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il foglio sportivo - IL RITRATTO DI BONANZA

Sinner, "Il maestro" e il dolce potere delle sconfitte

Alessandro Bonan

Il film con Pier Francesco Favino sul tennis che uscirà in questi giorni centra un tema attuale da sempre, la crescita di un ragazzo nello sport e il ruolo dei genitori

Esce in questi giorni “Il maestro” con Pier Francesco Favino. Si parla di tennis, siamo negli anni Ottanta. Favino, una ex promessa mancata, si trova a fare da coach a un talentuoso tredicenne. Da qui una storia, un film che non so nemmeno come sia, di cui ho solo letto qualche sommaria recensione. Si sa solo che il padre del ragazzino è un ingegnere che tratta il figlio in maniera oppressiva con lo scopo di farlo diventare un campione. Il film centra un tema attuale da sempre, la crescita di un ragazzo nello sport e il ruolo dei genitori. Con Sinner siamo di fronte a un caso simile e completamente diverso al tempo stesso. L’altoatesino ha lasciato la famiglia più o meno alla stessa età del giovane talento raccontato nel film, ma con modalità opposte. Pare che Jannik, in partenza per Bordighera destinazione Piatti, abbia salutato papà Hanspeter con una semplice stretta di mano e poi, senza voltarsi, si sia incamminato verso la prima vera avventura della sua giovane esistenza. 


Da quel momento è iniziata la scalata del nostro, e sottolineo nostro, campione, fatta di solitudine, lontananza, sacrificio e asciutte telefonate a casa. Quanti sono come lui? Nessuno. Nessuno è come Jannik. Lo rimarco perché comincio a scorgere in giro, qua e là (alcuni circoli li conosco bene), padri e madri (ma soprattutto padri), che spingono i propri figli oltre i naturali limiti fisici e mentali. Il tennis in Italia è ormai sulla bocca di tutti, addirittura sta superando il calcio. Su Sinner si sta persino esagerando, scomponendo le sue scelte in tanti piccoli fumetti dentro i quali ognuno vede il bene, il male, il potente, il debole. È italiano, non è italiano. Evade il fisco, alla gogna, no chissenefrega. È bello, non è bello. Abbiamo cristallizzato la sua vita come un quadro appeso alla parete, la tv dentro la quale si esibisce. Ma per fortuna Jannik ha parlato (i fumetti parlano), e si è mosso in maniera inaspettata. Lo ha fatto in questi giorni con una bella intervista su Sky. È andato oltre lo schematico “ho giocato un buon tennis, domani vediamo”. Ha spiegato chi è, con parole semplici (tutti dovremmo assomigliare alle nostre parole), e per la prima volta ho visto un uomo.

 

E allora ho pensato al giovane protagonista del film che ancora devo vedere, ma nel quale già mi ritrovo appieno. Chissà in quale maniera lo avranno fatto crescere! Sono stato anch’io un ragazzino con la racchetta in mano, proprio come l’allievo del maestro Favino. Ero pieno di sogni e di paure. Mio padre faceva il medico, molto preso dal suo lavoro, e non sapeva nulla di me, delle mie debolezze sportive. Perdevo spesso, quasi sempre, anche se giocavo benino. Sono cresciuto con addosso la cultura della sconfitta. Oggi che mio padre mi legge (lo so che mi leggi), posso soltanto dire che quelle sconfitte sono state dolci proprio perché nessuno me le ha mai rinfacciate. Né mio padre, né mia madre, e neppure, nel corso di tutti questi anni, la vita. 

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