I giocatori del Marocco festeggiano la qualificazione alla finale della Coppa d'Africa (foto Ap, via LaPresse)

TotalEnergies CAF Africa Cup of Nations

Senegal-Marocco è la migliore finale possibile della Coppa d'Africa

Francesco Caremani

Quelli delle due finalisti sono i due movimenti più completi e competitivi del continente, quelli che riescono a dissipare meno talento

Domenica 18 gennaio la Coppa d’Africa arriva all’ultimo atto. Senegal-Marocco, finale della TotalEnergies CAF Africa Cup of Nations Morocco 2025, si gioca a Rabat, al Prince Moulay Abdellah Stadium, con calcio d’inizio alle 20 locali. Il Senegal arriva all’appuntamento dopo l’1-0 all’Egitto a Tangeri, mentre il Marocco – padrone di casa – ha staccato il biglietto in una semifinale tiratissima, eliminando la Nigeria ai rigori, sempre a Rabat.

Una finale che certifica i due movimenti calcistici africani, al momento, migliori, con due percorsi simili e, al tempo stesso, differenti.

All’alba, a Salé, l’erba è troppo perfetta per essere solo erba. Non perché brilli, ma perché non porta segni. Niente buche, niente rimbalzi stonati. È un campo che ti dice subito una cosa: qui il calcio non è un ‘incidente’, è un metodo. A qualche migliaio di chilometri, fuori Dakar, l’alba è più rumorosa: scarpe che grattano la terra, voci, richiami secchi. Ma la logica è la stessa: ripetizione, scuola, disciplina. Ecco perché oggi Marocco e Senegal sono i due movimenti più completi e competitivi del continente: non perché hanno più talenti – quelli ci sono ovunque –, ma perché riescono a non perderli per strada.

Il Marocco ha costruito la sua completezza come si costruisce una casa: fondamenta, impianti, poi i dettagli. Un simbolo è l’Accademia Mohammed VI, avviata nel 2009, pensata come leva federale e non come appendice di un club: investimenti, centri di talento, scouting, standard elevati. È la differenza tra una generazione irripetibile e un flusso continuo. Anche la CAF descrive quell’accademia come parte di una strategia di sistema: produrre élite con continuità, non a colpi di miracolo.

La completezza marocchina, però, non è solo “dove si allenano”. È come si allena un Paese. Qui entra in scena un elemento poco poetico e decisivo: la formazione degli allenatori. Quando Osian Roberts ha diretto l’area tecnica (2019-21), ha parlato di cultura del coaching, lavoro territoriale, competenze diffuse. Se moltiplichi buoni tecnici, moltiplichi buone abitudini: intensità, letture, cura del dettaglio, gestione del carico. In campo diventa una cosa semplice: una nazionale che sa stare dentro partite diverse, con piani diversi, senza perdere identità.

Il Senegal ha costruito la propria forza come si costruisce una rete: relazioni, passaggi affidabili, sbocchi chiari. Il cuore sono le accademie. Génération Foot è un caso, quasi, da manuale: un luogo dove si forma calcio e si forma vita; modello, che insieme con Diambars e altri, ha alimentato direttamente la nazionale campione d’Africa 2021. Grazie, pure, alla partnership siglata con l’FC Metz dal 2003: 44 giocatori passati di lì– come l’attuale ct – e un’accademia che rivendica il 100 per cento di successo al baccalauréat. Studio obbligatorio, non decorazione.

È una filiera che esporta presto e tanto. Quello del Senegal è stato definito un modello “extraverti”: fortissimo in nazionale, più fragile nei club proprio perché i migliori partono. Ma dentro questa contraddizione c’è un vantaggio competitivo: la rappresentativa senegalese pesca in un bacino di calciatori abituati a contesti professionali, con un’educazione sportiva relativamente omogenea. E poi c’è la disciplina come stile: Aliou Cissé, al di là dell’estetica, ha lasciato a Pape Thiaw un’impronta tra stabilità, compattezza e gerarchie chiare; un ciclo lungo e coerente che ha portato alla conquista del titolo continentale nel 2021, in mezzo alla partecipazione a due Mondiali consecutivi: 2018 e 2022, che sono diventati tre, aspettando United 2026, grazie al tecnico di Dakar.

Ora, se togli geopolitica, retorica e bandiere, resta una verità poco romantica e quindi molto vera: Marocco e Senegal sono competitivi perché hanno ridotto gli sprechi. Spreco di talento, di tempo e di cultura tecnica. Perché, quando il calcio funziona non sembra eroico, sembra normale. E la normalità, in quello africano, è la rivoluzione più grande.

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