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chiave di A - come suona il campionato
La grande confusione sotto il cielo della Serie A
Dalle follie di mercato agli sguardi dei protagonisti, il campionato italiano si muove per fratture, simboli e cinque punti che spiegano tutto
Nel mondo impazzito, il calcio e il mercato di Serie A non sono da meno. Tutto per il soldo, anche non immediato, solo il profumo, con diritto e con obbligo, spesso senza valutarne le conseguenze tecniche o di bilancio: il Napoli che svaluta Noa Lang spedendolo in Turchia dopo pochi mesi per far posto al misterioso Giovane Santana, l’Inter che risponde al Milan in termini di nostalgia croata (Ivan Perišić per schermare Luka Modrić, siamo ancora qua). Claudio Lotito smobilita all’insaputa di tecnico e atleti: e quando un regime è alla fine, notoriamente, diventa anche una farsa peggiore.
Grande è la confusione sotto il cielo, non c’è momento migliore per sostenere battaglie culturali. Come Rui Borges, tecnico dello Sporting Lisbona, che dopo aver fortunosamente battuto il Paris Saint-Germain in Champions League si è trincerato dietro la locuzione “difendere avanzando”: un monito per chiunque si trovasse nello stesso stato. Per non voler apparire l’house organ del Como e di Cesc Fàbregas, si può evitare di dilungarsi riguardo le sei reti rifilate al Torino, con cinque marcatori differenti e quasi altrettanti assist men: lo spettacolo di massa deve ancora cominciare.
A proposito delle due squadre che si sono affrontate allo stadio Sinigaglia (sopra il lago, in pieno centro: non traslocate mai!), esse sono parte del sistema di ampi distacchi che sta interessando la classifica: tra l’Inter prima e il Milan secondo, dal Como - appunto - all’Atalanta in vista del prossimo scontro diretto, fra i salvati del Toro e i quasi sommersi del Lecce stanno appunto cinque punti di differenza, né tanti ma nemmeno pochi, sufficienti a fotografare plasticamente le gerarchie, le scale di valori. Il torneo dei 5 punti come la città dei 15 minuti, odierne mitologie semplificatrici.
Due istantanee: l’urlo tardelliano di Lautaro Martínez dopo il suo gol che stava raddrizzando Inter-Pisa, lo sguardo amorevole del titano Mike Maignan verso la propria mano destra, artefice dell’ennesima parata capolavoro. Cosa dire all’Inter dopo sei gol a ricacciare indietro il rischio visto in faccia? Solidità mentale, variabili alternative, difetti mascherati e una profonda esibizione di forza. Che futuro con Ange-Yoann Bonny e Francesco Pio Esposito, ma se il colpo di testa di Simone Canestrelli fosse entrato mentre le nerazzurre stavano 3-2, parleremmo di un altro match.
Nella sua riconosciuta intelligenza cinica, Massimiliano Allegri avrà ben pensato che il Milan, non potendo probabilmente vincere una gara nella quale pur si era trovato in vantaggio, avrebbe fatto meglio a farsi bastare il pareggio all’Olimpico contro una Roma tipicamente gasperiniana, che non segna per quanto produce. Due buone difese a fronte di attacchi sterilizzati: Rafael Leão e Christian Pulisic, dove siete? Non sono due punti persi, tuttavia: il mister lo sa benissimo -pur non potendosi ancora involare all’inseguimento solitario dell’Inter- ed è abbastanza per non chiudere i giochi.
Altro spettacolo allo Stadium, dove Luciano Spalletti -un altro che conosce i propri polli- ha dato finalmente un’identità a una rosa che il mercato aveva accozzato senza assemblare. Un valore che travalica quello dei singoli (ma che bene crossa Pierre Kalulu!) e non pone limiti agli obiettivi stagionali: a patto di rimanere coi piedi per terra. Ma perché una parte della tifoseria online continua a beccare Manuel Locatelli, forse mai così leader? Pensassero al povero Antonio Conte, costretto dai fichi secchi a scoprire il bravissimo Antonio Vergara: profeta in patria che vale più d’una partita.