Il foglio sportivo – Storie di storie
Sciare per vivere
Due libri, due storie parallele di neve, fatica e rinascita: alla vigilia dei Giochi olimpici invernali, lo sci italiano si racconta attraverso le voci vissute di Maria Rosa Quario e Kristian Ghedina, tra eredità familiari, velocità che guarisce e un mestiere – quello dello sport – che educa prima ancora che celebrare
Archiviati i due grandi eventi tennistici, le Atp Finals a Torino e la Coppa Davis a Bologna, inizia l’avvicinamento al prossimo evento (il più globale immaginabile) che il nostro paese è chiamato, oneri e onori, a organizzare: i Giochi olimpici invernali. Fra dieci settimane la fiamma di Olimpia tornerà a splendere in Italia per la quarta volta nella storia, tre delle quali proprio per i Giochi del ghiaccio e della neve. Avviciniamoci, dunque, con Maria Rosa Quario, "Due vite. Lo slalom parallelo con mia figlia Federica Brignone" (Minerva, 2025): ci sono libri che raccontano una carriera, altri che raccontano una vita. Raramente accade che provino a farlo in due. Due vite di Maria Rosa Quario è esattamente questo: un memoir che diventa dialogo silenzioso tra una madre che ha conosciuto la bellezza (e la durezza) dello sci degli anni Settanta e una figlia che, quarant’anni dopo, ha portato quel destino a esiti ancora più luminosi. Quario non mitizza nulla, né per sé, né per Federica: racconta la fatica di viaggi infiniti, la solitudine delle piste alle sei del mattino e descrive il passaggio di un testimone invisibile: lo sci come modo di stare nel mondo, come disciplina che chiede dedizione prima ancora che talento, con il pudore e la lucidità di una donna che conosce il sistema e sa anche quanto può ferire. La due traiettorie raccontano anche la differenza fra epoche: sci, materiali, media, pressione. Un mondo che cambia, ma che resta fondato sul gesto elementare di scendere una pista affrontando le proprie paure, descritta da una madre-atleta fra corpi che cadono e sanno rialzarsi, anche con il fardello di un’eredità ingombrante. Questo slalom parallelo non è un esercizio nostalgico, non santifica la vittoria, ma la fatica, raccontando lo sport come un mestiere serio, capace di educare alla responsabilità con una forte voce femminile di fronte a un patriarcato più diffuso di quanto si pensi, soprattutto nello sport. Quario chiude così: “Non so cosa succederà domani, non so se Federica riuscirà a mettere gli sci negli ultimi giorni del suo anno di grazia. Non so se farà la sua quinta Olimpiade in Italia, non so se tornerà l’atleta vincente che è stata. Ma per me è proprio questo il bello della vita, non sapere cosa succederà tra un minuto e sperare che sia qualcosa di meraviglioso”. Chapeau.
Per simmetria, e dallo stesso editore, la seconda storia: quella di un ragazzo adolescente che perde la mamma troppo presto e cresce con il padre. Kristian Ghedina, "Ghedo. Non ho fretta ma vado veloce" (Minerva, 2025) una vita segnata dalla velocità, raccontata allo scrittore Lorenzo Fabiano grande narratore di sci e di tennis, passata entrando nelle curve senza calcolare troppo, fidandosi dell’istinto. Un autoritratto impulsivo, sincero, pieno di velocità umana prima ancora che sportiva. Ghedina è uno dei simboli più amati dello sci italiano: nel libro c’è Cortina, ci sono gli incidenti, c’è la gloria, c’è soprattutto la fame di riscatto di un ragazzo che corre per stare bene al mondo. Anche la scrittura è diretta, quasi spigolosa, ma proprio per questo coerente: racconta le vittorie senza enfasi e le cadute senza vittimismo. Ne viene fuori il ritratto di un atleta che non ha mai cercato di essere un eroe: gli bastava andare veloce e, a modo suo, anche divertirsi, perché come ha detto Alberto Tomba “diciamo che eravamo due che rallegravano un po’ l’ambiente”.
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