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Nel Regno Unito tifare una squadra di calcio ha iniziato a costare troppo
La storia del tifoso dell’Hull City che “risparmia” andando a Marrakech ‘funziona’ perché non è eccezionale: è un sintomo. Quando andare allo stadio richiede denaro, tempo e flessibilità, il pubblico cambia forma.
Il conto, scritto a penna sul retro di un biglietto, dice più di tante analisi: per seguire l’Hull City a Millwall – Championship, non Premier – un tifoso ha stimato 140 sterline di treno, 30 di tagliando e circa 100 di hotel. Totale: 270. Con gli stessi soldi, anzi meno, si è comprato un volo A/R per Marrakech (80), un biglietto per un quarto di finale di Coppa d’Africa (16) e la stessa notte in albergo (100). È partito, ha guardato Nigeria-Algeria ed è tornato a casa con la sensazione che l’“away day” inglese sia diventato un bene di lusso camuffato da routine.
Il dettaglio che pesa è proprio la categoria: Millwall-Hull City (terminata 1-3, con i padroni di casa rimasti in dieci dal 76’) non è coperta dal tetto alle trasferte della Premier League: dal 2016-17, i club hanno rinnovato il cap a 30 sterline e lo difendono come misura di tutela per chi viaggia; dal suo avvio, l’occupazione dei settori ospiti è salita dall’82% al 91% e nella stagione 2024-25 gli away fans sono stati 953.420. Nel calcio ‘sotto’, invece, la questione resta aperta: il tema è tornato in Parlamento e nelle campagne dei supporter perché la stessa protezione non esiste in modo strutturale.
Il tifo come classe sociale inizia qui: dal biglietto, certo, ma soprattutto da tutto ciò che lo circonda. In Gran Bretagna, nel 2025 le tariffe ferroviarie sono cresciute del 5,1 per cento: con le tratte a lunga percorrenza tra le più colpite. Ogni punto percentuale è un filtro: ostacola chi non può prenotare in anticipo, chi lavora su turni, chi non può permettersi l’incognita di ritardi, scioperi e coincidenze saltate. La logistica diventa una tassa di accesso.
Dentro questo quadro, la retorica dell’esperienza “premium” scorre senza bisogno di slogan. La Football Supporters’ Association, nella sua campagna sui prezzi, parla di un’inflazione brutale: in Premier League, i prezzi sarebbero cresciuti di circa l’800% dai primi anni Novanta. È un numero da usare con cautela, ma utile per descrivere una traiettoria: la fedeltà come risorsa economica da monetizzare, stagione dopo stagione.
Non è un tema marginale neppure per i bilanci: Deloitte stima che nel 2024-25 i club di Premier abbiano generato ricavi da stadio “in avvicinamento” al miliardo di sterline. Nella Football Money League – redatta annualmente da Deloitte –, i primi 20 club europei hanno superato per la prima volta i 2,1 miliardi di euro da matchday nel 2023-24. Il messaggio implicito è chiaro: lo stadio torna a essere una frontiera di crescita e, quando cresce, tende a selezionare.
Il confronto con altri modelli serve a mettere a fuoco il punto senza moralismi. In Germania, il report della DFL indica per il 2024-25 un prezzo medio del biglietto in Bundesliga di 28,78 euro – con trasporti pubblici inclusi –, e una media per i posti in piedi attorno ai 12 euro. Non è una garanzia di uguaglianza, ma racconta una scelta: tenere una parte dello stadio agganciata a un’idea di accesso.
La storia del tifoso dell’Hull City che “risparmia” andando a Marrakech ‘funziona’ perché non è eccezionale: è un sintomo. Quando andare allo stadio richiede denaro, tempo e flessibilità, il pubblico cambia forma. Non sparisce: si ricompone. Diventa più adulto, più stabile, più compatibile con la pianificazione e con l’assorbimento degli imprevisti. Il tifo resta, ma si sposta: dai gradoni alla contabilità, dalla spontaneità alla sostenibilità. E la distanza, a quel punto, non è più geografica, è sociale.
Il calcio europeo si racconta come industria globale, e lo è. Ma la sua legittimità culturale nasce ancora da una cosa piccola e testarda: gente che si alza presto, prende un treno, si mette in coda, canta. Se quella gente diventa una minoranza “compatibile col budget”, la domanda non è quanto incassi, la domanda è: che cosa resta.
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