Foto LaPresse

il foglio sportivo

Come è strano guardare la Serie A in tedesco

Giovanni Battistuzzi

Ormai la voce dello stadio quasi non la si sente più. Perché le voci che commentano dallo stadio si sono prese tutto, sino quasi a cancellare il contesto

Era un pomeriggio nebbioso, quello di domenica 5 febbraio del 1950, quando Carlo Balilla Bacarelli si sedette su di un sedile della tribuna stampa dello Stadio Comunale di Torino e, dopo una ventina di secondi dal via delle immagini in diretta, accese il microfono per dire: “Questa è la voce dello Stadio Comunale di Torino che sta aspettando l’inizio dell’incontro che vede sfidarsi la Juventus Football Club e il Milan, valido per la ventitreesima giornata del campionato nazionale”. Più di venti secondi senza nessuna parola, solo immagini e il suono dei cori dei tifosi, per di più a inizio trasmissione. Accadesse oggi i telespettatori inizierebbero ad armeggiare con il telecomando, controllerebbero se tutto fosse a posto nella tivù o nello smartphone, inizierebbero a sentirsi smarriti. Quella però era la prima partita trasmessa quasi in diretta (in realtà in differita di qualche minuto, ma tant’è) e “munita di telecommento”, quindi nessuno di chi la vide (poca gente e solo nella città di Torino, anzi nemmeno in tutti i quartieri, visto che il segnale era trasmesso solo dal trasmettitore di Torino-Eremo) aveva un metro di paragone.

 

Per tutta la partita Carlo Balilla Bacarelli parlò pochissimo, come fece per tutta la sua carriera di telecronista, convinto che “la mia voce non doveva disturbare il telespettatore mentre si gustava l’evento sportivo”.

 

Altri tempi.

 

Non va così da un po’. Ormai la voce dello stadio quasi non la si sente più. Perché le voci che commentano dallo stadio si sono prese tutto, sino quasi a cancellare il contesto. Una presa di potere sfrontata.

 

Si dirà: è il telespettatore che paga per questo e quindi è il telespettatore che decide e se è questo che c’è, è perché è questo che vuole. Forse è così davvero.

 

Forse.

 

O forse no. 

 

Perché può capitare di sedersi sul divano, di aprire l’app della pay tv che va per la maggiore per il calcio, ma con abbonamento tedesco e stupirsi. Stupirsi di quanto è strano trovare il silenzio lì dove si è abituati a una cascata di parole. Scoprire che i cori si possono ancora sentire, che le voci dei telecronisti possono non occupare tutti i secondi di una diretta, che le immagini che vediamo su di uno schermo possono ancora parlare da sole senza essere parlate. E che quando le parole entrano in scena possono essere sussurrate e non gridate, piene di calma invece di rispecchiare furore e confusione. E poco male se non si capisce nulla. In fondo di calcio spesso non si capisce nulla, pur continuando a parlarne.

Di più su questi argomenti: