Tina Maze (foto Ap, via LaPresse)

l'intervista

Tina Maze ci porta nelle prove veloci dello sci alpino delle Olimpiadi di Milano-Cortina

Giuliana Lorenzo

"Goggia ha ancora tanto margine per migliorare, Brignone sta facendo un gran lavoro. Non riesco nemmeno a immaginare un percorso così non avendo avuto uno stop simile". Intervista alla bicampionessa olimpica

Sua figlia di otto anni è cresciuta guardando le gare di Mikaela Shiffrin, ora però preferisce quelle di Marco Odermatt. Non ha nemmeno mai visto quelle di mamma Tina Maze che, al massimo, come racconta, si è limitata a condividere aneddoti di quando lei e il padre, Andrea Massi, formavano un team. Un po’ per la barriera culturale è pur sempre slovena, sebbene parli un buon italiano e viva a Cortina, la bicampionessa olimpica di sci alpino, ritiratasi nel 2016, è timida. In pista era l’opposto tanto da aver raccolto anche sei medaglie mondiali. Nel tempo ha dovuto riadattarsi in nuove vesti, e oggi è uno dei volti di Eurosport, che trasmette i Giochi in diretta integrale su HBO Max e Discovery+.

 

Ci si abitua mai a passare dalle piste al “dietro le quinte”?

Non mi è mai piaciuto troppo guardare gli altri: è un difetto professionale, un po' tutti gli atleti siamo così. Ora cerco di capire gli altri, provo a essere onesta osservando quello che accade in gara. Tutti siamo diversi, è bello capire il prossimo, conoscerlo bene. Non è semplice perché solo stando h24 con loro capisci davvero tutto. In ogni caso, mi diverto, sono nel mio mondo… è come tornare a scuola.

 

Come è cambiato il rapporto con il tuo sport?

Non c'è più agonismo… non è necessario che sia stressata per ogni singolo dettaglio. Sono più rilassata, non vengo più giudicata e mi limito a commentare e dare un’opinione. Lo sport è molto più duro, sono più serena.

 

Le donne gareggeranno a Milano – Cortina, che pista è?

La più bella, ha una sorta di scenografia intorno: le Dolomiti sono uniche. Scendere da quella pista è come fare un’arrampicata con gli sci, di base è rocciosa, non scii sulle rocce ma le senti vicinissime come mai. Poi, le gare olimpiche sono diverse, sono un mondo “misterioso”: valgono più di tutte e c’è da gestire la parte mentale per non farsi condizionare.

 

Come vede Sofia Goggia e Federica Brignone?

A Crans, Sofia ha fatto uno step avanti e secondo me ha ancora tanto margine: un risultato così ti dà fiducia, è più facile. Tutto può succedere, sarà più libera. Federica, invece, sta facendo un gran lavoro. Non riesco nemmeno a immaginare un percorso così non avendo avuto uno stop simile. Non è facile fidarsi completamente del tuo corpo se senti ancora dolori. Essere liberi, pure mentalmente, è una sfida. Faccio il tifo per lei, so che ce la sta mettendo tutta e mi auguro che possa essere spensierata.

 

L’anno scorso è rientrata Lindsey Vonn, lei ha mai pensato a tornare?

Tre anni fa (ride, ndr). I miei amici di Cortina mi pungolavano, dicendomi: “Immagini fare le gare qui?!”. Me lo sono immaginata, era possibile all’epoca ma mettendo tutto sulla bilancia non valeva la pena, ho una figlia e preferisco concentrarmi più su di lei che su me stessa. Vonn non ha una famiglia ma è intelligente, sveglia e può vantare un supporto economico importante. Peccato ora per l’infortunio, ma quest’anno è tornata al top, dimostrando come in discesa il suo come back fosse possibile.

 

Oltre le medaglie qual è il suo ricordo olimpico più bello?

Forse la prima Olimpiade. Ho capito che non si tratta solo di sport: c’è arte, musica. A Salt Lake City non solo conobbi altri atleti ma ebbi la possibilità di ascoltare il concerto degli Hanson o di Justin Timberlake…mi sembra ancora oggi un ricordo bellissimo.

 

A proposito di sua figlia, guarda ancora le gare di Shiffrin?

Adesso è diventata più tifosa di Marco Odermatt. Non osserva tutti ma solo quelli che sciano bene. Cerchiamo solo di farle amare questo sport, poi deciderà lei.

 

E le sue le ha riviste?

No, non gliele ho mai fatte rivedere. È passato, mi piace vivere il presente. Raccontiamo qualcosa io o Andrea (il marito, ndr), eravamo una squadra. Le condividiamo storie sul nostro percorso, poi si vedrà.

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