Trae Young con la canotta numero 11 degli Atlanta Hawks (foto Epa, via Ansa) 

a canestro

Dal draft al disincanto: come e perché Atlanta ha rinunciato a Trae Young

Marco Gaetani

Sette anni dopo lo scambio che lo portò in Georgia al posto di Luka Dončić, Trae Young lascia gli Hawks: numeri, contratti e difesa spiegano una rottura che racconta molto del presente della Nba

Barclays Center di Brooklyn, New York, 21 giugno del 2018. Scolpita nella pietra, la prima chiamata del draft Nba per i Phoenix Suns è DeAndre Ayton, centro proveniente da Arizona, per quella legge non scritta ma vigente da decenni: se possibile, “go big”, vai sul lungo come prima cosa. A seguire, una delle scelte più discusse e discutibili della storia recente del draft, Marvin Bagley ai Sacramento Kings. Se ne potrebbe scrivere per giorni, ma è un altro affare. A scegliere con la numero 3 sono gli Atlanta Hawks, che vorrebbero un play. Anche Dallas, che ha la quinta chiamata, vuole un play. Vuole Luka Doncic. Lo chiamano gli Hawks, che però seguono da tempo, e con grande interesse, un’altra point guard, Trae Young. Mark Cuban, proprietario dei Mavericks, e il suo board, lo sanno benissimo. Alzano la cornetta e iniziano una trattativa destinata a cambiare le sorti delle due franchigie: Dallas prende Doncic, in cambio concede Young, quinta scelta in quel draft, e una prima scelta per il 2019 che sarebbe diventata Cam Reddish, fino a un mese fa disperso nel campionato lituano e ora senza contratto.

Mentre a Dallas montava la mistica di Doncic, Atlanta decideva di costruire il suo futuro attorno a questo play non particolarmente prestante nemmeno per le medie del ruolo, abituato a convivere con l’etichetta di sopravvalutato, dotato di un range di tiro devastante. Per sette stagioni, Young è stato il volto degli Atlanta Hawks, realizzatore mortifero (29,6 punti a partita già al suo secondo anno in Nba, mai sotto i 24 tolta l’annata da rookie) e una tendenza magnetica a diventare il bersaglio dell’odio dei tifosi avversari, citofonare ai sostenitori dei New York Knicks per eventuali chiarimenti. Mai, durante questo periodo, Atlanta è arrivata vicina a giocarsi il titolo, con l’unica eccezione della cavalcata del 2021 finita in finale di Conference contro i Bucks.

Adesso, a 27 anni, Atlanta ha scelto di scaricare Young, ed è uno scambio che racconta molto bene quelle che sono le dinamiche che muovono una franchigia verso una scelta di rottura. Il nucleo degli Hawks di quest’anno ha dimostrato di funzionare meglio senza Trae che in sua presenza: totalmente nullo, come da copione, il suo apporto difensivo, in una squadra che ha trovato il suo nuovo centro di gravità permanente in Jalen Johnson. Pur in una Eastern Conference segnata dai problemi dei Bucks e dei Pacers, finalisti Nba qualche mese fa e ora in totale disarmo dopo l’infortunio in Gara 7 delle Finals della stella Haliburton, Atlanta sta galleggiando in zona play-in, pur con i playoff a un passo. Young è sceso in campo soltanto dieci volte in stagione. Senza di lui, la squadra ha un record di 16-13: con lui, 2-8. E così anche un quattro volte All Star può essere preso e scambiato soltanto per scaricarne il contratto da 45,9 milioni di dollari per questa stagione (e, se vorrà, 48,9 per la prossima), ottenendo in cambio da Washington un altro contrattone dalla scadenza però certa, quello del declinante CJ McCollum, e un comprimario come Corey Kispert. Il paradosso è che il prezzo è giusto, perché l’attacco vende i biglietti ma la difesa vince le partite e, spesso, anche i campionati. E così persino un formidabile realizzatore, teoricamente ancora lontano dal viale del tramonto, rischia di cadere in disgrazia, perché in pochi sono disposti a scommettere che Young avrà un impatto sul nucleo giovanissimo di Washington mentre in tanti sono certi che Atlanta sfrutterà al meglio quella voragine contrattuale in estate, andando su un’altra stella più adatta al suo contesto. L’Nba è anche questa.

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