Pino Taglialatela

FACCE DISPARI

Pino Taglialatela “Batman”, primatista dei rigori parati

Francesco Palmieri

L'ex portiere del Napoli detiene tuttora il primato dei rigori neutralizzati nella storia del campionato di Serie A. La sua carriera, i trucchi sul campo da calcio e qualche consiglio. Intervista

Per quarantott’ore non rientrò nella leva calcistica della classe ’68, quella cantata da Francesco De Gregori che incoraggia Nino a “non aver paura di sbagliare un calcio di rigore”. Ma fronteggiando dagli undici metri Giuseppe Taglialatela detto Pino, nato a Ischia il 2 gennaio 1969, parecchi furono i campioni che si presero paura e sbagliarono. Da Baggio a Ruben Sosa, da Signori a Batistuta. Perché Taglialatela alias Batman, portiere del Napoli negli anni del declino seguente alla gloria maradoniana, detiene tuttora il primato di rigori neutralizzati nella storia del campionato di Serie A, con una percentuale del 48,1 (Donnarumma è al 40,6 per cento, Marchetti al 39,4 per cento, Handanovic al 36,4 per cento, Buffon al 30,1 per cento).

 

Qualcuno ricorda le sue magliette personalizzate col pipistrello del supereroe. Perché la soprannominarono Batman?

Mi chiamarono così la prima volta dopo una partita a San Siro nel dicembre 1995 contro il Milan di Capello, quello degli “invincibili”. Parai di tutto, anche un rigore a Baggio.

 

Come comincia la sua storia?

Con la fortuna di vivere su un’isola dove avevamo abbastanza spazi per improvvisare campetti o per giocare sulla spiaggia, d’estate e d’inverno. In porta si mettono i più scarsi o i più grossi, ma io ci andavo per scelta. Dalla prima volta che vidi un pallone, non ebbi voglia di calciarlo ma di prenderlo tra le mani. Nel ’77 entrai nel settore giovanile dell’Ischia e imparai i primi trucchi del mestiere da un ex portiere, Michele Califano. Andavo al campo alle due di pomeriggio e alle otto di sera mi cacciavano. Nell’84/85 passai alle giovanili del Napoli dove ebbi per maestro il mio mito: Luciano Castellini.

 

Quali sono gli insegnamenti più importanti per un aspirante portiere?

Chi comincia ha sempre un lato più forte. Io per esempio ero molto più bravo ad andare a destra ma bilanciai l’impostazione, tanto che le parate più importanti della carriera le avrei fatte a sinistra.

 

Quant’è cambiato il ruolo rispetto al passato?

Prima si lavorava di più sulla tecnica di bloccare il pallone, di fare le respinte giuste indirizzandole il più lateralmente possibile. Oggi vedo parate tipo pallamano e portieri che assumono quasi il ruolo che era del libero, con il rischio di incorrere in brutte figure. Coi piedi sbagliano i fantasisti, figuriamoci i portieri. C’è un’esasperazione delle ripartenze dal basso persino quando gli avversari alzano la pressione e sarebbe meglio far salire la squadra con un lancio lungo. Ma gli allenatori vogliono così. Contenti loro… Se giocassi oggi, il mio ruolo non mi affascinerebbe più.

 

Sono cambiati anche i campi, i palloni.

Cominciai sulla terra battuta. Serviva a poco l’imbottitura dei pantaloncini: ero pieno di lividi e sbucciature, sporcavo le lenzuola di mercurio cromo, eppure non presi mai un’infezione. Ma anche in Serie A ricordo il triangolo di segatura sparsa davanti alla porta quando pioveva e s’allagava l’area piccola. A ogni tuffo ti sporcavi di fango, mentre a San Siro d’inverno il campo ghiacciato sembrava cemento. Ora i prati sono perfetti, i portieri non si sporcano nemmeno i capelli. Allora non c’era neanche il pallone unico, ma cambiava da squadra a squadra. A inizio campionato prendevamo in dote una decina di palloni di ciascun club con cui ci allenavamo nella settimana precedente la partita per abituarci a velocità e traiettoria.

 

Qual è l’attaccante che ha temuto di più?

Gabriel Batistuta. L’unico che non mi faceva dormire la notte prima: imprevedibile, poteva segnare da qualunque posizione. Ma ebbi la soddisfazione di parargli un rigore.

 

Ne parò due anche a Beppe Signori, che era quasi infallibile dal dischetto e tirava da fermo.

Lo esaminai così bene sulle videocassette che da come si posizionava capivo se calciava a destra o a sinistra.

 

Un rigore parato è un rigore sbagliato?

No, un rigore parato è un rigore parato. Il mio segreto è che studiavo ore e ore i rigoristi e avevo una buona esplosività di gambe.

 

Non cercava di distrarli agitandosi prima del tiro?

Cercavo di capirne le intenzioni fingendo di non guardare, ma li fissavo dal basso. Mi sarei vergognato a inscenare teatrini, anche se funziona quando l’attaccante non è freddo. C’è chi non sbaglia un rigore in allenamento e in partita fallisce. È una lotta psicologica.

 

Qual è il rigore più difficile da parare?

Quello tirato forte, centrale e a mezz’altezza, perché generalmente il portiere non rimane fermo, ma ha già caricato per andare a destra o a sinistra.

 

E il rigorista più insidioso?

Chi non lo è, perché non sai come tirerà. È un paradosso, ma ho parato più penalty ai rigoristi che agli altri.

 

Quali sono le parate più belle?

Quando prendi il pallone che sbuca in mezzo a venti gambe e salvi la porta. La soddisfazione dura tutta la settimana. Poi gli interventi d’istinto, sui tiri da vicino. Se non hai istinto non puoi fare questo mestiere. Quando un portiere è costruito me ne accorgo e non mi piace.

 

L’altezza conta?

Prima, chi superava il metro e 90 si dedicava alla pallavolo. Ora l’imponenza fisica è una risposta alla stazza degli attaccanti.

 

Dote irrinunciabile di un portiere?

Essere il leader della difesa. Se la comandi bene ti può salvare e puoi salvarla tu da dietro quando commette un errore.

 

Cosa si rimprovera nella carriera?

Sono rimasto al Napoli nelle stagioni buie rifiutando offerte di club importanti, eppure lo rifarei, perché da quando mio padre mi portò a vedere una partita all’allora San Paolo sognai di giocare in quello stadio. Nel ’99 passai alla Fiorentina, andai in Champions, mi trovai bene, ma le cose più belle erano dietro le spalle. Dopo la retrocessione del ’97/98, qualcosa s’era spento per sempre.

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