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Il foglio sportivo
Stanno rubando la fantasia al calcio
La denuncia di Eriksen: “Oggi conta di più la statistica”. Club e nazionali si sono ispirati al calcio spagnolo, fatto di possesso e continui passaggi. Questo tipo di approccio iper ordinato ha finito per decaffeinare i fantasisti e i dribblatori, relegati al ruolo di semplici passatori. L’analisi del gioco in Italia
Aiuto, stanno rubando la fantasia al calcio. In un’ intervista rilasciata nei giorni scorsi al Times Christian Eriksen ha parlato dell’evoluzione recente del calcio. La tesi sostenuta dal centrocampista danese è che, a suo dire, il gioco più bello del mondo stia attraversando una fase di rigetto verso i calciatori più imprevedibili, i classici elementi estrosi di una volta. “Il mio cervello è sempre stato più veloce dei miei piedi, e per fortuna lo è ancora, ma il calcio è cambiato un po’: oggi conta molto di più la statistica, c’è più Gps, più corsa ad alta velocità e conteggio dei numeri e molto meno il calcio in sé”, ha detto l’ex interista al giornale inglese. “Ormai è solo su e giù per 90 minuti, a tutto gas e si stanno un po’ perdendo quelli che potremmo chiamare i giocatori di fantasia, i numeri dieci, i dribblatori sulle fasce. Molto riguarda il modo controllato di inserirsi in un sistema”, aggiungendo poi, riguardo al suo vecchio Tottenham (in un discorso estendibile anche oltre il mondo Spurs): “Si tratta di vincere le partite, ma anche di come le affronti… spesso sono le squadre più difensive a vincere più trofei, diciamo così, ma allo stesso tempo non è così che si va avanti al Tottenham. Serve un po’ di fantasia”.
Si tratta di spunti molto interessanti, perché particolarmente veri soprattutto nel contesto italiano. In passato infatti quasi ogni squadra della Serie A poteva contare su un numero 10 di fantasia, trequartista o seconda punta e su un numero 7 funambolico nel dribbling. Italiani o stranieri che fossero i giocatori, grandi o piccole le squadre, questo tipo di calciatori non mancavano mai, sempre pronti a far vedere giocate per le quali, come si è soliti dire, valeva la pena pagare il prezzo del biglietto. Così, per ogni Roberto Baggio, Zola o Savicevicćc’era un João Paulo, un Massimo Orlando o un Francesco Dell’Anno; per ogni Bruno Conti un Rocco Pagano. Anche in tempi più recenti, agli inizi dei Duemila, quando l’atletismo è diventato più esasperato e il modo di giocare delle squadre si è diversificato in un caleidoscopio di sistemi tattici, resistevano i Totti, gli Zidane e i Del Piero, ma anche i Márcio Amoroso e i Domenico Morfeo.
Oggi invece si privilegiano il controllo della partita e l’equilibrio difensivo. Manca il coraggio di osare la giocata, quella che infiamma il pubblico, anche a costo di correre il rischio di perdere palla. A detta di Cesc Fàbregas, allenatore del Como, uno come Nico Paz, un trequartista puro, in una grande squadra all’estero dovrà probabilmente adattarsi a giocare in un’altra posizione, vista che le big europee raramente si presentano con un vero numero 10 in campo. La continua rincorsa a copiare i modelli altrui ha portato club e nazionali a ispirarsi al calcio spagnolo, fatto di possesso e continui passaggi. In Spagna però accanto a Pedri e Martín Zubimendi (centrocampisti geometrici che ricalcano le orme di Xavi e Sergio Busquets) ci sono anche giocatori estrosi. E se Yamal può essere considerata un’eccezione, un campione come ne nasce uno ogni vent’anni, che dire dei vari Fermin López, Nico e Iñaki Williams, anch’essi prodotti dei vivai locali?
Questo tipo di approccio iper ordinato ha finito per decaffeinare i fantasisti e i dribblatori, relegati al ruolo di semplici passatori. Se a ciò aggiungiamo la crescita del numero di discepoli di Gasperini e del suo modo di difendere, ecco che le partite nostrane diventano spesso sfide da O.K. Corral, dei dieci uno contro uno giocati a tutto campo, con grande pressing, duelli rusticani, falli e poche giocate di qualità. Eppure proprio per uscire da questa pressione individuale uno strumento utile sarebbe il dribbling, un fondamentale che invece in Serie A si vede sempre meno. Qualcuno ha dato la colpa di questo inaridimento di tecnica e fantasia a Pep Guardiola, primo colpevole della diffusione del verbo del calcio spagnoleggiante nel resto d’Europa, ossessionato dal controllo del pallone e della partita.
Se però è vero che questo approccio del tecnico catalano ha finito per tarpare le ali a qualcuno (si pensi ad esempio a Grealish, costretto a migrare all’Everton per ritrovare la libertà perduta al Manchester City) è altresì vero che, sotto Guardiola, calciatore quali Messi, Ribéry, Robben e De Bruyne hanno vissuto alcune fra le loro migliori stagioni. Inoltre quest’anno, dimostrandosi sempre un passo avanti agli altri, proprio Guardiola ha voluto nella sua squadra uomini dalla giocata illuminante e dal dribbling secco, affiancando al già presente Foden un’ala dribblomane come Jérémy Doku (spesso impiegato anche al centro) e un raffinato numero 10 come il francese Rayan Cherki. Al solito dunque, come per il già citato Gasperini o, per chi lo ricorda, per la rivoluzione zonista portata in Italia da Arrigo Sacchi sul finire degli anni Ottanta, anche per Guardiola vale l’assunto per cui non è tanto il capo scuola a essere il cattivo maestro, quanto invece i suoi epigoni.
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