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il foglio sportivo

Non più solo basket nell'Indiana

Roberto Gotta

In questi giorni Indiana University vuol dire solo football americano. È frenesia per la finale di lunedì contro Miami, è tutto quello di sorprendente, anomalo e imprevedibile, e magari preoccupante, che è diventato lo sport universitario

Dici Indiana University e la reazione è immediata, quasi pavloviana: coach Bob Knight e i suoi tre titoli universitari vinti nel basket, la tradizione degli Hoosiers, quelle divise rosso scuro senza nome sulla schiena. E poi Scott May, Damon Bailey e Steve Alford, le grandi speranze bianche amatissime nei cortili dove si tira, anche con il gelo, al canestro appeso sopra il garage, a Bloomington dove il college ha sede, ma anche nel resto dello stato, il primo in cui il basket si diffuse capillarmente, dopo la creazione da parte di James Naismith, perché qui le strade furono sistemate prima che altrove per favorire i collaudi delle auto costruite dalle case automobistiche, orgoglio primogenito dell’Indiana.

Tutto vero, tutto giusto, solo che oggi, in queste ore e in questi giorni, Indiana University è football americano, è frenesia per la finale di lunedì contro Miami, è tutto quello di sorprendente, anomalo e imprevedibile, e magari preoccupante, che è diventato lo sport universitario. Quasi irriconoscibile rispetto anche solo a 10 anni fa, per l’ingresso, recente, di sponsorizzazioni e compensi ai giocatori, approvati ufficialmente qualche mese fa. Già dal 2021 però i giocatori erano però autorizzati a ricevere somme di denaro, tramite società esterne, per i loro diritti di immagine, e la cancellazione dell’obbligo di un anno di sosta per chi intendeva cambiare college, requisito nato per impedire un mercato giocatori, ha ulteriormente modificato un panorama che era rimasto immutato per quasi un secolo.

Indiana è tra quelle che ne hanno approfittato per reinventarsi come potenza nel football in un raggruppamento, la Big Ten, denso di programmi storici come Ohio State, Michigan, Michigan State, Iowa, Wisconsin. Il merito tecnico è di Curt Cignetti, 64 anni e vasta esperienza universitaria, arrivato nel 2024 e subito abile a portare gli Hoosiers alla loro prima partecipazione ai playoff. Quest’anno però sono arrivati 23 nuovi giocatori provenienti da altre università, proprio la pratica che fino ad alcuni anni fa era vietata, e tra questi soprattutto Fernando Mendoza, il quarterback di origini cubane, nato a Boston e cresciuto a Miami, che con le sue prestazioni di altissimo livello ha trascinato gli Hoosiers a una stagione di sole vittorie, 15 su 15, conquistando anche il trofeo come miglior giocatore universitario.

Tra le grandi vittorie di IU in questa stagione, nessuna forse ha fatto rumore come quella nella semifinale del 9 gennaio ad Atlanta, un trionfale 56-22 su Oregon: una partita, e qui si entra ancor più nell’anomalia di questi tempi, soprannominata “La battaglia dei miliardari”. Perché se Oregon è da tempo finanziata – con gli strumenti legali pre-esistenti, tra cui le donazioni – dal più illustre dei suoi ex studenti, il fondatore della Nike Phil Knight, Indiana dal dicembre 2024 riceve a sua volta una notevole somma di denaro da Mark Cuban, l’ex proprietario dei Dallas Mavericks laureatosi proprio a Bloomington, che per poter ascoltare le partite di basket degli Hoosiers perfezionò, assieme all’ex compagno di college Todd Wagner, un software in grado di trasmettere radiocronache e telecronache. Fu il passo che portò la società in cui erano entrati, Audionet, a diventare broadcast.com, ceduta nel 1999 a Yahoo per azioni del valore di quasi sei miliardi di dollari.

Il forte coinvolgimento di Cuban nella crescita di Indiana ha avviato un effetto domino: agli investimenti sono seguite le vittorie, l’aumento del valore dei diritti televisivi e i premi e non per nulla dal 30 novembre 2023, giorno di firma del primo contratto, Cignetti si è visto aumentare lo stipendio due volte, da quattro a otto a 11,3 milioni di dollari l’anno, con successivi prolungamenti fino al 2035. Denari pubblici, teoricamente, ma non risulta che nessuno dei circa 417.000 laureati di Indiana tuttora residenti nello stato abbia sollevato obiezioni.

 

 

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