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il foglio sportivo

Se rubi il nome della squadra, ti faccio causa

Roberto Gotta

Il sito Front Office Sports racconta che negli Stati Uniti alcuni college hanno cominciato a inviare email e lettere tramite avvocati, chiedendo a licei che avevano copiato logo e colori di cambiare rotta, pena conseguenze legali

Quando nella seconda metà degli anni Settanta nacquero le prime squadre di football americano, in Italia, l’immaginazione batté il plagio: nonostante l’ammirazione dei fondatori per la Nfl, di cui arrivavano i primi resoconti, i nomi delle neonate furono scelti con creatività. E allora ecco Pantere Rose Piacenza (diventate poi Rhinos Milano) Frogs Gallarate, Squali Genova, Giaguari Torino, Warriors Bologna, Grizzlies e Gladiatori Roma, Saints Padova, Muli Trieste. Una miscela di nomi legati al territorio e alle tradizioni o comunque originali, perché è vero che i Saints esistevano già a New Orleans, ma l’abbinamento stretto tra Padova e Sant’Antonio giustificava pienamente la scelta. E pazienza per rari calchi tipo Rams (Milano), nati peraltro come Black Devils, che avevano comunque colori molto diversi da quelli dei (Los Angeles) Rams originali, popolari all’epoca per il film Il paradiso può attendere. 

 

Altrove non ci fu però il medesimo istinto creativo: nomi e colori di squadre professionistiche o di college in alcuni casi furono spudoratamente copiati, sperando nell’impunità o forse in una sorta di collaborazione, un fenomeno curioso e diffuso. Quel che a lungo ha stupito molti appassionati è l’apparente libertà di plagio addirittura negli Stati Uniti, dove si suppone che sia pressoché impossibile farla franca. E invece non è così, o perlomeno non è stato così per alcuni decenni, fino a che, poco tempo fa, qualcosa si è mosso, come raccontato dal sito Front Office Sports. Alcuni college, soprattutto, hanno cominciato a inviare email e lettere tramite avvocati, chiedendo a licei che avevano copiato logo e colori di cambiare rotta, pena conseguenze legali. Si tratta di casi anche sfacciati in cui la corrispondenza è pressoché totale e viola non solo il buon gusto, ma anche quel minimo di legame con il territorio che una squadra locale dovrebbe avere. Non parliamo di nomi generici come Warriors o Panthers e nemmeno di quelli ora a rischio di censura politicamente corretta come Indians e Braves, ma di plagi tipo Vikings e Patriots.

 

Se infatti Patriots può valere ovunque, e anzi sarebbe un bel soprannome molto americano, meno elegante è vedere che uno dei licei che lo usa, in Texas, ha preso dai New England Patriots anche il simbolo. In quel caso in realtà arrivò dalla squadra Nfl, alcuni decenni fa, una letterina di autorizzazione, ma ultimamente i dirigenti della scuola hanno promosso una ‘P’ maiuscola per evitare guai e fraintendimenti prima improbabili, visto che fino all’esplosione grazie a Tom Brady pochi sapevano quali colori avesse la squadra Nfl. Se la furbata, la pigrizia o la mancanza di fantasia restano fini a se stesse è un conto, ma se si tratta poi di vendita di materiale pubblicitario o magliette allora il discorso è più serio: secondo quanto dichiarato a Front Office Sports da Brandon Tucker, dirigente della società di consulenza K12 che segue proprio questioni legate ai diritti, in alcuni casi i licei che ricevono diffide da squadre Nfl o di college fanno però finta di niente, non tanto per gusto della trasgressione, ma per non dover sostenere l’onere economico di cambiarli su edifici, divise, campi, parquet e altre arene, spesso tappezzate e caratterizzate in modo pesante. La speranza dell’impunità nasce anche dalla considerazione che per una squadra professionistica sarebbe una pessima mossa, agli occhi dell’opinione pubblica, muovere avvocati e cause contro piccole istituzioni scolastiche, e in più anche il buon senso dice che è abbastanza improbabile che, ad esempio, i Green Bay Packers possano avere danni economici da ipotetici Grassville Packers che ne imitassero colori gialloverdone e G stilizzata, di forma ovale come il pallone. E a proposito di G… quella dei Packers è molto simile a quella della University of Georgia, e trattandosi in entrambi i casi di entità sportive popolarissime la perplessità di molti è sempre stata forte.

 

La risposta è che Green Bay fu la prima a usarla, nel 1961, e tre anni dopo Georgia la imitò, chiedendo però il permesso, accordato sulla base della differenza di colori (rossoneri) e di una piccola variazione al contorno della G, variazione che è spesso la via di uscita di licei colti con le mani nella marmellata. Curiosamente, alcuni anni dopo furono i Packers a modificare la propria G per renderla simila a quella di Georgia, più moderna, e nel 1967 nel giochino entrò pure la Grambling State University, che volle la G per onorare il grande Willie Davis, ex studente e giocatore che proprio con i Packers degli anni Sessanta era diventato una superstar. Va da sé che i soprannomi migliori e più riconoscibili sono quelli originali, e sono tantissimi: uno, straordinario, è quello di una scuola speciale per sordomuti, la Arkansas School for the Deaf, che scelse Leopards per poter chiamare i propri atleti ‘Deaf Leopards’ e imitare per assonanza il gruppo rock Def Leppards, originariamente proprio ‘Deaf Leopards’. Che non fece causa, ma anzi apprezzò.

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