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Il Como non è un miracolo calcistico e non è replicabile

Andrea Romano

Dietro il racconto glamour della squadra lariana, delle star in tribuna e della rincorsa all’Europa c’è un progetto irripetibile: fondato su una ricchezza fuori scala, su un territorio unico e su un’idea di calcio che può funzionare solo lì. Un progetto, appunto. Non un esempio da imitare.

Nell’ultimo anno e mezzo il progetto è stato chiamato in tanti modi diversi. C’è chi ha parlato di “sogno”, chi “miracolo”, chi addirittura di esempio. Tutte espressioni che possiedono una chiara connotazione positiva. Eppure tutte ugualmente improprie. Perché il Como che stasera ospita il Milan con l’obiettivo di continuare la propria rincorsa all’Europa è un’entità talmente singolare che ha finito per diventare unica, impossibile da replicare altrove. Sia per la specificità del suo lago, la calamita che ha attratto in Lombardia i fratelli Hartono. Ma soprattutto per l’opulenza della sua proprietà.

L’obiettivo dichiarato è duplice: trasformare la zona in una versione riveduta e corretta di Disneyland, con tanto di “parchi a tema, film, studio, media e merchandising” e fare in modo che un club in perdita da anni diventi remunerativo. Tradotto in termini sportivi significa traslocare in centro una società che ha quasi sempre vissuto nella periferia del pallone. Per riuscirci la proprietà ha pensato di puntare forte sull’integrazione fra la squadra e i luoghi che la ospitano. L’identificazione fra Como e il Como doveva essere perfetta. Il solo pronunciare il nome del club doveva far venire in mente i suggestivi scorci del lago. Al resto ci hanno pensato le stelle del cinema sedute in tribuna (a turno: Kate Beckinsale, Hugh Grant, Andrew Garfield, Michael Fassbender, Adrien Brody e Keira Knightley). Segno che la Como del pallone sta provando a diventare quello che Monaco è per la Formula 1. Televisioni e giornali non perdono occasione per parlare del lato “glamour” della faccenda, per sottolineare la cornice modaiola che ruota intorno alla squadra. I risultati ottenuti sul campo hanno amplificato questo contorno.

Oggi il Como è una delle realtà più in espansione a livello continentale. La Sent Retail, la società che si occupa del merchandising, ha triplicato i ricavi in appena due anni, arrivando a quota 4 milioni. Ai soliti oggetti con il marchio del club sono stati affiancati dei prodotti del segmento luxury. Così le borse Bric’s con la scritta Como sono finite in vetrina da Harrods (costo 325 euro), mentre sul sito si possono acquistare le Adidas Spezial “Semm Cumasch” (200 euro). L’altro grande punto riguarda il botteghino. Nel primo anno di Serie A il club ha incassato circa 5 milioni di euro nei matchday. Piccolo dettaglio: il 40% dei ricavi deriva dagli spettatori stranieri che acquistano pacchetti che comprendono ingressi allo stadio e soggiorni turistici. Il tema biglietti è particolarmente interessante. Il club ha affermato di voler arrivare a rendere gratuite le curve, ma intanto in estate ha venduto i tagliandi per la Como Cup, una serie di amichevoli estive, fra i 35 e i 200 euro. I profitti derivanti dal matchday sono destinati ad aumentare, ma con moderazione. Il progetto per il nuovo stadio prevede un incremento da 12 a 15 mila posti per una città da 80mila abitanti. Ovvio, dunque, che il grosso dei ricavi futuri debba venire dai diritti televisivi (oggi 31 milioni) e dal player trading. L’unica cessione di rilievo dei lariani in estate è stata quella di Strefezza all’Olympiacos per 8 milioni. Viceversa il Como ha speso qualcosa come 109 milioni sul mercato. E l’idea di una squadra di “bambini” è vera solo in parte. Per acquistare 6 under 23 sono stati spesi 78 milioni (22.4 solo Jesus Rodriguez del Betis), bilanciati in parte dall’arrivo di usato sicuro come Morata. Il risultato è la sesta rosa più costosa della Serie A. Ma anche la decima per l’età media più alta (26.5), peggio di club come Genoa, Roma, Fiorentina, Verona, Sassuolo e Udinese. Tant’è che nel pareggio contro il Bologna di sabato scorso i giocatori con 23 anni o meno erano appena 3. E Nico Paz, ventunenne dal futuro abbacinante, in estate potrebbe tornare al Real grazie a una recompra da “appena” dieci milioni. Non una buona notizia, visto che a fronte di 55 milioni di ricavi i costi del club sono schizzati a quota 159 milioni.

A tenere in equilibrio i conti della società ci hanno pensato oltre 30 versamenti in conto capitale da parte della proprietà, per un totale di 390 milioni di euro. Cifre (quasi) da sceicchi. Non c’è club che non abbia comprato il proprio blasone a colpi di quattrini. Ora è il turno del Como. Ed è proprio per questo che la creatura degli Hartono può essere considerata un progetto, non certo un modello. 

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