Marco Mantovani ha massaggiato nel calcio per quarant’anni cominciando con la nazionale militare

Il foglio sportivo

Quelli che fan parlare i muscoli

Alberto Facchinetti

Dai vizi di Recoba alla qualità di Berardi, che storie sul lettino di Mantovani che ha trascorso quasi quarant'anni da massaggiatore nel calcio professionistico, un migliaio di partite tra Serie A, B e C. Nella massima serie ha lavorato con Venezia, Sampdoria e Sassuolo

Recoba non aveva mai voglia di allenarsi e anche sul lettino dei massaggi ci veniva raramente. Faceva sempre quello che gli dettava l’istinto, l’allenatore Novellino gli lasciava molte libertà. Alle ore undici della domenica il mister parlava alla squadra e io avevo il compito di andare a svegliare il giocatore appena cinque minuti prima. Poi a pranzo voleva filetto e Coca-Cola, allora provocavo Novellino, che ogni volta mi rispondeva: Chi? Cosa? Recoba? Dagli quel cazzo che vuole! Con il Chino in campo, però, il Venezia vinceva, anche se il suo allenamento consisteva nel mettersi a metà campo con un sacco pieno di palloni e calciare in porta prima da una parte e poi dall’altra”.

 

Marco Mantovani è andato in pensione da pochi mesi, ha trascorso quasi quarant’anni da massaggiatore nel calcio professionistico, un migliaio di partite tra Serie A, B e C. Nella massima serie ha lavorato con Venezia, Sampdoria e Sassuolo. Ma non è stato Alvaro Recoba il talento più puro salito sul suo lettino. “No, è stato un italiano – rivela al Foglio Sportivo – Domenico Berardi è un talento naturale, sia per fisico che per qualità. Ha dei muscoli eccezionali, con una massa grassa irrilevante. Un atleta che avrebbe potuto fare qualsiasi sport, purtroppo ha subito diversi infortuni anche per via di un corpo sottoposto a un forte stress”.

 

Mantovani inizia la sua carriera nel 1986 alla Centese in Serie C, poco dopo sarebbe arrivato su quella panchina Gian Piero Ventura. In precedenza aveva avuto un’esperienza tra i Dilettanti, andava in panchina con il secchio d’acqua e una spugna, non c’era neanche il ghiaccio spray. Ma la prima avventura in assoluto la vive l’anno in cui è soldato, riuscendo a entrare come massaggiatore nella Nazionale di calcio militare, nella quale ci sono giocatori come Donadoni, Vignola, Serena, Massaro e Baroni. Una bella squadra che al mercoledì gira l’Italia a disputare amichevoli. “I primi massaggi della mia vita li ho fatti proprio a Vignola e Massaro, che erano già abituati a stare sul lettino perché all’epoca giocavano rispettivamente nella Juventus e nella Fiorentina. Io ho imparato il mestiere sul campo, il diploma di laurea l’avrei preso successivamente. Poi a Coverciano grazie al dottor Fino Fini, mi diedero il tesserino da massaggiatore, all’epoca quella era quasi una casta. Io volevo fare questo mestiere a tutti i costi, sia da militare che da civile mi ci sono buttato con tutto me stesso”.

 

La passione per questo mestiere nasce negli anni Settanta, quando Marco era solo un bambino e andava a vedere le partite della Spal con il padre. E vedeva questo personaggio, che poi sarebbe diventato il suo maestro, entrare in campo quando c’era un calciatore a terra. Quell’uomo si chiamava Ennio Guerrini. “Quando andò in pensione, fu proprio Ennio a chiamarmi per sostituirlo. La Spal era in Serie C, ma per me era un sogno. Ennio è stato come un secondo padre per me. Prima di diventare massaggiatore, era il custode dello stadio di Ferrara come lo era stato prima il suo papà. È letteralmente nato nella casa dentro all’impianto e ha vissuto là fino al giorno della pensione. Durante la guerra, con suo padre Guido, nascose tutti gli attrezzi che erano rimasti in campo, murandoli sotto la tribuna, poi li tirarono fuori in tempo di pace. Mi ha raccontato questo e tante altre storie sulla Spal. È quello che facevano i massaggiatori di una volta, fondamentali per mantenere salde le radici di un club, oggi purtroppo i fisioterapisti vengono cambiati ogni anno e si è perso tutto ciò”.

 

Nella sua casa ai lidi ferraresi (oggi dà una mano alla Comacchiese nei Dilettanti), Mantovani ha decine e decine di magliette. Conserva anche quella del brasiliano Tuta, di quella domenica in cui segnò il gol della vittoria per il Venezia contro il Bari. I suoi compagni non esultarono, gli avversari si arrabbiarono in maniera scomposta. “In settimana ero andato tutti i giorni a casa sua perché aveva una tonsillite molto forte – racconta – mi promise che se avesse segnato mi avrebbe regalato la maglia con dedica per mia figlia che allora era una bambina. Quando segnò, dalla panchina ci alzammo solo io e l’altro brasiliano, Bilica, per andare a esultare con lui. Poi, finita la gara, gli feci da guardia del corpo: dovevo portarlo all’antidoping, farmi dare la maglia promessa e fargli da scudo con gli avversari che sotto il tunnel lo stavano aspettando”. Ma cos’era successo? “Ma niente di clamoroso, quello che capita in campo quando due squadre si accontentano del pareggio. Nel calcio ci sono state cose ben peggiori, soprattutto negli ultimi anni, quando magari l’accordo è avvenuto per via delle scommesse. Poi le cose fatte in malafede non le vedi mai. Quel giorno al Penzo, Maniero era venuto in panca a parlare con Novellino, io gli vado incontro con la borraccia, ma lui si rivolge al mister. Novellino fa sì con la testa, poi però butta dentro un inconsapevole Tuta, che non parlava italiano e non poteva aver capito niente. Due palle messe dentro da Volpi, e al secondo cross il brasiliano fa gol. Ne parlarono molto sia in tv che sui giornali, ma non ci fu alcuna penalizzazione”.

 

Con gli allenatori i rapporti sono stati sempre buoni. “Un tempo i mister chiedevano ai massaggiatori se i giocatori parlavano male di loro o se andavano troppo a donne. Io invece non ho mai fatto la spia. A Venezia sono stato portato da Sogliano e il calciatore Simonini mi accusava di fare il doppio gioco, ma a fine campionato mi ha chiesto scusa. Ora i mister hanno uno staff talmente ampio, così tanti occhi, che non ti chiedono più queste cose. L’unica volta che sono andato in contrasto con un allenatore, è stato con Novellino per Andrea Gasbarroni. Ero l’unico che riusciva a gestirlo, era fortissimo, con numeri superiori a quelli di Flachi, che pure era un fuoriclasse e sul lettino dei massaggi si caricava prima della partita. Gasbarroni era un discontinuo e allo stesso tempo l’allenatore non lo aiutava. Era genio e sregolatezza: se aveva voglia, vinceva la partita da solo. Quando segnava, veniva in panchina verso di me, ma io sottovoce gli dicevo che gli sarebbe convenuto andare dal mister. Niente, Gasba faceva di testa sua”.

 

L’allenatore preferito di Mantovani rimane Alberto Zaccheroni, conosciuto tanti anni fa. “A livello umano il numero uno. Non avrei mai pensato facesse una carriera del genere, perché già allora era una persona troppo signorile ed educata per questo mondo”.



2 - continua. Puoi leggere qui la prima puntata.

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