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sei nazioni 2026
Sotto, dentro, insieme: la vita da pilone di Simone Ferrari
L'Italia sfida la Scozia, l’azzurro con più presenze racconta il ruolo più nascosto e decisivo del rugby: un mestiere di forza, sensibilità ed esperienza, dove nulla è individuale e tutto è orchestra
L’azzurro con il maggiore numero di presenze (69) in campo contro la Scozia (oggi, alle 15.10, all’Olimpico di Roma) nell'esordio dell'Italia al Sei Nazioni 2026 è Simone Ferrari, all’anagrafe Simone Pietro, che nel suo ruolo di pilone (destro) è la prima pietra su cui si costruisce una squadra.
Ferrari, piloni si nasce?
“Sì, la stragrande maggioranza dei piloni nasce con una predisposizione più mentale che fisica, più di testa che di corpo. Ed è la predisposizione al sacrificio, al gregariato, l’attrazione a stare dentro, sotto, in mezzo. Una predisposizione che non è comoda, ma sofferta, anzi, masochistica. Un ruolo fondamentale, perché i piloni sono le fondamenta di quella casa-comunità che è la mischia, un ruolo ammirato dai propri compagni di squadra, soprattutto i trequarti, che vogliono capire come ci si senta e che cosa si provi lì in prima linea. Menoncello e Zanon, per dirne due, ogni tanto mi chiedono di legarsi, spalle a spalle, e spingere, collo a collo. E si stupiscono”.
Piloni si diventa?
“Succede anche questo. Si comincia in un ruolo, si finisce in un altro. Io cominciai da terza centro, ma durò poco, molto poco. Anzi, a dire la verità, cominciai con il calcio, ma ero troppo falloso, nel rugby fu subito tutta un’altra storia. I casi più frequenti riguardano certi tallonatori che si adattano a diventare piloni sinistri. Io devo tutto il mio rugby, e forse tutta la mia vita, a Manuel Ferrari, un mediano di mischia argentino, poi allenatore in particolare della mischia, perché ossessionato dalla mischia, le posizioni, le dinamiche, le forse, le strategie, gli equilibri… Si racconta di quella volta in cui Manuel, pur di avanzare nel pacchetto della mischia e conquistare il ruolo di tallonatore, che lui elevava a pilone centrale, si fosse impegnato a guadagnare chili su chili”.
Piloni ci si costruisce?
“Innanzitutto nelle mischie: giorno dopo giorno, mischia dopo mischia, ogni mischia è diversa da tutte le altre, è una questione non solo di forze ed energie, ma anche di esperienza e sensibilità. Più fai mischie, più impari. Da giovane presi un sacco di ‘incartate’, tutte trasformate in lezioni. Poi ci si costruisce in palestra, sollevando pesi. Due allenamenti al giorno, fra campo e palestra. Infine ci si costruisce a tavola: un’alimentazione a base di carboidrati e proteine ma anche di grassi buoni, il tempo della birra e salsiccia, almeno nel rugby ad alto livello, è finito da molto tempo. La dieta del pilone è bilanciata, sana, pulita. Comunque, e meno male, sono ancora più numerosi gli allenamenti a tavola che non quelli fra campo e palestra”.
Il pilone destro?
“Dei due piloni è fisicamente il più forte. Quindi dev’essere più grosso, più alto, più pesante. Il suo compito è attaccare. E’ lui che dà il via per avanzare”.
Il pilone sinistro?
“Il suo compito è difendere. Quindi dev’essere più tecnico. Ha una posizione più scomoda. Io gioco a destra, ma qualche volta mi è capitato di farlo anche a sinistra: ricordo una partita contro la Francia, di fronte avevo Uini Atonio, neozelandese di origini samoane, 1,96 per 145 kg. Lo confesso: il giorno dopo avevo un bel mal di schiena”.
Mischie chiuse, ordinate. Il primo movimento si chiama “crouch”.
“Significa accovacciarsi, vuole dire abbassarsi, insieme, in modo sincronizzato, il segreto sta nell’abbassarsi più della prima linea avversaria. Una posizione scomoda, ma se più bassa di quella degli avversari, la loro posizione è ancora più scomoda”.
Il secondo movimento si chiama “bind”.
“Una volta ‘touch’. Significa legarsi. All’inizio è soltanto un contatto: devi far sentire che ci sei. Il pilone destro tira la gamba destra leggermente indietro, lo stesso movimento fa il pilone sinistro con la gamba sinistra. Poi si scarica tutto il peso sul collo. E’ per questo che il collo dei piloni è spesso più largo della testa”.
Il terzo movimento si chiama “set”.
“Una volta ‘engage’. Significa sistemarsi, ingaggiare e spingere. Il ‘set’ dipende dalla prontezza del tallonatore, è lui il nostro grilletto. Bisogna farlo il più velocemente possibile, ma cercando di non anticipare il comando dell’arbitro, altrimenti perdi la mischia e si riparte con un calcio per gli avversari”.
Ferrari, il pilone si riconosce da…
“Dalle orecchie, a cavolfiore, dal collo, taurino, e dalla camminata rigida, soprattutto quando smette di giocare”.
La prima in Nazionale?
“Firenze, stadio Artemio Franchi, quello della Fiorentina, intesa come calcio, contro il Sudafrica. Il 19 novembre 2016. Partii dalla panchina con Nicola Quaglio, entrai nel secondo tempo. Carico, contento, con la giusta quantità di strizza. Ma ero l’azzurro 666 della storia, un numero che consideravo speciale, davanti avevo gli Springboks, la mia squadra preferita, e la partita finì 20-18 per noi. Insomma, la partita perfetta”.
Da spettatore?
“Milano, stadio Giuseppe Meazza di San Siro, quello dell’Inter e del Milan, Italia-All Blacks. Il 14 novembre 2009. Ero uno degli 80018 sugli spalti, terzo anello. I giocatori li vedevo piccoli, ma mi sembrarono tutti grandi, grandissimi”.
Lei è grande?
“Trentun anni, 1,84-85 di altezza, 117-118 chili di peso, 45 di piede, XXL di pantaloni. Maturità scientifica, iscritto a Economia online, ma con gli esami sono indietro. No, non sono un grande, semmai grosso, e non sono un solista, faccio parte dell’orchestra. Perché le squadre del rugby sono orchestre. Io, in campo, è come se sentissi musica classica, dalla ‘Primavera’ di Vivaldi alla ‘Cavalcata delle Valchirie’ di Wagner”.
Come si vede fra 10 anni?
“Vorrei fare un lavoro con la stessa passione con cui gioco adesso pilone. A volte sogno di aprire un ristorante, a volte una macelleria. Carne, asado, grigliate. Le mischie – diciamo noi – non si vincono con l’insalata”.