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Inizia il Sei Nazioni 2026. Cosa aspettarsi dalla competizione con il meglio del rugby europeo

Marco Pastonesi

Per la prima volta nella storia comincia di giovedì. Francia-Irlanda è la prima partita e può essere già decisiva. L'Italia è da quinto posto se non riesce nell’impresa di battere la Scozia

La scorciatoia per la primavera comincia stasera alle 21.10, allo Stade de France di Parigi, con Francia-Irlanda, che potrebbe già essere, se non la finalissima, la partita decisiva del Sei Nazioni 2026. La prima volta che il torneo, alla sua edizione numero 132, comincia di giovedì, per non sovrapporsi all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Palinsesti televisivi più che cavalleria sportiva.

Il Sei Nazioni che cominciò a quattro (Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles), passò a cinque (Francia nel 1910) e diventò a sei (Italia nel 2000). Il Sei Nazioni che cominciò con il Galles in Scozia, i Dragoni arrivati a Edimburgo in 14 ed entrati in campo in 15 ingaggiando uno studente inglese nato in Sudafrica. Il Sei Nazioni che prevedeva anche vittorie per 0-0, perché allora il punteggio si faceva solo con i calci di trasformazione delle mete, e quell’Inghilterra-Scozia del 1883 era stata caratterizzata da due mete inglesi e una scozzese, tutte non trasformate, così solo in caso di pareggio si contavano le mete.

Il Sei Nazioni che si disputava a cinque e che Paolo Rosi raccontava il sabato sulla Rai, “il rugby è una religione praticata nella clandestinità”, “il rugby è lo sport dove c’è posto per chi suona il pianoforte e per chi lo spinge”, “tutto ciò che è più alto dell’erba dev’essere spazzato” o anche “calpestato”, le seconde linee “gigantesche”, lo scontro fra gli avanti “titanico”, la birra che “scorre a fiumi”, descrivendo “lo spericolato cappellino di paglia verde di Elisabetta II, coperto da una regale pelliccia di cincillà nel freddo febbraio di Cardiff”, finché “mentre soffia il vento gelido delle Highlands”, e qui la leggenda vuole che da una tasca il telecronista estrasse, come il suo collega Nicolò Carosio, una fiaschetta di scotch whisky.

Il Sei Nazioni che, fino a quando nel 1995 iniziò ufficialmente l’epoca del professionismo, era sport di studenti e operai, di tradizioni e mestieri, di narrazioni e miti. Per esempio, Rob Wainwright, medico e militare scozzese, terza ala di Scozia e British Lions negli anni Novanta: “Bere era una parte importante di ogni trasferta. Fa gruppo, fa squadra. Quella volta in Nuova Zelanda, un giorno di riposo, due possibilità, visitare vigneti e cantine oppure andare a pescare. Jim Telfer, il commissario tecnico, libero, andò da solo per vigneti e cantine, tutti noi giocatori, diligenti, andammo a pescare. Ma accolti a bordo del battello, ci dissero che quella zona era celebre per i vini e che in cambusa si potevano gustare bottiglie di tutti i vini locali. Risultato: cambusa svuotata e tutti noi giocatori alticci”.

Oggi il Sei Nazioni è spettacolo, è industria e commercio, è turismo (le due partite in Italia registrano il tutto esaurito), è Inghilterra favorita ma Francia e Irlanda pure, è Italia da quinto posto se non riesce nell’impresa di battere proprio la Scozia, è Galles da cucchiaio di legno ma non si sa mai.

Oggi il Sei Nazioni è un livello sempre più alto ed esigente, soprattutto fisicamente, tra impatti e concussioni. Oggi il Sei Nazioni è una voce, la più importante in Italia, per riempire e irrobustire le casse della Federazione, in un periodo difficile non tanto al vertice (la Nazionale di Gonzalo Quesada è decima nella graduatoria mondiale guidata da Sudafrica e Nuova Zelanda, con Francia terza, Irlanda quarta, Inghilterra quinta, Scozia nona e Galles dodicesima), quanto alla base (meno squadre, meno giocatori, meno soldi). Tamt’è che è appena nata la Lega Promozione Rugby per riunire e rappresentare le società impegnate nello sviluppo del rugby sul territorio, “non un soggetto elettorale, ma un luogo di rappresentanza e di proposta, orientato a collaborare con le istituzioni sportive – a partire dalla Fir - nella definizione di strategie efficaci e di lungo respiro. L’iniziativa prende le mosse da una constatazione evidente a molti addetti ai lavori: il progressivo calo del numero di praticanti, in particolare nelle fasce giovanili, e la riduzione del numero di club attivi rappresentano oggi una delle principali criticità per il futuro del rugby italiano”. Alla base del progetto “una convinzione chiara: la crescita del movimento è il presupposto essenziale per qualsiasi traguardo sportivo di alto livello. Solo attraverso un aumento dei praticanti, una maggiore capillarità territoriale da nord a sud e investimenti costanti sulla formazione, sul reclutamento e sulle strutture sarà possibile invertire la tendenza in atto e generare talenti all’interno di un sistema nazionale solido e sostenibile. La Lega Promozione Rugby si propone di aggregare le società dilettantistiche impegnate quotidianamente nei delicati processi del reclutamento e della formazione, con particolare attenzione ai settori giovanili, del minirugby e del rugby femminile. Restano escluse da questa iniziativa le società di Serie A Élite, già riunite nell’omonima lega formalmente riconosciuta, con la quale la Lega Promozione Rugby intende instaurare un dialogo costruttivo nell’interesse complessivo del movimento”.

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