La lunghissima storia in bicicletta di Antonin Rolland

Il francese è il più anziano corridore in vita ad aver vinto una tappa al Giro d'Italia, la Terni-Pescara di 221 chilometri della corsa rosa del 1957
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10 MAY 25
Ultimo aggiornamento: 08:32 AM
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Andre Darrigade si congratula con la maglia gialla Antonin Rolland (a destra) durante il Tour de France del 1955 (foto Getty Images)&nbsp;<br />

E’ il meno giovane vincitore (vivente) di una tappa al Giro d’Italia (e anche al Tour de France). Ed è anche il meno giovane titolare (vivente) di una maglia rosa al Giro d’Italia (e di una maglia gialla al Tour de France). Antonin Rolland ha la bellezza di 100 anni e otto mesi, poco più di Pogacar, Evenepoel, Pidcock e Van der Poel tutti insieme.
Francese di Sainte-Euphémie, un villaggio dell’Ain, nella regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, tra acque e boschi, da anni trasferitosi a neppure una decina di chilometri di distanza a Villefranche-sur-Saone dall’altra parte del fiume, Rolland fu (qui il passato è veramente remoto) professionista dal 1947 al 1961 con una dozzina di vittorie, ma tutte prestigiose se non storiche.
Al Giro del 1957 la vittoria nella settima tappa, la Terni-Pescara di 221 chilometri, il 24 maggio, in volata su Agostino Coletto, Rino Benedetti, Alessandro Fantini e Guido Carlesi, c’era anche l’Imperatore Rik Van Steenbergen (ottavo), in classifica generale il primo era il suo amico, compagno e capitano Louison Bobet. E sempre al Giro d’Italia osò sottrarre proprio a Bobet per soli 5 secondi la maglia rosa, il 1° giugno, si era corsa la Genova-Saint Vincent di 235 chilometri, ma il primato durò 24 ore, quando Bobet ribadì la gerarchia e decollò sul Gran San Bernardo e Rolland arrivò a 10 minuti e precipitò al nono posto (poi il Giro sarebbe stato vinto da Gastone Nencini su Bobet e lui si sarebbe classificato decimo).
Rolland, nonno della campionessa di sci Marion Rolland (oro nella libera nel 2013), è descritto ancora come un anziano arzillo. Smesso di correre aprì una stazione di servizio per la Total, nel 2001 gli fu intitolata la scuola elementare del suo villaggio natale, fino a pochi anni fa girava ancora in bicicletta (“Ma al rallentatore, alla moviola”), nel 2019 tornò a indossare la sua maglia gialla di lana per celebrare i cento anni del simbolo del primato al Tour de France, un anno fa partecipò a una cicloturistica organizzata dal suo villaggio natale per festeggiare il suo centenario firmando speciali maglie gialle realizzate in suo onore, stringendo mani, posando per foto-souvenir, premiando il vincitore di una corsa giovanile. E regalando chicche – lui che era chiamato “Tonin il taciturno” - dalle sue memorie. Fra i ricordi, uno, indelebile forse perché indigesto, quello del campionato francese del 1950 nel circuito di Montlhéry. “Fuga a tre con Bobet e Camille Danguillaume, a 10 chilometri dall’arrivo due moto gettarono a terra me e Camille, Louison filò al traguardo, io mi rialzai ma la bici era spaccata, feci 200 metri a piedi prima di avere la bici di scorta, arrivai secondo. Sempre la solita storia, i fotografi volevano scattare la foto più bella e invadevano la strada”. Lui è certo: “In volata avrei vinto io, ero il più veloce”. Che peccato: “Sarei arrivato secondo al campionato francese anche nel 1953. La maglia tricolore significava tanto. A me avrebbe cambiato la vita”. Ma c’è a chi andò molto peggio: “Povero Danguillaume, non si rialzò, fu portato all’ospedale e morì quattro giorni dopo la caduta per una frattura alla tempia”.
Un po’ di rammarico anche per la maglia gialla portata 12 giorni nel 1957 e lasciata al solito Bobet: “Mi ammalai nei giorni dei Pirenei, che già era dura farli stando bene, figurarsi stando male”. Era un altro ciclismo: “Mille chilometri in più di corsa, significa ogni giorno un supplemento di 50. E poi le strade, malandate e sterrate, poi le bici, pesanti ed essenziali, poi l’abbigliamento e i materiali, inadatti, poi l’alimentazione, teorie sconfessate da studi e ricerche. Ai miei tempi un bicchiere di vino si accettava sempre, oggi i corridori lo rifiutano come se li facesse andare più piano. E poi io sentivo non solo la responsabilità della maglia, ma anche la pressione del primato. Mi sembrava che tutti gli altri corridori ce l’avessero con me e volessero farmi fuori. E’ vero che la maglia gialla suscitava rispetto, ma anche invidia, e scatenava competitività e animosità”.
Meno responsabilità e pressione Rolland subì al Giro d’Italia: “Però la vittoria di tappa ti rendeva un personaggio e la maglia rosa addirittura un re”. Anche se per un solo giorno.