giorno della memoria
Disegnare montagne ad Auschwitz. Bronisław Czech, lo sciatore che seppe dire no
Campione olimpico, artista, uomo di montagna: nel campo di concentramento i nazisti gli offrirono la salvezza in cambio di collaborazione. Czech rifiutò, scegliendo la libertà anche quando aveva il volto della condanna
A Zakopane la neve non è uno sfondo: è un mestiere. Sta addosso alle case, entra nelle abitudini, diventa grammatica del corpo. Bronisław Czech – “Bronek” – cresce così, dentro i Tatra, dove la libertà ha forma di cresta e il coraggio si misura in metri di visibilità. Prima che la storia lo inghiotta, è già un personaggio da romanzo sportivo: il primo sciatore polacco di livello mondiale, 24 volte campione nazionale, olimpionico a St. Moritz 1928, Lake Placid 1932 e Garmisch-Partenkirchen 1936.
Ma Czech non è solo sport. È uno di quelli che non si accontentano di un talento: insegna sci, apre una scuola, partecipa ai soccorsi in montagna, dipinge e scolpisce, suona strumenti, scrive poesie. In un’Europa che si avvia al buio, la sua vita sembra la smentita vivente della semplificazione: un atleta può essere anche artista; un campione può conoscere a memoria i “passaggi segreti” delle montagne e usarli per salvare qualcuno.
Poi arriva il 1939. La Polonia viene occupata, e la parola “normalità” cambia significato. Czech diventa più volte corriere clandestino sulla rotta Zakopane-Budapest: aiuta persone a fuggire, porta messaggi per la Resistenza. Perché la libertà, spesso, non nasce da grandi discorsi ma da piccoli attraversamenti – confini, boschi, notti – che a un certo momento diventano scelta.
Il 14 maggio 1940 la Gestapo lo arresta in casa, mentre sta dipingendo. Un mese dopo, 14 giugno, viene deportato ad Auschwitz in uno dei primi trasporti di prigionieri politici polacchi: il campo, allora, non è ancora la macchina di sterminio che diventerà, ma è già una fabbrica di annientamento. Sul braccio gli tatuano un numero: 349.
Qui lo sport – che fuori è gloria, disciplina, identità – diventa un’arma a doppio taglio. I tedeschi conoscono la sua fama e provano a reclutarlo per addestrare i loro giovani: un patto implicito, la vita in cambio della collaborazione. Czech rifiuta. Sa cosa sta firmando con quel “no”: probabilmente la propria condanna.
Nel lager la sua resistenza non è solo negativa – non fare ciò che vogliono –, ma positiva: aiutare altri. Partecipa alla “resistenza” interna organizzata da Witold Pilecki e, tra lavori forzati e degradazione, Czech continua a disegnare montagne sulle cartoline ai familiari, come se ricordare i Tatra fosse un modo per tenere in vita l’idea stessa di libertà.
È anche costretto a produrre arte per il potere: acquerelli e sculture come “souvenir” per le SS, un cortocircuito morale tipico dei sistemi concentrazionari, dove perfino il talento viene sequestrato e trasformato in merce. Nella primavera del 1944 la salute cede. Viene portato nell’ospedale del campo e muore ai primi di giugno: diverse fonti oscillano tra 4 e 5 giugno 1944, ma il punto non cambia, ha 35 anni e la sua fine arriva per esaurimento, nel cuore del più grande progetto europeo di disumanizzazione.
A questo proposito, la sua storia tiene insieme due verità che spesso separiamo: la Shoah e l’universo concentrazionario non sono stati solo “morte”, sono stati anche un attacco sistematico a ciò che rende umani: dignità, scelta, solidarietà. Czech era un atleta famoso, dunque potenzialmente “utile” al regime, eppure scelse di non esserlo. Rifiutò l’eccezione, pagò la regola. E nell’averlo fatto ci ha consegnato una definizione concreta di libertà: non l’assenza di catene, ma la decisione di non diventare catena per altri.
Il Giorno della Memoria, se serve a qualcosa, serve a questo: a riconoscere il momento in cui un potere chiede collaborazione in cambio di sopravvivenza e a ricordare che qualcuno, anche lì, ha trovato la forza di dire no.