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America Fiirst
È l'anno della Coppa del mondo in stile Trump: pochi tifosi, ma ricchi
Ci sono appassionati che non sanno se potranno arrivare in America, e che pur arrivando non sanno se potranno permettersi un torneo studiato per ricchi, e città che non sanno se ospiteranno partite o no. C’è un confine indefinito tra l’organizzazione e il patriottismo. Anche il calcio è piegato all’America First
Un Mondiale c’è già stato negli Stati Uniti, di recente. Quello per club, posticcia invenzione del presidente della Fifa, Gianni Infantino, per raccogliere e giustificare soldi sauditi. Ma l’immagine che tutti ricordano non è un gol, un’esultanza, un gesto tecnico, una protesta, qualcosa che c’entri con il calcio: è Donald Trump che, goffo, consegna la coppa al Chelsea (prima si era messo in tasca una delle medaglie per i vincitori, datagli da Infantino) e non se ne va, e i giocatori si guardano tra loro, con il sorriso di chi vede lo zio stralunato al pranzo di famiglia e si chiedono “ma questo quando si sposta?” e lui niente, fino al momento dei coriandoli, della celebrazione con la coppa al cielo. Cioè, a quel punto festeggiano lo stesso: i Blues e Trump che è rimasto lì. Ah, il Chelsea non sollevava nemmeno la coppa vera, ma una replica. L’originale era stata per tutto il tempo nello studio ovale della Casa Bianca come oggetto di arredamento del tycoon (che ha anche una Coppa del Mondo, di cui nessuno sa l’origine, in bella vista), che a un certo punto ha detto a Infantino e i suoi: “Ma vi serve? Dovete riprenderla?”, e loro: “Ma figurati, ne facciamo un’altra”.
Se queste sono le prove generali, possiamo essere abbastanza sicuri che l’anno del Mondiale, appena cominciato, ci porterà a parlare più di Trump che di pallone, più delle trovate del presidente americano che di partite, più della sua bromance con Infantino che di quelle imprese memorabili che poi si raccontano per anni ogni volta che si evoca una Coppa del Mondo. Va così già da mesi: le politiche aggressive dell’uomo a capo degli Stati Uniti finiscono sempre tutte per sbattere contro la realtà del Mondiale in arrivo. Ci sono tifosi che non sanno se potranno arrivare, e che pur arrivando non sanno se potranno permettersi un torneo studiato per ricchi, città che non sanno se fino alla fine ospiteranno partite o no, c’è un confine indefinito tra l’organizzazione e il patriottismo, tra il calcio e la geopolitica. Si gioca negli Stati Uniti (78 partite su 104), ma anche (le restanti) in Messico, nazione che Trump minaccia dal suo primo insediamento, e Canada, che il presidente vuole come cinquantunesimo stato americano.
C’è una specie di tregua, almeno così è sembrato il giorno del sorteggio quando tutti dovevano essere più buoni e Infantino era impegnato a umiliarsi di fronte al presidente degli Stati Uniti, per il quale aveva confezionato il premio Fifa per la Pace, creato al volo per lenire le ferite del Nobel tanto sognato e non assegnatogli. Con tale grado di sottomissione del presidente della Fifa (organizzazione che vanta più nazioni affiliate dell’Onu), nessuno poteva dire la sua e Trump ha persino tenuto il primo bilaterale dalla sua elezione con Claudia Sheinbaum, la presidente del Messico. Aveva anche ottenuto tutto il resto: ad esempio che il sorteggio, inizialmente pensato per Las Vegas come nel 1994, si svolgesse a Washington, al Kennedy Center, ora diventato Trump-Kennedy Center e vessillo del mondo Maga; o che durante lo show cringe si esibissero i Village People, con la canzone colonna sonora della campagna elettorale del presidente americano, a sua volta pronto a esibirsi nel suo balletto.
Al sorteggio aveva minacciato di non partecipare l’Iran, perché gli Stati Uniti avevano rifiutato di concedere visti a diversi membri della delegazione (tra cui il presidente della federazione calcistica persiana, Mehdi Taj), per restrizioni legate alle tensioni politiche. Poi però l’Iran ha revocato la decisione e ha partecipato alla cerimonia con una delegazione ridotta. Ma non è finita qui, perché questo punto apre la parentesi mica male di chi potrà mettere piede negli States per il Mondiale e chi no. Sono gli effetti del travel ban di Trump, che rischia di vietare ai tifosi di Iran e Haiti ogni forma di partecipazione al Mondiale, perché per loro sono sospesi i visti. Le eccezioni sono previste per “qualsiasi atleta o membro di una squadra sportiva, inclusi allenatori, persone che svolgono un ruolo di supporto necessario e parenti stretti, in viaggio per la Coppa del Mondo”, ma non per i tifosi. A questi due paesi nei giorni scorsi, per un’estensione del provvedimento anti immigrazione di Trump (in questo caso con restrizioni parziali e limitazioni all’ingresso), si sono aggiunte altre due nazionali qualificate per il torneo: Senegal e Costa d’Avorio.
Controversie che esploderanno presto e che contraddicono l’entusiasmo con cui Infantino aveva annunciato che “gli Stati Uniti accoglieranno il mondo”, perché non verrà accolto proprio tutto. E anche il mondo che potrà partecipare, dovrà vedersela con le politiche americane sull’ingresso, con il grande scudo della “sicurezza nazionale”. Con i visti, insomma. Che hanno procedure che possono essere molto lunghe, attese di settimane o mesi prima del colloquio per il rilascio. Per questo, almeno, l’Amministrazione statunitense sta tentando di porre rimedio: i tifosi che hanno acquistato il biglietto per il Mondiale salteranno la fila e avranno una procedura accelerata per arrivare al colloquio finale. “Ma il biglietto non è un visto. Non garantisce l’ammissione negli Stati Uniti – ha detto Marco Rubio – Garantisce un appuntamento accelerato. Dovrai comunque sottoporti agli stessi controlli di sicurezza. Faremo gli stessi controlli che faremmo per chiunque altro. L’unica differenza è che li stiamo spostando più avanti nella coda”.
Rimane quindi quel margine di discrezionalità che con Trump può voler dire qualsiasi cosa. Perché con lui niente è certo, nemmeno le città in cui si disputeranno le partite. Modalità già vista: provvedimenti per punire chi non è in linea con lui, minacce nemmeno velate. Per capire: il tycoon ha minacciato di spostare le gare da città che lui definisce a rischio sicurezza, dove vorrebbe mandare la Guardia nazionale, che forse non casualmente sono governate da sindaci democratici o che hanno ospitato manifestazioni anti Trump, come Boston, Los Angeles, San Francisco e Seattle. Sono città in cui si rischiano tensioni a Mondiale in corso, se le politiche repressive dovessero essere rafforzate, ma la Fifa, che decide in questi casi, non riesce a prendere posizione. Figurarsi se Infantino, accanto al presidente in ogni incontro anche di alta diplomazia, provasse a opporsi. “Gianni, posso dire che ci trasferiremo? Sposteremo l’evento in un luogo dove sarà apprezzato e sicuro”, ha detto Trump nello Studio ovale in una conferenza pubblica. E Infantino, visibilmente imbarazzato, non ha confermato, ma nemmeno smentito: “Credo che la sicurezza sia la priorità numero uno per il successo dei Mondiali”. Ma la minaccia non è finita. E se dovesse decidere la task force voluta per seguire tutte le vicende che circondano la Coppa del Mondo, giusto sapere che il presidente di questa struttura è Trump, il vicepresidente è J. D. Vance e il direttore esecutivo è Andrew Giuliani, figlio dell’ex sindaco di New York e avvocato di Trump, Rudy Giuliani. Tutto in casa, quasi in famiglia (del resto se questi Mondiali si giocano in Usa e non in Marocco è perché nel 2017 il genero Kushner, durante una visita in Arabia Saudita, sarebbe rimasto sveglio fino alle 4 del mattino per negoziare con il principe ereditario Mohammed bin Salman e assicurarsi il sostegno saudita e influenzare le altre nazioni del Golfo a sostegno della candidatura americana), e tutto anche solo per ricchi, che è un’altra scelta politica.
Per seguire il Mondiale ogni tifoso, ammesso che riesca a entrare negli Usa, dovrà pagare biglietti a costi esorbitanti (fino a 8.680 dollari, al momento, per un posto non di rilievo durante la finale), dormire in alberghi che hanno aumentato i loro prezzi anche del 300 per cento, spendere anche 175 dollari per il parcheggio. E avete presente le fan zone in cui i tifosi stanno insieme e guardano le partite sui maxischermi? Potrebbero essere per la prima volta a pagamento (già annunciato un ticket di 12,5 dollari nel New Jersey) e saranno attraversati molto probabilmente da patriottici “Freedom Trucks”, enormi camion con bandiere Usa per allineare il Mondiale alle celebrazioni del 250° anniversario dell’Indipendenza degli Stati Uniti. Perché ok, c’è il Mondo per strada, ma America First.