del conflitto trasformato in comunicazione efficace, avrebbe già vinto lui: “Vladyslav Heraskevych sta tenendo una masterclass su come utilizzare efficacemente i conflitti per raggiungere i propri obiettivi”, ha scritto un analista americano. Se il Cio lo avesse lasciato gareggiare col suo casco l’avrebbe visto il pubblico di nicchia dello skeleton per un totale forse di 30 secondi. Forse un telecronista avrebbe speso due frasi: “Olimpionico ucraino rende omaggio agli atleti caduti in guerra”. Il solo annuncio della sua intenzione, l’immagine del casco mostrata, la certezza che il Cio avrebbe detto no hanno dato al suo gesto una visibilità globale incredibile. Milioni di utenti, e la simpatia dalla sua parte. Ma la vera questione messa in campo è più grande, riguarda l’etica e la verità delle cose, il prevalere del regolamento oppure quello di un’istanza superiore: commemorare le vittime di guerra non è contemplato dalla tavola periodica dei valori dello sport? E un dibattito rilevante, oggi, per il Cio e altre istituzioni internazionali sempre più ridotte a bolse chattering classes.

Non che Creonte non avesse la sua parte di giusto, nessuno lo può negare. Senza la legge la Città, persino quella olimpica, non si reggerebbe un minuto. Ne discutiamo da duemilacinquecento anni. Basterebbe un’infrazione nelle regole di comunicazione dei cinque cerchi per aprire il vaso di Pandora. E’ chiaro. Del resto sono stati sempre puniti o vietati i gesti che portano “la politica” nel cerchio magico dei cinque cerchi. Con una certa ipocrisia, anche: il gesto del Take a knee è stato tollerato a Tokyo, ma solo al di fuori dello spazio di gara e premiazioni. La testa abbassata e il pugno nel guanto nero di Tommie Smith e John Carlos a Mexico 68 furono invece puniti, eccome. Furono sospesi dalla squadra statunitense ed espulsi dal Villaggio olimpico. Niente politica. Del resto, il presidente del Cio era Avery Brundage, l’americano che nel 1936 si era battuto contro il boicottaggio delle Olimpiadi di Hitler. La loro carriera finì lì. Però noi, tutto il mondo civile e democratico, che crede nei diritti nell’etica e persino nei valori di De Coubertin, da 58 anni siamo schierati con Smith e Carlos, con le Leggi non scritte nei cuori che sono superiori alle leggi della politica e del Cio. Oggi dire che ha ragione il Cio non è solo nascondere la testa sotto la sabbia davanti a una guerra sanguinosa. E’ semplicemente tradire le ragioni di Antigone, di Vladyslav Heraskevych.

Di più su questi argomenti:
  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"