Il calciatore del Torino Adrien Tameze (foto LaPresse)

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L'invisibile Adrien Tameze

Giovanni Battistuzzi

Quella del giocatore del Torino è una carriera di chilometri, sacrificio e presenza costante senza doversi fare notare per forza

"È simile a un blocco di pavé". E come un blocco di pavé può essere "parte di una strada dimenticata da tutti, sepolta dalla campagna del Nord, oppure trasformarsi in Parigi-Roubaix". L'allenatore David Le Frapper sapeva bene quel che diceva quando se ne uscì con queste parole nell'estate del 2015. Lo sapeva perché di ciclismo se ne interessava parecchio e ne capiva più di qualcosa. Soprattutto perché quell'uomo di ventuno anni lo aveva allenato per un anno nelle giovanili, chiedendosi sempre una sola cosa: perché a vent'anni è ancora nelle giovanili e non in prima squadra? La stessa domanda se la fecero in molti, chiunque si fosse interessato di calcio giovanile in Francia in quegli anni. Perché Adrien Tameze era considerato l'equilibratore della Nazionale francese Under 17 che solo pochi anni prima si era dimostrata bellissima e perdente tra Europei e Mondiali di categoria, non il più forte, ma, a dire di molti, il più pronto a fare strada tra i pro.

Adrien Tameze di strada ne ha fatta, ma più lentamente del previsto e lontano dai grandi centri calcistici. Una strada che l'ha portato al Valenciennes. al Nizza, all'Atalanta e poi all'Hellas Verona e al Torino. Quasi sempre a presidiare la mediana, a volte a fare la mezzala, a volte ancora in difesa, a fare il terzo di destra o di sinistra. Insomma dove serviva, sempre a disposizione, fedele alla linea portata avanti dal commissario tecnico che lo volle nelle selezioni giovanili, Patrick Gonfalone: "Un giocatore è un undicesimo di una squadra, non deve pensare a dove gioca, deve giocare e basta, ovviamente assieme alla squadra, seguire gli altri, sacrificarsi per gli altri e attirare su di sé le luci della ribalta solo quando è necessario". Insomma, un'ombra capace di farsi luce solo quando necessario.

Adrien Tameze tutto ciò lo ha preso fin troppo sul serio. Adrien Tameze più che ombra si è trasformato in invisibilità. Un'invisibilità fatta di chilometri corsi, di avversari rincorsi, di palloni recuperati e passati a chi era messo meglio in campo, di essenzialità e nessun fronzolo. Non una finta, non un dribbling da acrobata, non un controllo da wannabe fuoriclasse, solo la cara vecchia vita da mediano, ma senza nemmeno distruggersi i polmoni a rincorrere questo e quello. Perché Adrien Tameze ha sempre corso, ma ragionando anche sulle energie spese, riuscendo a razionalizzare pure le rincorse senza mai creare problemi alla squadra, anzi.

Adrien Tameze per tre anni giocò davanti Dante, difensore brasiliano con un passato al Bayern Monaco e con la Nazionale verdeoro. Di lui disse: "Mi è capitato spesso di spaventarmi, di valutare come disperata una soluzione di gioco, salvo poi accorgermi che così non era. Perché appariva Tameze e contribuiva a risolverla. Ho giocato con giocatori eccezionali, con campioni e altri spacciati per campioni ma che erano soltanto delle mezze calze. Tameze è uno dei pochi però che è stato capace di sorprendermi. Semplicemente perché non ti accorgevi di lui, però lui c'era sempre".

Non ha perso il vizio. E poco importa se ora Marco Baroni al Torino gli fa fare anche il difensore centrale. Lui continua a essere un undicesimo della squadra, del resto se ne frega.

    


    

Anche quest'anno c'è Olive, la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Piccoli ritratti, non denocciolati, da leggere all'aperitivo. Qui potete leggere tutti gli altri ritratti.

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