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chiave di A - come suona il campionato
La finale della Coppa d'Africa per Nazioni è ciò che la Serie A non sa più essere
Il Senegal ha vinto il trofeo africano. In campionato le tre squadre di testa hanno vinto tutte per uno a zero, nell’apoteosi ippica delle difese serrate a doppia mandata, dell’ordine geometrico lineare e colpi singoli cui affidarsi
Nello stesso momento in cui l’ironman Niclas Füllkrug, nonostante l’infrazione ridotta a un dito del piede, segnava a San Siro risolvendo il momentaneo impasse milanista contro il Lecce, allo stadio di Rabat andava in scena il più grande spettacolo del calcio contemporaneo, universale serbatoio di emozioni e imprevedibilità, feuilleton di amore e morte. Quanto accaduto nelle interminabili fasi conclusive di Marocco-Senegal, finale della Coppa d’Africa per Nazioni, è sufficientemente saturo da non poter essere compresso in un racconto standard, che contempli l’hardest thing dei padroni di casa (una delle squadre ormai stabilmente più forti al mondo, e consapevole di esserlo), la saggezza totemica e zen del “Ghosteen” Sadio Mané, il traboccante vaso della VARgogna, i colori irreali di maglie, trucchi e bandiere, il dubbio eterno della scelta di Brahim Diaz e molto altro. Ovvero tutto ciò che il campionato italiano non vuole, non sa o non può più essere.
La playlist della 21esima giornata di Serie A
Detto che la Roma presto si avvantaggerà del ritorno di Neil el Aynaoui, valorizzato dall’esperienza internazionale, il focus più avanzato attraverso il quale leggere la piccolezza delle vicende interne torna ad essere la mai morta dicotomia tra organizzazione di gioco e il successo purchessia: le tre squadre di testa vincono tutte per uno a zero, nell’apoteosi ippica delle difese serrate a doppia mandata, dell’ordine geometrico lineare e colpi singoli cui affidarsi. Non siamo ancora dalle parti del deprecato haramball - la scuola di pensiero secondo la quale distruggere è meglio che creare - ma l’utilitarismo da sfondo è diventato una delle cifre stilistiche del torneo. La stura al proseguimento del discorso l’ha offerta la clamorosa vittoria del Milan a Como nel recupero: per quarantacinque minuti, da un lato il dominio totale di un gioco ampio e fraseggiato, dall’altro l’impossibilità di sottrarre la palla e di compiere due passaggi di fila. Risultato? Como gioca, Milan vince.
E qui entra in scena Cesc Fàbregas, che preferisce allenare “non gente che ha già fatto, ma che deve ancora fare”, al quale non è stato chiesto di vincere e basta, ma “di creare uno stile, un’identità, un gioco bello come il lago di Como”. Lo stesso, mutatis mutandis, che vale tra i cadetti per Giovanni Stroppa e il suo Venezia show. Il tecnico catalano imbrocca i termini della questione, quando sostiene che “il Milan ha giocatori troppo forti, che sanno vincere con la propria individualità, mentre il Como ha fatto molto bene di squadra, come collettivo”: ciò azzera la congruità di un dibattito dove le due fazioni quasi religiose non considerano il punto dell’avversario, attribuendo alla vittoria l’arma-fine-di-mondo per zittire il perdente di classe (loser blaming), o dimenticandosene in nome del piacere estetico addotto agli occhi dello spettatore globale. Una sintesi virtuosa, almeno in questi termini, in Italia è ancora di là da venire: perché, fuori, ci sarà pure un mondo e un modo per vincere giocando divinamente. Il bello e il giusto, kalòs kai agathòs.
Al di là delle prestazioni mostruose di Mike Maignan (maledetti commissionari che si interpongono pro domo propria al rinnovo del contratto) e della forma straripante di Adrien Rabiot, non viene tuttavia sottolineato abbastanza spesso come il Milan dalemiano di Allegri abbia perduto solo la prima partita, a ferragosto contro la Cremonese, per via di una rovesciata. Da allora, zero sconfitte in Serie A (Coppa Italia e Supercoppa sono già andate) e la conferma settimanale che vincere contro i rossoneri è apparentemente impossibile: “Non mi avete fatto niente, non avete avuto niente” potrebbe diventare il mantra sanremese del Diavolo. Specie se il mercato di gennaio conforta ambizioni ufficialmente negate: gli effetti già si vedono, non solo nel goal di Füllkrug ma anche nelle prime volte di Donyell Malen e Rafiu Durosinmi, entrambi chiamati a risolvere la relativa sterilità di Roma e Pisa. Gli allenatori, Fàbregas compreso, continuano giustamente a lamentarsi di non poter lavorare in serenità con i propri organici: ma dicono lo stesso quando chi arriva li salva?
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