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Cinquant'anni fa un argento per la storia. Intervista a Claudia Giordani

Gino Cervi

L’11 febbraio 1976 a Innsbruck conquistò la medaglia d'argento nello Slalom speciale, un secondo posto che lanciò lo sport femminile italiano

"Indossavo il pettorale numero 1 e, all’epoca, partire coi numeri bassi era sicuramente un vantaggio: le piste si rovinavano in fretta e dopo un po’ di discese i rischi di finire in qualche buca o in un passaggio rovinato erano altissimi. A me non dispiaceva partire per prima. Quella mattina però c’era brutto tempo. Alla nevicata del giorno prima si era aggiunta anche la pioggia, segno che la temperatura si era alzata: la pista ne avrebbe risentito ancora di più. Ma io ero concentrata e mi lanciai decisa dal cancelletto di partenza".

È l’11 febbraio 1976, esattamente cinquant’anni fa, e sulla pista di Lizum, dieci chilometri a sud di Innsbruck, si sta disputando lo Slalom speciale femminile valido per i XII Giochi olimpici invernali. Claudia Giordani è il nome di punta della Nazionale femminile di sci alpino. Sono gli anni della “Valanga azzurra”, termine che viene coniato dalla stampa dopo uno slalom gigante di Coppa del mondo, il 7 gennaio 1974, a Berchtesgaden, in cui cinque italiani si piazzarono ai primi cinque posti. Trascinata da Gustav Thöni e Pierino Gros, la Valanga azzurra per un decennio vince tutto o quasi: 6 medaglie, tra cui 2 ori, alle Olimpiadi di Sapporo (1972) e a quelle di Innsbruck (1976); altrettante ai Mondiali, con 4 ori, dal 1972 al 1978; e la bellezza di 48 vittorie in undici edizioni di Coppa del mondo, dal 1969-70 al 1979-80, per complessivi 167 podi. Fino alla metà degli anni Settanta il movimento dello sci alpino femminile ne segue timidamente le orme ma, di lì a poco, sarebbe diventata, per emulazione, la “Valanga rosa”.

"Io avevo vent’anni – continua Claudia Giordani – ed ero arrivata allo sci dieci anni prima un po’ per caso. In famiglia si respirava sport. Sono nata a Roma, perché mia mamma era romana, ma ben presto ci trasferimmo a Milano. Mio padre era giornalista sportivo, mia madre da ragazza aveva giocato a pallacanestro, arrivando anche in Nazionale. Io e i miei due fratelli, Valeria e Marco, siamo cresciuti provando un po’ tutti gli sport. Ovviamente siamo passati dal basket, anzi, dal minibasket, che all’epoca, a metà anni Sessanta, cominciava ad affermarsi come interessante e ben strutturata offerta di pratica sportiva per i più piccoli. Poi fu fatale una varicella che colpì tutti noi tre fratelli. Per la convalescenza invernale, i miei genitori scelsero la montagna e arrivammo a Bardonecchia, anche perché, seppure un po’ lontano da Milano, era un posto alpino raggiungibile col treno. Fu lì che, un po’ per gioco, iniziai a mettere gli sci e a scoprire che avevo una buona predisposizione. Passai allo Sci Club del Sestriere e comincia a cimentarmi nelle prime gare".

Claudia ha sbrigato in fretta pratiche familiari che invece meritano un doveroso approfondimento. Il padre, Aldo Giordani, classe 1925, grande conoscitore di pallacanestro, già collaboratore dello “Sport Illustrato” e del “Guerin Sportivo”, era diventato a metà degli anni Cinquanta telecronista Rai e per oltre tre decenni è stata la voce, e la firma, più autorevole del basket nazionale: fino all’avvento di Michael “Air”, per parecchie generazione italiane di appassionati di “palla-a-spicchi” il vero, inimitabile “Jordan” è stato lui, l’Aldo, grazie a una seguitissima rubrica della “Domenica Sportiva” – che si faceva rispettare facendosi largo tra i gol e le interviste dei calciatori – e al mitico settimanale “Superbasket”, da lui fondato nel 1978. Francesca Cipriani, la madre, è stata invece una cestista di livello nazionale: ha vinto due campionati con l’Indomita Roma (1948-49), prima, e poi con la Ginnastica Comense (1952-53) e ha vestito per 21 volte la maglia azzurra, partecipando agli Europei del 1950.

Ma, a inizio degli anni Settanta, erano ancora anni difficili per lo sport femminile. "In particolare per lo sci – continua Claudia – Alle Olimpiadi del 1972 addirittura la Federazione italiana decise di non iscrivere nessun atleta donna, e questo nonostante alle precedenti edizioni dei Giochi olimpici di Grenoble, nel 1968, la delegazione italiana avesse scelto come portabandiera proprio una sciatrice, Clotilde Fasolis. La decisione del 1972 fece molto scalpore: le atlete che avrebbero avuto il diritto di partecipare, per protesta si ritirarono dall’attività e la Federazione dovette ricominciare quasi da zero, puntando sulle giovanissime, tra cui c’ero anch’io. Quella questione mi colpì e mi fece riflettere già fin da allora sul ruolo accessorio che le atlete, non solo le sciatrici, ricoprivano all’interno del movimento sportivo nazionale. Una condizione che è stata difficile da combattere negli anni, ma di cui ero molto consapevole, prima da atleta e, in seguito, da dirigente [Claudia Giordani è stata fino alla primavera del 2024 vicepresidente nazionale del CONI, e tuttora riveste un ruolo istituzionale all’interno delle relazioni che il Comitato olimpico intrattiene con le realtà sportive e amministrative della Provincia metropolitana di Milano]".

Tornando alla finale dello slalom a Innsbruck, di cinquant’anni fa, Claudia Giordani pur non partendo da favorita, arrivava con ottime possibilità di ben figurare. Aveva alle spalle già alcuni piazzamenti in Coppa del mondo, tra cui un quinto posto ai Mondiali di Sankt-Moritz del 1974. La sua prima vittoria in Coppa l’aveva ottenuta però in gigante, a Les Gets, nel gennaio 1974. "Ero tranquilla, solo un poco infastidita dal fatto che mi era toccato indossare un maglione che era almeno una taglia più piccola della mia. Le dotazioni ufficiali di gara erano arrivate solo il giorno prima e io decisi di vestire solo il maglione, ma non il cappellino che mi dava fastidio: ho preferito usare uno di quelli che mi faceva la mia mamma a maglia. Feci una buona prima manche: ero quarta a solo un centesimo di secondo dalla terza, la francese Debernard, che era scesa per seconda, subito dopo di me. L’esito della gara era molto incerto: le prime quattro erano tutte racchiuse in soli 19 centesimi. Al primo posto, un po’ a sorpresa, c’era la tedesca occidentale Pamela Behr, che era più giovane di me di un anno; seconda era la più esperta connazionale Rosi Mittermaier, una delle grandi favorite. Non ricordo bene cosa accadde tra una manche e l’altra. L’unica cosa che mi colpì era la presenza di tanto pubblico sulla pista. Noi ragazze, anche in Coppa del Mondo, non eravamo abituate al fatto che ci fosse così tanta gente a seguirci. In più, la pista di Lizum aveva un tracciato che, dal traguardo consentiva di vedere l’intera gara, particolare non così consueto".

All’epoca l’ordine di partenza della seconda manche non era, come adesso, a tempi invertiti per i primi trenta (ovvero, scende per primo il trentesimo classificato nella prima frazione); ma s’invertiva l’ordine di partenza dei primi quindici. Dal momento che nella prima manche tre concorrenti non avevano portato a termine la prova – tra cui alcune tra le favorite, come la svizzera Lise-Marie Morerod e la francese Fabienne Serrat – Claudia partì per dodicesima. Ma la pista, nel frattempo, si era rovinata moltissimo. C’è anche la storia curiosa del cappellino. Dalle immagini di repertorio si vede Claudia partire con un berrettino chiaro e poi tagliare il traguardo senza. Cos’è successo? "È successo che mi davano fastidio gli occhiali, che si appannavano in fretta. Ero incerta se tenerli o meno e alla fine decisi di non metterli. Ma così il cappellino, che non era più stretto dalla fascia elastica degli occhiali, mi scivolò giù. Mi impediva di vedere e allora me lo tolsi. Sì, forse il gesto mi fece scomporre un poco, ma non credo che mi fece perdere tempo, o almeno non abbastanza da poter aver rimpianti di vittoria…".

Claudia infatti recupera sia su Pamela Behr che, forse frenata dall’emozione, scivola dal primo al quinto posto, e su Danièle Debernard. Nella seconda manche però vola Rosi Mittermaier che va a vincere l’oro. La Giordani è seconda, ma è un secondo posto che entra nella storia. Per lo sci alpino femminile è il miglior risultato nella storia delle Olimpiadi invernali: prima di lei, Giuliana Minuzzo aveva vinto due volte una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Oslo (1952) nella discesa libera e a Squaw Valley (1960) nel gigante. "All’arrivo c’era una gran confusione, o perlomeno io mi sentivo in mezzo a una gran confusione che non mi faceva capire bene quello che era successo. Mi abbracciarono, mi portarono via, mi festeggiarono ma curiosamente la mia più grande preoccupazione era recuperare sulla pista il cappellino perduto. Ma non lo trovai più".

Il significato di quella medaglia d’argento alle Olimpiadi di Innsbruck va ben aldilà di quel risultato. È la punta di un iceberg che, poco per volta inizia ad emergere, quello dello sport femminile italiano. A cavallo tra i decenni Sessanta e Settanta, altre campionesse come Erika Lechner, la prima italiana a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali, a Grenoble 1968, nello slittino; come Antonella Ragno, fiorettista, oro a Monaco 1972, ma già bronzo, otto anni prima a Tokyo; come Novella Calligaris, nel nuoto un argento e due bronzi, sempre a Monaco 1972; come la mezzofondista Paola Pigni, bronzo nei 1500 m ancora alle Olimpiadi bavaresi; ma anche, per uscire dagli sport individuali e dalle Olimpiadi, come la cestista Mabel Bocchi, leader e vincitrice con il Geas Sesto San Giovanni di scudetti a ripetizione e di una Coppa dei Campioni, indicano che lo sport delle donne ha il diritto di competere per bravura e talento, e per popolarità, con quello degli uomini. Certo, la strada da percorrere, anche a cinquant’anni di distanza è ancora lunga, ma Claudia Giordani, anche con la sua militanza da dirigente sportiva, è stata una diretta testimone di questo importante cambiamento, non solamente nel campo dello sci e degli sport invernali.

"Le Olimpiadi, come sempre, sono una straordinaria occasione per fare arrivare messaggi. Quando avevo sedici anni, al seguito di papà che era inviato, tutta la nostra famiglia si regalò alcuni giorni a Monaco di Baviera, per assistere a quelle storiche Olimpiadi, memorabili anche per la loro drammaticità (ricordo bene i giorni dell’attentato al Villaggio olimpico). Però io, ragazzina, forse anche grazie ai valori che mi ha trasmesso la mia famiglia, ho provato in prima persona la travolgente suggestione dello spirito olimpico. Certo, i tempi sono cambiati e forse adesso è più difficile, date le circostanze, vivere senza filtri quelle emozioni, quelle sensazioni. Ma credo che ancora adesso si possa catturare qualcosa di quelle atmosfere, attraverso le storie, sempre così diverse e sempre così affascinanti, degli atleti che, in fondo, sono i veri protagonisti dei Giochi olimpici".