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il foglio sportivo
L'Italia del rugby ha trovato una stella: alla scoperta di Edoardo Todaro
Il diciannovenne che piace agli inglesi all’esordio nel Sei Nazioni. "Cosa chiedo al rugby? Di impegnarmi tanto, nel corpo e nella mente, di darmi metodo e disciplina, di regalarmi amicizie"
La scorciatoia per la primavera. Il Sei Nazioni comincia, per la prima volta, un giovedì per evitare la concomitanza con la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina: giovedì 5 febbraio, alle 21.10, Francia-Irlanda allo Stade de France di Parigi. Sabato 7 le altre due partite: alle 15.10 Italia-Scozia all’Olimpico di Roma, alle 17.40 Inghilterra-Galles a Twickenham di Londra. Una scorciatoia di primi, secondi e terzi tempi, una scorciatoia tra mischie, touche e mete, ma anche una lunga maratona televisiva in diretta su Sky Sport.
Ad accorciare l’inverno azzurro c’è un ragazzo di 19 anni, 1,80 per 86, milanese di Porta Genova, iscritto alla London School of Economics, ma già laureato in mete: Edoardo Todaro, l’accento del cognome sulla prima o, una sola presenza in Nazionale, sette minuti contro il Cile lo scorso novembre 22 novembre a Genova (34-19 per l’Italia), eppure già considerato dagli inglesi “la stella nascente del rugby italiano” o addirittura “l’Henry Pollock italiano”, a sua volta la stella nascente del rugby inglese.
Rugby come eredità genetica (il padre, Gianluigi, giocava nell’Amatori Catania), rugby come primo sport (a sei anni nel Cus Milano vincendo già la concorrenza del nuoto alla piscina Solari, dello sci nelle vacanze di Natale, Carnevale e Pasqua, e del canottaggio nella Canottieri San Cristoforo), rugby come immediata passione (a otto anni nell’Asr Milano, un bell’ambiente, un’allegra banda, una squadra subito vincente, il fascino delle trasferte anche all’estero), rugby come scelta anche scolastica (prima le vacanze per la lingua e il rugby, poi il liceo a Ipswich, quindi l’Accademia a Northampton), la selezione non solo in base a meriti sportivi, ma soprattutto scolastici (materie d’esame: matematica, logica e inglese, prove scritte e colloqui orali). Intanto le Nazionali giovanili italiane: sedicenne nell’Under 18, poi nell’Under 20. L’esordio nella prima squadra professionistica dei Northampton Saints segnando due mete contro Exeter, adesso la media di una meta a partita, fra pochi giorni il primo Sei Nazioni.
Edoardo è considerato un utility back, un trequarti – la cavalleria leggera – versatile, eclettico, capace di ricoprire tutti i ruoli: “L’ala dev’essere disponibile, sfuggente, efficace. Il centro dev’essere dominante, tecnico, intelligente. L’estremo dev’essere abile, abile soprattutto nel gioco aereo, e duttile”. Come se non bastasse, lui ha giocato una stagione anche da mediano di apertura: “Il regista dev’essere preparato, studioso, coraggioso”. Il suo forte? “L’uno-contro-uno, più che la tecnica vale l’istinto”. Il suo debole? “Forse la fisicità in difesa”. Dai tempi di Jonah Lomu, cioè da una trentina di anni, le ali sono armadi a due ante, grandi, grossi e veloci, dei panzer con motori da Formula 1.
Edoardo immagina quello che lo aspetta: “La Scozia? Imprevedibile. L’Irlanda? Organizzata. La Francia? Assetata. L’Inghilterra? Abbondante. Il Galles? Coraggioso”. Edoardo studia e ammira chi affronterà: “L’apertura scozzese Finn Russell, il centro irlandese Garry Ringrose, il mediano di mischia francese Antoine Dupont, ma questo era troppo facile da indicare, il centro e ala inglese Tommy Freeman, mio compagno di squadra nei Saints, il terza ala gallese Jac Morgan. Non sono eroi, ma esempi, campioni, fuoriclasse”. Edoardo non ha mai giocato in nessuno dei sei stadi del Sei Nazioni: “All’Olimpico ho visto un paio di partite dagli spalti. A Murrayfield mi sono spinto fin negli spogliatoi…”. Quanto ai terzi tempi, “i più tosti sono quelli che si celebrano in Inghilterra, quasi più duri i terzi tempi dei primi due. Al Sei Nazioni i compagni mi hanno raccontato che i terzi tempi sono molto più formali, dunque tranquilli e rappresentativi, si sta tutti insieme, squadre, arbitro, giudici di linea”. Ma esistono ancora i valori tradizionali del rugby, tanto decantati? “Certo – sostiene Todaro –, quelli sono alla base del nostro gioco, anzi, sono lo spirito del gioco”.
È stato ovviamente Gonzalo Quesada, ct argentino dell’Italia, a lanciare Todaro in Nazionale, e senza Allan, Capuozzo e Trulla reduci da infortuni, probabilmente gli darà più spazio. Ma se è presto parlare di formazione, per Quesada non lo è confidare convinzioni e speranze: “Se possiamo sognare di battere la Scozia? Se non sognassimo, non avremmo senso. Ma ricordiamoci che la Scozia è stata la squadra del più alto livello mondiale che ha avuto più possesso e territorio, e ha fortissimi portatori di palla. Hanno fatto una bellissima partita con gli All Blacks. Sappiamo che per le ambizioni che hanno non possono permettersi di perdere. Sogniamo di iniziare il torneo con una vittoria, soprattutto per le partite che arriveranno dopo. Sarà una grande partita. L’anno scorso a un certo punto eravamo 14-0 e siamo tornati sul 19 pari, prima di fare errori che non vogliamo vedere nella nostra Nazionale. Ma da quella partita impareremo e sapere che abbiamo un Olimpico pieno ci aiuta a sognare ancora di più. La Scozia ha tanta qualità. Hanno avuto tante critiche e tanta pressione su staff e giocatori. Sappiamo che non possiamo permetterci di far prendere loro punti facili. Nel 2024 siamo riusciti a rimontare e vincere, ma nel 2025 non abbiamo finito il lavoro. Sappiamo di potercela fare”.
E Todaro, chissà se sa di potercela fare: tutti pensano di sì, anche se non lo dicono per non mettergli troppa pressione. “Che cosa chiedo al rugby? Di impegnarmi tanto, nel corpo e nella mente, di darmi metodo e disciplina, di regalarmi amicizie. Come mi vedo fra 10 anni? Ancora più maturo e magari con una solida famiglia”. Di certo, con la patente di guida: “Fra scuola e rugby, credetemi, non ho ancora trovato il tempo di farla”. Non ne ha tanto bisogno: fra casa, campo e palestra, può muoversi tranquillamente a piedi.
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