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i dati

L'ecosistema sport vale il 2 per cento del pil globale

Francesco Caremani

Vale già quanto una potenza economica media e promette di raddoppiare, ma la sport economy cresce su basi fragili: sedentarietà, consumo di risorse e città poco vivibili mettono a rischio un’industria che senza prevenzione e infrastrutture sostenibili potrebbe incepparsi prima di arrivare al traguardo

Se oggi lo sport fosse un paese, avrebbe un’economia da potenza media: 2.300 miliardi di dollari di ricavi annui, quasi il 2 per cento del pil globale. Il dato arriva da Sports for People and Planet, report del World Economic Forum con Oliver Wyman, che prova a misurare lo sport come industria totale: non soltanto partite e medaglie, ma un ecosistema che va dai biglietti ai tapis roulant, dai weekend sugli sci alle app che trasformano il polso in una dashboard.

Il Wef divide la “sport economy” in quattro bacini: sport professionistico; pratica sportiva (fitness, palestre, corsi); sporting goods (abbigliamento e attrezzatura); turismo sportivo. Proprio il turismo – viaggi per assistere o praticare – è indicato come la componente più veloce: trascina hotel, ristorazione, trasporti, servizi locali. È lo sport che smette di essere intrattenimento e diventa infrastruttura economica di territori. Su questa spinta si regge la previsione: 3.700 miliardi nel 2030 – crescita annua composta del 10 per cento – e 8.800 miliardi nel 2050.

Accanto, c’è la “pancia” quotidiana: la pratica. Abbonamenti, micro servizi, wearable, nutrizione. È anche il punto in cui la crescita può diventare allargamento della base: il WEF insiste sulla possibilità di incrementare la partecipazione femminile. E intanto lo sport femminile d’élite – pur restando una frazione del totale – mostra una curva che fa scuola: Deloitte ha stimato ricavi globali oltre 2,35 miliardi di dollari nel 2025, più che triplicati rispetto al 2022.

Poi ci sono i beni: scarpe, maglie, palloni, sci, biciclette. Il guardaroba sportivo è ormai un segmento della moda, con cicli di consumo rapidi e filiere lunghe. E infine l’hardware: impianti e arene. Deloitte aveva previsto che nel 2025 sarebbero stati avviati oltre 300 interventi tra nuove costruzioni e grandi ristrutturazioni di stadi nel mondo. Non solo “casa della squadra”: hub per concerti, food, coworking, wellness, pezzi di città che cercano ricavi oltre il matchday.

A questo punto arriva la seconda metà del racconto: le fragilità.

The Lancet stimava che nel 2022 il 31,3 per cento degli adulti nel mondo fosse fisicamente inattivo rispetto alle linee guida (507 indagini in 163 paesi): se aumenta la sedentarietà, si restringe la base che tiene in piedi fitness, turismo e beni sportivi.

Il Global Footprint Network calcola che stiamo consumando risorse a un ritmo pari a 1,8 Terre. Dentro questa overshoot economy, lo sport è vulnerabile e – in parte – complice: acqua, energia, materiali, mobilità. Non a caso il WEF avverte che, continuando così, entro il 2040 solo dieci Paesi avranno condizioni e risorse per ospitare i Giochi olimpici e paralimpici invernali. E la conta dei rischi è economica, non morale: Oliver Wyman stima fino a 517 miliardi di dollari di ricavi annui a rischio già nel 2030; senza un’azione coordinata, le perdite potenziali possono salire fino a 1.600 miliardi l’anno entro il 2050.

Il report offre anche esempi virtuosi. A Euro 2024 in Germania, l’81% dei tifosi ha raggiunto gli stadi con mezzi pubblici; in Premier League la quota è del 75 per cento. Negli Stati Uniti, invece, solo il 5% dei tifosi Nfl usa il trasporto pubblico. Se il football americano eguagliasse il “mix” europeo, le emissioni medie per spettatore scenderebbero del 30 per cento.

Lo sport cresce quando la gente può muoversi e quando i luoghi restano vivibili. Se davvero la traiettoria porta a 8,8 trilioni, allora servono città praticabili, filiere più circolari, trasporti migliori e una parola poco glamour ma decisiva: prevenzione.

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