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Il foglio sportivo
Quando la vocazione arriva a chi fa sport
Le storie di Francesco e Elena, da calcio e karate alla vita religiosa nella stessa famiglia, la Fraternità francescana di Betania che,oltre a preghiera e vita fraterna, si distingue per l’accoglienza aperta a tutti: ricchi e poveri, giovani e anziani, soli o in gruppo
Che giri fanno due vite. Quelle di Francesco e di Elena, ad esempio, passati dallo sport alla vita religiosa, nella stessa famiglia (la Fraternità francescana di Betania). Giocava a calcio Francesco Mariotti, ruolo attaccante: “Nei campionati giovanili segnavo molto, poi sono finito a giocare come seconda punta, come ala, come mezzapunta, dove capitava e serviva, insomma”. Gli inizi al calcetto dell’oratorio (“vengo da una famiglia con una fede profonda, che ci hanno trasmesso da subito, gli ambienti frequentati erano quelli”), la trafila delle giovanili a Quarata, duemila anime alla periferia di Arezzo. Come a Manchester, anche Quarata si divide dalla notte dei tempi in due società: l’Indomita Quarata (una specie di City) e il Capolona (un simil United): “Nessuno nemmeno si ricorda più del perché nacquero e perché hanno continuato a marciare divise. La rivalità fa parte della terra, soprattutto la nostra in Toscana, ogni tanto una delle due società fallisce, si fondono e poi si ridividono, anche se il vero derby, sentitissimo, è quello contro il Subbiano”. Che sta 12 chilometri più a nord, Casentino puro.
Sempre stato amante del calcio in maniera assoluta: “Per me il calcio era un divertimento, ma importante”. Tifoso romanista, oltre all’Arezzo, la squadra della sua città, che andava a vedere allo stadio, intanto giocava. Francesco vince due campionati con l’Indomita: “Il primo anno vincemmo agevolmente la Terza categoria, il secondo anno vincemmo i play off e salimmo in Prima. Quando venne il Covid e mi trasferii alla Capolona (al costo di una cena e un rimborso benzina minimo… ndr). Il primo torneo praticamente non si giocò per il virus, del secondo disputammo solo preparazione e due partite di Coppa Toscana. Passata l’emergenza e alla ripresa della normalità mi contattò il direttore sportivo, ma gli dissi che non avevo più intenzione di giocare, senza dargli troppe spiegazioni, e non sarebbe stato facile. Non immaginavo la reazione, né lui mi chiese il perché”.
Tutto era cambiato, dentro prima che fuori. “Durante la pandemia, sentii che qualcosa di me si stava muovendo. Avevo un lavoro, facevo le cose di qualsiasi ragazzo della mia età, eppure sentivo che non poteva essere quella, la mia vita. Impossibile da raccontare con le parole, sarebbe banale e fuorviante. Di sicuro, una domenica, durante la messa nella mia parrocchia, mi capitò di ascoltare una predica del sacerdote nella giornata in cui si prega per le vocazioni, la quarta domenica dopo la Pasqua. Beh, sembrava che stesse parlando a me, in maniera diretta, sembrava che in quella chiesa fossimo solo io e lui. Ebbi una sensazione strana e al contempo bellissima. Ne parlai con alcune persone a me vicine, mi consigliarono di recarmi al Santuario delle Vertighe, a Monte San Savino, sempre vicino Arezzo, non proprio una scoperta visto che conoscevo la Fraternità di Betania e il suo fondatore padre Pancrazio. Appena entrato in chiesa mi buttai in ginocchio a pregare, mi sentivo a casa, una pace assoluta, la Madonna mi stava aspettando a braccia aperte. Ma detta così, riesci a crederci?”.
Il discernimento, la chiamata, la vocazione, l’inizio di un cammino spirituale, i voti. La madre è la prima a sapere, poi il resto del mondo, compresi gli ex compagni di squadra, gli allenatori, i dirigenti: “Con alcuni ci sentiamo e ci siamo sentiti, soprattutto con quelli con cui giocavo fin da bambino, lo hanno saputo per vie traverse. Un po’ di stupore iniziale, poi massimo rispetto, le parole, ripeto, sono superflue”. La Fraternità, oltre a preghiera e vita fraterna, si distingue per l’accoglienza: di tutti (ricchi e poveri, giovani e anziani, soli o in gruppo). Saio azzurro di ordinanza, mentre sta finendo il suo percorso spirituale nella casa madre a Terlizzi, in Puglia, dovendo descrivere Gesù, Francesco non ha dubbi: “Gesù è persona viva, l’incontro con Lui e con l’altro, con gli altri, riassume tutto”.
La seconda vita che ha virato dallo sport alla vocazione, è quella di suor Elena Tuccitto, una carriera agonistica ricca di soddisfazioni, vari titoli italiani vinti, individuali e a squadre con la Nazionale, fino alla vittoria del titolo mondiale (7 ottobre 1993) ad Algeri, karate, specialità kumite (gara contro un avversario). “I video li ha consumati tutti mio padre, rivendendoli un miliardo di volte. E quella foto del podio io in mezzo, medaglia d’oro, ai lati un’inglese e una francese. Ero molto forte, agonisticamente molto valida, tignosa. Diventai campionessa del mondo in una data non casuale, il 7 ottobre, festa della Beata Vergine Maria del Rosario, a lei dedicai la vittoria”. Per Elena, da sempre la fede precedeva lo sport (madre terziaria francescana, uno zio sacerdote, un altro monaco a Camaldoli), o meglio lo accompagnava. Tutti sapevano e vedevano: “Sempre mi facevo il segno della croce prima di salire sul tatami, sempre mi sono affidata a Maria, i risultati sono venuti di conseguenza”. Originaria di Bibbiena, sempre Arezzo, inizi nell’atletica leggera, poi un giorno insieme a un’amica si iscrivono nella palestra vicino casa. L’incontro con il karate è da subito amore puro, una palestra spirituale: “Mi colpirono i valori che erano alla base, la conoscenza e l’ascolto di sé, il rispetto, il silenzio, la meditazione, il tatami visto come incontro e ospitalità”.
Da subito sono arrivati i risultati, il karate le ha fatto girare il mondo e conoscere persone, tante. I titoli vinti sono stati la conseguenza naturale delle cose, e un dono di Dio: “Ero molto competitiva, ho sempre avuto fiducia in me stessa e in chi mi proteggeva, lo sentivo che Qualcuno mi stava portando per mano”. Quando è arrivata la chiamata, aveva già smesso con l’agonismo, ma continuava la sua vita, laurea in scienze motorie, insegnante di educazione fisica, fidanzata con il suo ex maestro di karate. L’incontro con Gesù Cristo rovescia il tavolo. “Ho sorpreso forse molte persone, ma ho capito che Dio mi voleva tutta per lui, in modo totale. Ho impiegato quattro anni prima di fare il passo definitivo, mi bloccava il pensiero di mia sorella Giovanna, nata con la sindrome di Down, da cui non volevo in alcun modo allontanarmi. Poi ho capito che ci sarebbe stato Chi avrebbe pensato a tutto e tutti”.
Messa di fronte al dilemma, tutto o niente: sceglie tutto. Mai avuto un refolo di ripensamento. Un viaggio a Lourdes insieme a Giovanna squarcia l’ultimo velo, inizia un percorso di studi teologici, poi l’ingresso nella Fraternità, alcuni anni in missione in Brasile nelle favelas (e tornarci non le dispiacerebbe… “bellissimo lavorare con gli adolescenti sul concetto della sacralità del corpo, non abbiamo un copro ma siamo un corpo, da custodire e curare, e mai da mercificare”), intanto vive nel santuario delle Vertighe, il santuario mariano più antico della zona (è dell’anno Mille), gestito dalla Fraternità di Betania, che domina la Valdichiana, al servizio delle famiglie più fragili, ascolto e condivisione, dice che “tenerezza e dolcezza sono cinture nere nella strada della vita”. Già, la strada. Dal 1965 la Madonna del santuario è la patrona dell’Autostrada del sole e, poco più avanti, c’è la “curva Fanfani”. Tutto torna.
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