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Il foglio sportivo

Dan Peterson, 90 anni e ancora tanta voglia di stupire

Umberto Zapelloni

L'allenatore di basket e commentatore televisivo si racconta: “Non rimpiango di non esser arrivato ad allenare in Nba. In Italia ho avuto tutto e sono diventato il numero uno”

Coach ormai ci siamo, i 90 anni stanno arrivando. Che effetto fa?

“Non mi spaventano”.

 

Ci credo, arrivarci così in forma non è facile. Qual è il segreto di Dan Peterson?

“Potrei rispondere Laura, ma poi si monta la testa… Lei mi alimenta e mi cura alla perfezione. Io ci metto del mio, tenendo sempre occupata la testa”.

 

La famosa Settimana Enigmistica?

“E non solo quella. Faccio le parole incrociate anche quelle in inglese. E poi ogni giorno distribuisco i miei blog in tutto il mondo”.

 

Non solo basket.

“Adesso sto scrivendo una serie sulla Seconda guerra mondiale. Leggo, mi documento e poi scrivo”.

 

E soprattutto hai una memoria pazzesca. Qual è il primo ricordo sportivo?

“Il 9 maggio del 1945, avevo 9 anni. Un ragazzo di 17/18 che viveva di fronte a noi, tifoso dei Chicago Cubs, mi portò a vedere una partita contro i Cincinnati Reds. Non sapevo neppure che cosa fosse la Major League… poi ho cominciato a vedere anche il football”.

 

Quindi il basket è arrivato dopo?

“Non sapevo neppure esistesse, poi un giorno andando a trovare i nonni Peterson dall’altra parte della città ho visto due ragazzi giocare in un campetto accanto alla casa. Per me era un gioco. Buttare la palla nel canestro e amen. Avevo visto due canestri anche nella palestra della mia scuola, ma ero troppo stupido per collegare”.

 

Ma perché il basket e non uno degli altri sport americani?

“Ho fatto anche l’allenatore di baseball a bassissimo livello con i ragazzi fino ai 14 anni, ma ho comunque vinto due titoli. Ma a basket ho cominciato a giocare proprio nel 1945…”.

 

E come era il Dan Peterson giocatore?

“Dico sempre discreto in una città che era piena di grandi atleti. Ma a basket finiva sempre che mi tagliavano, anche nel mio ultimo anno al liceo”.

 

La tua fortuna.

“In un certo senso. Così ho cominciato ad allenare, prima i ragazzi…”.

 

Ma anche in panchina non eri convinto di potercela fare.

“Non ero stato un giocatore, non avevo l’altezza dei giocatori e avevo dei dubbi, poi Jack Burmaster, un mio allenatore, mi disse di pensare a Eddie Hickey che era un grande tecnico dell’epoca che veniva chiamato il piccolo generale”.

 

Come è stato dire a tuo padre poliziotto che ti voleva avvocato e a tua madre che ti aveva indirizzato verso l’arte che avevi scelto di allenare?

“Avevano dei dubbi, dicevano che l’allenatore è sempre il primo a essere licenziato. Ma mi hanno appoggiato, erano genitori molto moderni”.

 

Che cosa sapevi dell’Italia prima di arrivare a Bologna nel 1973?

“Che giocavate una buona pallacanestro, avevo visto la Nazionale in semifinale a Monaco perdere con Cuba. Sapevo di Bill Bradley, che era venuto a studiare a Oxford prima di passare tra i pro, era stato ingaggiato per le coppe da una squadra di Milano”.

 

Fu facile integrarsi?

“Uno dei primi titoli ad accogliermi su un giornale di Bologna fu: Peterson chi? Immaginatevi”.

 

Porelli però ti ha sempre difeso.

“La mattina della quinta partita dopo quattro sconfitte quando i giornali scrivevano che in caso di ko mi avrebbero cacciato. Lui mi disse: resterai in ogni caso”.

 

Un grande dirigente.

“E un grande uomo, ogni pranzo o cena con lui era come un master a Harvard”.

 

Sei stato fortunato come dirigenti. Dopo Porelli hai incontrato Bogoncelli, Rubini, Gabetti, Armani…

“Aggiungerei anche Guillermo Rodriguez in Cile. Porelli mi ha fatto diventare un professionista, mi correggeva, mi diceva coach hai perso l’occasione di stare zitto. Bogoncelli era un visionario straordinario di grandissima classe, un signore sempre. Da Armani ho imparato la cura dei dettagli fin dal primo incontro”.

 

Racconta.

“Mi avevano appena chiamato ad allenare la squadra e dopo che avevo esordito vestito a modo mio, mi avevano convocato per rifarmi il guardaroba. Lui mi incontra, mi stringe la mano e mi accorgo che la trattiene più del dovuto. A quel punto dice a uno dei suoi: la manica della camicia è troppo lunga di un centimetro… provvedete”.

 

La partita della tua vita è stata la rimonta di 31 punti con l’Aris Salonicco?

“Non c’è dubbio, quando vado a parlare in qualche azienda tutti mi chiedono di quella partita”.

 

E di come l’hai preparata in silenzio…

“Non ho aperto bocca per una settimana, neppure nella partita di campionato. Prima di entrare in campo ho solo chiesto di vincere la partita e in caso volessero rimontare di pensare di farlo un punto a minuto”.

 

Quel silenzio trasmise sicurezza.

“Bob McAdoo, uno che ha vinto tutto, la ritiene la partita più intensa della sua vita. Alla fine abbracciandomi mi disse: ‘Sapevamo che ce l’avremmo fatta perché tu eri così sicuro che non ci hai parlato per una settimana’”.

 

Qual è stata la tua miglior squadra?

“Quella del triplete senza dubbio, ma anche l’anno prima avremmo vinto la Coppa dei Campioni e invece eravamo in Coppa Korac”. Un peccato aver chiuso alla fine di quella stagione a 51 anni. “È il mio rimpianto, ma ero scarico. Avessi deciso dopo un mese di vacanza… Ma non potevo far aspettare la società, non potevo rischiare che Casalini se ne andasse”.

 

Nessun rimpianto di aver detto no a Berlusconi che ti voleva al Milan? 

“Avevo chiesto a Galliani di aspettare a fine anno, non potevo lasciare l’Olimpia in piena stagione. Hanno preso Sacchi. Lo dico sempre ad Arrigo che è stato fortunato”.

 

Per la Nazionale saresti tornato in panchina?

“Io avrei detto sì solo all’Italia o al Cile. Ma Vinci non mi voleva, mi fece apposta un’offerta che non potevo accettare”.

 

Ma è vero che sei tirchio come si racconta?

“Ma se una volta ho investito anche 10 mila lire in una schedina del Totocalcio”.

 

Ricordacelo.

“Mancava un decimo giocatore per completare il sistema ideato da Casalini e Boselli. Il Gallo non voleva starci, diceva di avere un suo sistema. Allora ho dato le mie 10 mila lire”.

 

E poi?

“Abbiamo vinto 40 milioni…”. 

 

Niente male.

“L’ho capito durante la ruota prepartita a Udine quando ho visto schiacciare anche gente che non lo faceva mai come Meneghin. Ho detto a Casalini: ‘Siamo carichi oggi’. Lui mi ha risposto: ‘No coach, l’altoparlante ha appena detto il risultato che ci mancava per fare tredici’”.

 

E il Gallo?

“Ha continuato con il suo sistema… Noi invece abbiamo vinto un’altra volta, anche se molto meno... Poi il tirchio sono io”.

 

Il tuo quintetto ideale?
“Senza nominare i giocatori del Cile devo comunque fare due quintetti”.

 

Prego.

“Dico Serafini, Villalta, Driscoll, Bertolotti e Caglieris a Bologna, se poi mi permetti un altro straniero dico John Roach... A Milano direi McAdoo, Meneghin, D’Antoni, Premier e Bariviera. Però se mi fai mettere un altro straniero aggiungo Joe Barry Carroll, Schoene o Gianelli”. 

 

Sei contento di come è andata la tua vita?

“Mi chiedono sempre se non mi spiace non aver allenato in Nba, ma io in Italia ho avuto tutto. Le vittorie, l’amore, la televisione, il giornalismo, la pubblicità”.

 

Proprio come dicevi nel primo spot: sei stato un numero uno.

“Pensa che il regista di quel primo spot era stato Nanni Loy…”.

 

Ma come ti sei inventato certe frasi diventate storiche?

“Mamma butta la pasta l’ho presa in prestito da un famoso radiocronista del baseball Bob Elson che su  Radio WJJD Chicago quando la partita era decisa, diceva: mamma metti il caffè sulla stufa. Io l’ho adattata all’Italia con la pasta”.

 

È la frase che ti chiedono di ripetere più spesso?
“Quella e poi amici sportivi e… uh uh numero uno”.

 

Come ti immagini i 90 anni?

“Mi ricordo quando Montanelli compì 90 anni. Dissi cavolo 90 sono tanti. Invece ora mi sento come quando ne avevo compiuti 70 o 80. Certo non ho l’energia e la tenuta che avevo e ogni mattina quando mi sveglio mi chiedo se tutto funzionerà come il giorno prima… Però l’entusiasmo è sempre lo stesso”.

 

Mamma butta la pasta.

“Aspetta, mi piacerebbe arrivare a 100”.

 

Hai nuovi progetti?

“Vorrei scrivere altri libri e conoscere Papa Leone XIV. Abbiamo tre cose in comune: siamo americani, siamo nati a Chicago e abbiamo fatto un’esperienza in Sud America”.

 

Lui però, e lo hai ammesso anche tu, parla meglio di te l’italiano. Come è possibile?

“Lui numero uno”.

 

Intanto i tuoi 90 verranno raccontati in un docufilm “Dan Peterson per sempre Numero uno” dal 9 gennaio al cinema e poi su Prime Video.

“Un prodotto molto allegro e divertente, vedere Pittis e Meneghin che fanno la mia imitazione è stato forte”.

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