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Il foglio sportivo - IL RITRATTO DI BONANZA

La teoria del medianone

Alessandro Bonan

Un mediano di stazza che prende la palla di testa, indirizzandola sulle tre o quattro “mosche” che agiscono in attacco. Come Rabiot, l’architrave del Milan: un frullato di forza e talento che rappresenta la sintesi di tutta la squadra

Anch’io ho giocato a calcio (chissenefrega!). Un calcio minore, amatoriale. Avevo un allenatore che mi faceva giocare sempre in quanto mio amico, non perché me lo meritassi. Questo amico allenatore però era stato un giocatore di livello, costretto a ritirarsi presto dal calcio professionistico a causa di vari infortuni. Ebbene, l’amico/allenatore, per arrivare al punto (finalmente), sapeva come mettere in campo una squadra. Aveva idee semplici, ma molto efficaci. Con un mediano di stazza, giocava sempre palla alta su di lui nei rinvii del portiere. Il “medianone” la prendeva di testa, indirizzandola sulle tre o quattro “mosche” (noi) che agivamo in attacco. Tre passaggi ed eravamo in porta. Semplicissimo. Questo racconto breve (meno male è finito), mi serve per tornare sulla saga “il calcio è facile, lo sanno dire tutti” di spallettiana memoria. Era una chiara allusione a quanto aveva dichiarato più volte il collega Allegri in fatto di gioco. Max da Livorno ha sempre professato la semplicità, contestata da uno Spalletti più “ricercatore”.

Non mi schiero da nessuna parte, ma guardando il Milan giocare mi sono tornate in mente le mie giornate in pantaloncini e maglietta. Il Milan poggia il gioco su un basamento solido, la difesa, costruendo partite fatte di pazienza e lucidità. Senza troppi fraseggi bada al sodo. Il lungagnone Rabiot, un frullato di forza e talento, rappresenta la sintesi di tutta la squadra. È lui l’architrave del Milan, come lo era il “medianone” della mia povera squadretta amatoriale. Spalletti ama sperimentare in quanto studioso e amante di se stesso. Spostare le pedine in campo come uno scacchista pazzo, gratifica il suo ego di uomo che si è fatto da solo e contemporaneamente disorienta gli avversari. Ha bisogno di entrare nella testa dei giocatori per convincerli della sua “pazzia”, e per questo necessita di spazio e tempo a disposizione. Quando non lo ha avuto, come in Nazionale, è stato un disastro. Allegri in Nazionale invece sarebbe perfetto. Non ha bisogno di tempo, ha solo bisogno di giocatori che siano tecnicamente all’altezza. Se li ha, vince, se non li ha, perde. Senza una squadra forte, Spalletti può fare qualcosa, mentre Allegri non farebbe nulla. La differenza tra i due è tutta lì. Ora, prima di salutarci, voglio esprimere un pronostico sapendo di sbagliarlo (li sbaglio tutti i pronostici). Spalletti metterà un bavaglio tecnico a Chivu nella sfida diretta della sera di San Valentino. Ma se oggi affrontasse Allegri, probabilmente succederebbe il contrario. Age quod agis, fai bene ciò che fai, dicevano i latini, anche se: “Il calcio è facile, lo sanno dire tutti”.

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