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Il Foglio sportivo

Adesso non ci resta che vincerli questi Giochi italiani

Umberto Zapelloni

Sotto il segno del presidente Mattarella comincia subito la caccia alle medaglie per i 195 atleti azzurri

Adesso che il fuoco di Olimpia illumina l’Arco della Pace, non ci resta che vincerle queste benedette Olimpiadi. Ci sono tanti modi per vincere quando si gioca in casa e si è lavorato a quest’obiettivo da ben prima del 24 giugno 2019, quando il Cio assegnò all’Italia l’organizzazione dei XXV Giochi olimpici invernali. Vincere, questa volta, non significa soltanto riempire il medagliere d’oro, di argento e di bronzo, aggiungendoci quei quarti posti che ormai hanno raggiunto una loro (meritata) nobiltà. Vincere i Giochi che si disputano sui nostri territori (magari fossero solo a Milano e Cortina!) significa soprattutto lasciare un’eredità che convinca anche gli scettici, quelli che, comunque andrà, hanno già deciso che sarà un disastro. Quello che ci vuole è un tocco di magia. I Giochi non sono soltanto un evento sportivo. A renderli indimenticabili sono quei momenti che fanno scattare l’emozione e catturano l’attenzione e l’immaginazione del mondo intero. Un’immagine, una fotografia, un discorso come quello di Juan Antonio Samaranch, allora presidente del Cio, che a Lillehammer chiese al pubblico un minuto di silenzio in memoria di Sarajevo sotto le bombe dieci anni dopo aver ospitato i Giochi… Un richiamo alla tregua olimpica che si ripete incessantemente ogni due anni tra Olimpiadi estive e invernali, ma che i grandi della terra si sono ultimamente impegnati ad ignorare.

“Lo sport è incontro in pace: testimonia fraternità nella lealtà della competizione con altri. È il contrario di un mondo dove prevalgono barriere e incomunicabilità – ha detto il presidente Mattarella parlando ai membri del Cio e poi inaugurando Casa Italia alla Triennale di Milano – Si contrappone alla violenza che, da chiunque praticata, genera altra violenza, calpesta la dignità umana, opprime i popoli e ne fa arretrare la qualità di vita. Le Olimpiadi sono un grande evento globale che lancia un messaggio al nostro tempo così difficile. Le guerre, le lacerazioni alla serenità della vita internazionale, gli squilibri, le sofferenze recano oscurità e feriscono le coscienze dei popoli. Lo sport accoglie, produce gioia, passione, speranza. È rispetto per l’altro. Sfida ai propri limiti: è libertà di progredire”. Che bello se lo ascoltassero.

                                 

L’Olimpiade delle prime volte, come è stata soprannominata quella di Milano-Cortina ha un compito più difficile da realizzare. Un compito da cui dipende il futuro dei Giochi perché se le prime Olimpiadi diffusa della storia dovesse fallire, dando ragione alle prime critiche arrivateci addosso da americani e tedeschi (ma quante banalità in quei commenti...), tutto in futuro, a cominciare dalla prossima edizione invernale in Francia, diventerebbe più difficile. Quale città da sola potrebbe ospitare un’edizione dei Giochi invernali? Quale città potrebbe avere il budget per giocare da sola? Finiremmo con il portare anche la neve e il ghiaccio negli Emirati (ci hanno già provato) e allora sarebbe davvero la fine dell’idea e soprattutto degli ideali olimpici.

Non vinceremo i Giochi solo per la pasta e i cappuccini che certamente resteranno nella mente di chi verrà a trovarci. Vinceremo se anche chi ci guarda da lontano vedrà un’Italia organizzata e sorridente, un’Italia che saprà coniugare la sua storia con la modernità tecnologica che esige un’edizione delle Olimpiadi. Il Duomo di Milano, le Tofane, lo Stelvio sono cartoline che viaggeranno in tutto il mondo, ma non basteranno le immagini, dovranno essere accompagnate dalle parole giuste. Per Parigi non è stato semplice risalire dopo le ripetute gaffe della Cerimonia inaugurale con il presidente Mattarella lasciato sotto la pioggia come un venditore di bibite allo stadio. Alla fine ce l’ha fatta e quelli sono stati Giochi di successo che hanno lasciato un’eredità a una città che pareva non averne bisogno. L’obiettivo principale deve essere quello di lasciare un bel ricordo e non è facile dovendo coordinarsi tra sette sedi e quattro clusters in un’area di 22mila chilometri quadrati. Bisognerà restare con il fiato sospeso per due settimane, tifare per Sofia, Federica, Arianna, Dorothea, Lisa, Dominik, Giovanni, Davide, Pietro, Tommaso, ma tifare anche per l’Italia che organizza. Per una volta sarebbe bello sentirci squadra, giocare di squadra come su un campo da pallavolo dove ultimamente siamo proprio bravi. Non è una questione di governo o opposizione, di destra o sinistra. “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”, cantava Gaber. I Giochi non sono di destra o di sinistra. I Giochi questa volta sono di tutta Italia. E come direbbe l’ultimo degli allenatori si vince o si perde tutti insieme.

Intanto godiamoci i 195 italiani in gara dopo aver perso per doping la centonovantaseiesima ancora prima di cominciare. Il sogno è di migliorare le 17 medaglie di Pechino e magari eguagliare le 20 medaglie di Lillehammer. “Non mettiamo limiti alla mano del Signore. Intanto il primo risultato lo abbiamo già avuto: l’Italia è sul tetto del mondo, tutti ci stanno guardando”, ha detto il presidente del Coni Luciano Buonfiglio, uno che i Giochi li ha fatti da atleta. Goggia, Brignone, Fontana, Wierer, Vittozzi, Franzoni, Paris, Ghiotto, Sighel, Giacomel, ma anche Amos Mosaner e Stefania Constantini o i ragazzi delle acrobazie sugli sci (i fratelli Tabanelli) sono le nostre facce da medaglia. Ma poi ad ogni edizione dei Giochi arriva sempre una sorpresa, un razzo Razzoli che sbuca dal nulla e si prende l’oro dello slalom come a Vancouver nel 2010 o un Jacobs che corre più veloce di tutto il mondo come a Tokyo 2021. Ai Giochi c’è sempre spazio per le favole, aspettando quel qualcosa di magico che può trasformare una buona Olimpiade in un’edizione indimenticabile.

 

 

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