Franco Pagani è il secondo da sinistra (con i capelli bianchi). Alla sua destra l’altro fisioterapista Bertassi e alla sua sinistra Nava, Savicevic e Simone (foto Studio Buzzi)
il foglio sportivo - storie di massaggiatori #3
“Il massaggiatore deve ascoltare”. La vita in rossonero di Franco Pagani da Liedholm ad Allegri
Il rapporto con la famiglia Berlusconi, il recente ritorno a Milanello: “A volte perché il muscolo diventi bello morbido servono decine di minuti di manipolazioni, ricordo per esempio quelle di Donadoni e di Evani. Evitare l’infortunio muscolare a un calciatore per tutta una carriera è praticamente impossibile"
Recentemente Franco Pagani è ritornato dopo un po’ di anni a Milanello. Oggi lavora come massaggiatore per il Pavia in Serie D, è la squadra della città dove è nato e tuttora vive. Per un’amichevole con il Milan Futuro di Massimo Oddo ha rivisto il centro di allenamento che ha frequentato per ventisei stagioni di Serie A, alcune a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta in coppia con il fratello Pier Angelo, che se ne è andato da questo mondo nel 2024. “Mi è venuto il magone a tornare in quei luoghi – ha detto Pagani al Foglio Sportivo – per il ricordo di mio fratello con cui ho condiviso tanto e perché a Milanello ho trascorso una vita tra palestra, spogliatoio e campo. Mai avuto una discussione o qualcosa da ridire con mia fratello. Eravamo legatissimi”.
Franco e Pier Angelo sembravano gemelli, molto simili fisicamente e con pochi mesi di differenza d’età. Chi ci ha lavorato accanto in quegli anni li racconta però come due fotocopie diverse. Più timido Angelo, più esuberante Franco. Vivevano la vita in maniera differente. Franco se c’era da fare festa non si tirava indietro e in certe discoteche degli anni Ottanta il deejay annunciava il suo nome all’ingresso in pista. “Direttamente da Milanello oggi abbiamo qui con noi Francooooo Paganiiiii”. E lui alzava la mano per salutare i nottambuli presenti. Più casalingo Angelo che dopo qualche stagione in rossonero ha preferito scegliere una strada più tranquilla, accettando un impiego da fisioterapista all’ospedale di Pavia. Franco invece ha continuato, avendo con la famiglia Berlusconi un rapporto molto stretto. Se era il caso andava a lavorare a domicilio sia da Silvio che dal fratello Paolo di cui era diventato un uomo di fiducia.
“Oggi è tutto diverso – continua Pagani – il Pavia è nei Dilettanti, il lavoro è cambiato parecchio rispetto al passato. Io l’ho capito quando a inizio anni Novanta, precisamente nel 1992-93, sono andato negli Stati Uniti e ho visto cose che qui in Italia ancora non si facevano”. A quel tempo i massaggiatori erano solo due. Prima la coppia di fratelli Pagani, poi Pier Angelo è stato sostituito da Giancarlo Bertassi, anche lui scomparso nel 2024. Bertassi lavorava già al Milan nel settore giovanile sin dagli anni Settanta e ha proseguito ancora molte stagioni, diventando pure lui un’altra piccola leggenda rossonera. Adesso i club hanno uno staff molto ampio e quasi sempre i fisioterapisti si dividono i giocatori della rosa per tutto l’anno.
All’inizio Pagani lavorava nel ciclismo, massaggiatore di Beppe Saronni, poi casualmente un giorno al Palalido scopre che il Milan cerca un profilo simile al suo, si presentano in cinque, viene scelto ed inizia questa lunga storia d’amore. Franco che è milanista sin da piccolo, non può rifiutare l’offerta. “Il ciclismo è diverso dal calcio... forse ci sono più uomini veri tra i corridori, qualsiasi cosa di cui hai bisogno loro ci sono sempre. Nel calcio poi hai molte più persone da dover gestire”.
Lui però ha avuto ottimi rapporti con tutti, dai dirigenti ai giocatori, passando per i mister. Ed è difficile fargli fare una lista di preferenze. “Io davvero ho avuto un ottimo legame con tutti gli allenatori. Se c’è da riferire, io dico tutto e i calciatori lo sanno, ma se questi mi dicono qualcosa apposta perché io glielo dica al mister, allora sto zitto. Il massaggiatore deve ascoltare, filtra tutto e poi riporta”.
Pagani arrivò al Milan quando in panchina c’era Nils Liedholm e andò in pensione con Massimiliano Allegri, passando dunque varie epoche d’oro e vincendo otto scudetti e cinque Champions League. Di Pagani non c’è la pagina Wikipedia, se ci fosse avrebbe contabilizzato nel palmarès numeri da fuoriclasse. Dopo il Milan ha continuato nei Dilettanti senza fermarsi mai. Pagani potrebbe davvero scrivere la storia calcistica dell’era Berlusconi, ma nonostante sia sempre gentile con l’interlocutore, non è uno a cui piace troppo parlare di sé e ancora meno confessarsi. La discrezione probabilmente è ciò che piaceva di lui ai vertici societari. “Il più rivoluzionario di tutti – continua Pagani – è stato Arrigo Sacchi, arrivava da Parma, non lo conoscevamo bene, ma pian piano si è fatto capire da tutti”.
Ad Arrigo è stato molto vicino, Sacchi in quegli anni si circondava di persone, spesso vecchi amici, con cui potesse respirare qualcosa di extra calcistico per non implodere, pensando solo ed esclusivamente al pallone. Pagani con la sua verve era uno di questi personaggi. Un altro era Natale Bianchedi, l’osservatore di Sacchi che girava il mondo per seguire le avversarie. Il Ministro degli esteri del Milan, secondo una battuta di Berlusconi. Un vero battitore libero, che diceva di essere stato il più giovane vitellone di Ravenna. Pagani invece rimaneva soprattutto in Italia. Ma i suoi capelli bianchi alla Paul Newman già a quarant’anni gli davano un fascino quasi irresistibile. E con i campioni di quello splendido Milan come andava? “Baresi e Maldini erano due capitani veri, li definirei delle persone giuste. Il mio migliore amico allora era Frank Rijkaard, cenavamo spesso insieme alle rispettive mogli, a casa mia o casa sua. No, non si mangiava olandese. Le signore erano molto legate e così passavamo parecchio tempo insieme. Che forti sono stati i tre olandesi! Van Basten era diverso dagli altri due, più silenzioso, più serio, gli altri due più affabili. Ma Marco è un bravissimo ragazzo. Il dottor Monti gli aveva detto che se si fosse operato, bloccando la caviglia, avrebbe chiuso la carriera. Purtroppo è andata così. Sono stato un mese in Olanda a curarlo”.
Fare il massaggiatore è un duro lavoro, che Pagani comunque continua a fare alle soglie degli ottant’anni. “A volte perché il muscolo diventi bello morbido servono decine di minuti di manipolazioni, ricordo per esempio quelle di Donadoni e di Evani. Molto faticoso. Evitare l’infortunio muscolare a un calciatore per tutta una carriera è praticamente impossibile. Giocano tutti i giorni e alcuni guai sono inevitabili, con Sacchi e Capello, ma anche con Ancelotti gli allenamenti erano sempre molto intensi”.
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