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il foglio sportivo

Sono 30 anni che il basket italiano sopravvive a fallimenti e rinunce

Giacomo Iacomino

Dal 1996 a oggi, la Serie A e la Serie A2 hanno prodotto almeno un caso di default sportivo-finanziario ogni anno. Non siamo davanti a un sistema che occasionalmente entra in crisi; questo è un sistema che sulla crisi ha costruito il proprio equilibrio

L’esclusione del Trapani Shark dal campionato e dalla Champions League non è uno scandalo improvviso, ma l’ennesimo capitolo di una storia che il basket italiano racconta da trent’anni. Fallimenti, penalizzazioni, rinunce, auto-retrocessioni, titoli ceduti, club che vincono o si salvano sul campo e poi scompaiono fuori dal parquet: non una serie di incidenti isolati, ma una ciclicità che si ripete da decenni. Cambiano i nomi, le città, i protagonisti. La trama resta uguale.

 

Dal 1996 a oggi, la Serie A e la Serie A2 hanno prodotto almeno un caso di default sportivo-finanziario ogni anno. Venezia, Battipaglia, Napoli, Caserta, Gorizia, Pistoia, Montecatini, Verona, Trieste, Messina, Teramo, Roseto, Treviso, Fortitudo e Virtus Bologna, Rieti, Siena, Roma, Biella, Torino, Avellino, fino a Trapani: l’elenco in verità è molto più lungo e non è una cronaca di eccezioni. Da Nord a Sud, si tratta piuttosto della mappa di un sistema che ha normalizzato l’anomalia, e che ha reso ordinario quello che dovrebbe essere straordinario, e cioè capace di rompere un equilibrio sano. Dentro questa normalità distorta il basket italiano ha imparato a stare in piedi.

 

Risultati sul parquet. Fallimenti nei bilanci. Il paradosso sportivo è servito. Siena vince campionati e poi viene travolta da un dissesto che porta alla revoca di due scudetti, al collasso societario e all’arresto del massimo dirigente Ferdinando Minucci, che intanto era stato eletto presidente della Legabasket. La Virtus Bologna viene radiata nel 2003 per motivi finanziari. Napoli vince la Coppa Italia e poi sprofonda. Teramo si salva e poi sparisce. Caserta oscilla tra salvezze, retrocessioni e ripescaggi fino al default. Roma chiude i battenti dopo mezzo secolo di storia e di vittorie, anche in Europa. Grandi città e piccole province che cadono indistintamente. La logica del merito sportivo e quella della sostenibilità economica viaggiano su binari separati, spesso divergenti.

 

E quando il sistema sembra reggere, lo fa grazie a interventi esterni. Milano è rimasta nell’élite ma solo grazie all'ingresso diretto di Giorgio Armani, che prima di vincere il primo scudetto ha investito complessivamente circa 100 milioni di euro. Cantù ha vissuto tre stagioni (2015-2017) di ambizioni europee sotto il magnate ucraino dell’acciaio Dmitry Gerasimenko, salvo poi crollare finanziariamente. Emblematico anche il caso Auxilium Torino, con Fiat main sponsor (2017-2019): un roster di talento, una Coppa Italia vinta e poi, nel giro di pochi mesi, penalizzazioni, retrocessione e fallimento. Una parabola simile, per dinamica e rapidità, a quella di Trapani sotto Valerio Antonini. Negli ultimi anni la mappa si è arricchita di nuove forme di instabilità: autoretrocessioni per mancanza di risorse, trasferimenti di sede, club che rinunciano all’iscrizione o cambiano denominazione per ripartire dalle categorie inferiori.

 

Persino la Virtus Bologna contemporanea, oggi prima in classifica e dietro solo a Milano quanto a budget, mostra segnali di fragilità. Qualche anno fa il presidente Massimo Zanetti ha chiuso improvvisamente il progetto della squadra femminile in cui giocava Cecilia Zandalasini, ancora oggi la miglior giocatrice italiana. Negli ultimi tempi sono emerse difficoltà economiche rilevanti, con un rosso di bilancio che, secondo quanto emerso, si misura in decine di milioni. Un ridimensionamento che, pur lontano dai default del passato, conferma quanto sia sottile la linea tra stabilità e crisi anche per i grandi marchi.

 

Il quadro è ancora più significativo se letto in prospettiva storica. Un tempo il basket italiano era sostenuto da grandi gruppi industriali: Benetton, Scavolini, Stefanel. Oggi imprenditori solidi ci sono ancora, come Brugnaro a Venezia, Gavio a Tortona e Germani a Brescia. Però la scala è diversa, e la capacità di assorbire perdite strutturali è più limitata. Non a caso Gilberto Benetton nel 2012 sintetizzò con brutalità: “Questo sport non ci appartiene più. A nessuno piace buttare via i soldi”. Questa frase fotografa il modello economico fragile alla perfezione. Risultati europei ci sono stati: se guardiamo all’ultimo decennio, Reggio Emilia ha vinto l’EuroChallenge nel 2014, Venezia e Sassari la Fiba Europe Cup (2018 e 2019), la Virtus Bologna la Champions League, sempre nel 2019. Ma i trofei non cancellano il problema strutturale. Il professionismo cestistico italiano vive in un equilibrio precario, basato su capitali spesso personali, ricavi limitati, scarsa patrimonializzazione e una dipendenza cronica da interventi straordinari. Quando il mecenate si ritira o quando la macchina finanziaria si inceppa, il sistema non assorbe il colpo ed espelle il club.

 

Il punto più critico resta l’assenza di memoria istituzionale. Ogni stagione riparte come se il problema fosse nuovo: si parla di “anomalia”, “incidente di percorso”. Ma la storia dice il contrario. Non siamo davanti a un sistema che occasionalmente entra in crisi; questo è un sistema che sulla crisi ha costruito il proprio equilibrio. E che ha interiorizzato il fallimento come possibile esito ordinario. Nessuna deviazione: autoretrocessioni, titoli ceduti, penalizzazioni e ripescaggi sono meccanismi di regolazione informale. Per questo Trapani non è un’eccezione. È l’ennesimo anello di una catena che parte dagli anni Novanta e attraversa tre decenni di basket italiano. Finché la crisi resterà un fatto “normale”, raccontato ogni volta come straordinario, il sistema continuerà a produrre storie diverse con lo stesso finale. La domanda non è se accadrà di nuovo, ma semplicemente dove e a chi toccherà.

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