David Di Michele esulta dopo aver segnato al Catania con la maglia del Lecce. Era il 2012 (foto Ansa)

l'intervista

Un patrimonio di provincia. I primi cinquant'anni di David Di Michele

Andrea Romano

"Giocare in provincia fa capire le difficoltà che ho incontrato per raggiungere gli obiettivi. Il mio cammino è stato irto e questo mi inorgoglisce. I sacrifici sono stati tutti ripagati. In più il termine “di provincia” mi ricorda da dove sono venuto"

Ventun anni di carriera trascorsi tutti con la stessa missione. Avvicinare la periferia calcistica al centro. David Di Michele, 50 anni oggi, rientra infatti a pieno titolo nel filone letterario degli eroi di provincia. Ossia di quei giocatori dal talento formato maxi che hanno trovato la propria cifra non nell’accumulo di trofei, ma nell’exploit, nella capacità di aiutare club di secondo piano a vivere le annate più straordinarie della propria storia. Un copione che si è ripetuto ovunque è andato. Fino a renderlo patrimonio condiviso di almeno quattro tifoserie. 

Il titolo di eroe di provincia non le sta un po’ stretto?

Al contrario, dà lustro alla mia carriera. Il fatto di giocare in provincia fa capire le difficoltà che ho incontrato per raggiungere gli obiettivi. Il mio cammino è stato irto e questo mi inorgoglisce. I sacrifici sono stati tutti ripagati. In più il termine “di provincia” mi ricorda da dove sono venuto. 

È stato a un passo dal trasferirsi alla Juventus e alla Roma. Le pesa non aver giocato per una grande?

Un po’. Non per i mancati trofei, ma perché avrei potuto capire se fossi in grado di reggere quelle pressioni, quelle dinamiche, quella competizione interna. Lì hai solo da imparare. Il confronto con i top player mi avrebbe potuto far crescere ancora sotto il piano caratteriale.

Ha smesso dieci anni fa. Il calcio di oggi le piace?

Sono epoche diverse. Il mio era un calcio più verticale, meno manovrato, più individualista. Allora c’erano due o tre moduli, mentre oggi c’è un approccio alle partite più analitico, si valutano molti dati, anche con i match analyst, gli allenatori sono estremamente preparati. Eppure prediligo il calcio di dieci anni fa. 

La velocità ha alzato o abbassato il livello tecnico?

L’ha abbassato Una volta la tecnica dei giocatori si notava quando avevano la palla al piede. Ora si gioca con due-tre tocchi, nessuno salta tre-quattro uomini. Adesso, soprattutto con la costruzione dal basso, la velocità è tutto. Noi avevamo più tempo per pensare a cosa fare del pallone.

Si rivede in qualche ragazzo italiano di adesso?

Sugli italiani faccio un po’ fatica, anche se ci sono dei buoni giocatori. Oggi i calciatori di fantasia soffrono perché hanno meno libertà

A Salerno è diventato “Re David”

Sembrava un film. Ho esordito in Serie A contro la Roma, all’Olimpico. Nella prima stagione non siamo solo retrocessi malamente, ma tornando a casa da Piacenza sono morti anche 4 tifosi (in quella che verrà ricordata come la Strage della galleria Santa Lucia, ndr). Nell’anno dopo, in B, ho segnato 23 gol. È una piazza che porto nel cuore. Quello che loro hanno dato a me è superiore a quello che ho dato io a loro. 

Poi Reggio Calabria

Tappa fondamentale. Mi ha dato visibilità a livello nazionale. Reggio mi ha voluto subito bene e mi ha sempre sostenuto. Lì sono riuscito a maturare tantissimo. Per due anni ci siamo salvati alla penultima giornata. 

La prima volta con un suo gol in rovesciata contro il Milan

Puro istinto. Se pensi a quello che devi fare la palla non la becchi mai. È stato il gol più bello della mia carriera. Un gesto folle.

Dopo è arrivata l’Udinese. E la qualificazione in Champions

Una grande impresa. Non perché la squadra fosse scarsa, anzi, era ottima. Ma perché eravamo alle prime armi in A. Tutti dovevamo dimostrare qualcosa. Di Natale veniva dall’Empoli, gli unici esperti erano Turci, Bertotto e Sensini. Poi c’era Pizarro che all’inizio non giocava perché era un trequartista. Solo dopo Spalletti, nella sua genialità, l’ha messo regista. Eravamo sempre compatti, imprevedibili. 

A proposito, che tipo era Spalletti? 

Un mentore, un maestro. Mi ha fatto crescere sotto il punto di vista tecnico e caratteriale. Scherzava, rideva, faceva battute e controbattute, quasi mai ombroso. Si arrabbiava solo quando sbagliavamo cose banali. È stato fondamentale per me. Mi ha aiutato e sopportato. Ero istintivo, a volte sbagliavo comportamenti e scelte. Se non segnavo mi incazzavo. 

Nel 2006 ha sfiorato il Mondiale

Ho perso il mio treno. Dopo i sedici gol dell’anno precedente pensavo di giocare di più nell’Udinese. Invece Cosmi non mi vedeva. A gennaio sono andato a Palermo, ma ormai era tardi.

La sua ultima in azzurro è stata la disfatta contro la Francia dopo il Mondiale

Sì, al Parco dei Principi. Abbiamo perso 3-1. Loro erano fortissimi mentre noi eravamo in pieno ricambio generazionale. Nonostante tutto sono stato fortunato a giocare quella partita. 

Lecce, altra piazza fondamentale per lei

Lì è successa una cosa mai vista: quando siamo retrocessi, contro il Chievo, i tifosi ci hanno chiamato sotto la curva e ci hanno osannato. Non era mai successo qualcosa di simile in Italia. 

Spalletti è stato il suo maestro. Il peggior allenatore che ha avuto, invece?

Ventura. A Udine non mi ha mai preso in considerazione. Non mi ha mai capito o stimolato, non mi è venuto mai parlare. 

Da allenatore dell’Ugento, in Eccellenza, non è andata bene. Che progetto cerca?

Non chiedo la luna, ma serietà e programmazione. Voglio che quello che mi viene promesso poi venga mantenuto sul serio. 

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