Foto A.S.O./Pauline Ballet  

adieu Alpi

Vingegaard-Pogacar e il duello mancato sul Col de la Loze al Tour de France

Giovanni Battistuzzi

A Courchevel vince Felix Gall, Giulio Ciccone è più a pois. La salita più alta della Grande Boucle doveva essere lo Stade Tata Raphaël di Kinshasa della grande sfida tra la maglia gialla e il suo rivale. La crisi dello sloveno ha scombussolato i piani e ha lasciato anche il danese meno felice

Il Col de la Loze è una bestia strana, multiforme, che non si può domare, solo assecondare sperando che non faccia troppo male. Era la grande attrazione della diciassettesima tappa, anche del Tour de France. Lunga oltre venticinque chilometri, gli ultimi crudeli come la miseria: sale a rampe sgraziate, a volte ripidissime, a volte un po’ meno, comunque ripide. Era la salita più alta, l’unica grande salitona con il Col du Tourmalet, l’alto palcoscenico dove mettere in scena il grande spettacolo del duello dei duelli, quello per la maglia gialla. Da una parte Jonas Vingegaard, dall’altra Tadej Pogacar, come fosse Stade Tata Raphaël di Kinshasa. L’attesa era tanta, amplificata se possibile dalla scoppola di un minuto e trentotto data dal primo al secondo. La rivincita è sempre seducente, la tentazione di cadere nell’epica del ribaltamento era enorme. Il ciclismo è sport rivoluzionario per rivoluzionari, o almeno così era in principio, adesso chissà.

Il Col de la Loze è una bestia strana, multiforme. È apparsa un giorno di agosto al Tour de l’Avenir, a farla breve la Grande Boucle per i giovani. Non esisteva prima e non solo nella geografia del Tour de France, nella geografia in generale. Era un po’ mulattiera e un po’ pista da sci, è diventata la ciclovia più alta di Francia.

Non c’era la strada che saliva al Col de la Loze, non almeno gli ultimi cinque chilometri. Non c’è stato nemmeno il grande duello di questo Tour de France. Tadej Pogacar si è staccato prima che la strada si impennasse. Ha lasciato solo Jonas Vingegaard a mettere in scena la grande rappresentazione. La maglia gialla l’ha data, a suo modo, il solito: potente, elegante, sinuoso. Solitario però, per questo meno felice.

Era contento Jonas Vingegaard all’arrivo. Contento ma non felice. Non come avrebbe voluto essere almeno. Perché un conto è staccare il proprio avversario, un altro è vederlo staccarsi quando davanti c’erano ancora i luogotenenti e il ritmo era alto ma poteva essere peggio.

Jonas Vingegaard non è un tipo espansivo, è riservato, di poche parole, a volte cupo. Non è uno che si lascia andare al giubilo, nemmeno oggi che il Tour de France è molto più suo di ieri: Pogacar ora è a 7’35”, Adam Yates a 10’45”. Nei suoi occhi c’era la soddisfazione di chi ce l’aveva fatta, ma velata dal piccolo rammarico di non averlo fatto come avrebbe voluto, quasi se l’assenza di quell’altro gli avesse tolto qualcosa. Sorridevano più i compagni nell’abbracciarlo, loro sì felicissimi, certi che ormai è fatta, che non c’è più nessuno, se non la sfortuna, a poter cambiare le cose.

Jonas Vingegaard non ha esternato la felicità stravolta e coinvolgente di Felix Gall, primo a tagliare il traguardo al suo primo Tour de France. L’austriaco era partito da Saint-Gervais Mont-Blanc con un obbiettivo: centrare la fuga di giornata. Sapeva che poteva essere una buona occasione. Sapeva di stare bene, l’aveva detto ieri: “È solo la seconda corsa di tre settimane che faccio, ma le mie gambe stanno bene, meglio ora delle prime tappe”. Sperava di poter continuare così. È andata ancor meglio di quel che poteva pensare. Quando ha accelerato nelle prime rampe della strada che non c’era è rimasto da solo. Con lui non c’erano né Simon Yates, né Rafal Majka, né Pello Bilbao, né David Gaudu, tutta gente con il pedigree ben più lungo e prestigioso del suo. Anche perché il suo è abbastanza scarno: “Ho capito tardi di poter essere un corridore valido. In realtà me l’hanno fatto capire i tecnici”, aveva detto a inizio anno. Non c'era nemmeno Giulio Ciccone che si è prodigato in scatti e ritmo per accumulare più pois possibili da applicare alla sua maglia di miglior scalatore. C'è riuscito, la porterà un altro giorno. Ha staccato Jonas Vingegaard e Neilson Powless, si è ritrovato però addosso Felix Gall e non l'aveva tenuto in conto. Se lo sono mai filato troppo Felix Gall a questo Tour de France. Felix Gall invece c'è sempre stato, ha fatto sempre il suo. Anche oggi che ha preso la fuga e ha accelerato sul Col de la Loze e dopo aver accelerato si è girato, ha visto il vuoto, è inciampato in un’espressione stupita, poi se ne è cucita addosso una sollevata, infine ha finito le espressioni: solo un ghigno di sofferenza. L’ha indossato a lungo, fino agli ultimi metri della tappa. Solo lì, sotto lo striscione d’arrivo, l’ha trasformato in un sorriso.

   

Foto A.S.O./Pauline Ballet
    

Non è riuscito lo stesso a Tadej Pogacar. Che non fosse giornata l’aveva intuito dal mattino: una toccata alla ruota di chi gli stava davanti e giù per terra. La giornata è continuata ancor peggio. Man mano che passavano i chilometri del Col de la Loze gli angoli della sua bocca subivano il peso sempre più pesante della gravità, il suo sguardo veniva offuscato da fatica e dispiacere. Non si era mai visto così Tadej Pogacar, nemmeno l’anno scorso salendo verso il Col du Granon, quello della crisi e della grande impresa di squadra e di Vingegaard. Anche quel giorno aveva bagliori di serenità. Oggi no. Oggi marcava tempesta, disillusione.

Ha fatto il possibile Tadej Pogacar per esserci al Tour de France: due gare nelle gambe, uno scafoide rotto ad aprile. Ha fatto il possibile e molto più del possibile in corsa. Forse s’era pure lui illuso di poterlo continuare a fare. E l’illusione è una bestia strana ancor più del Col de la Loze. Ieri nei ventidue chilometri a cronometro Jonas Vingegaard ha scheggiato il suo castello, oggi è venuto giù e in modo roboante. E il boato in una vallata montana si sente molto di più, fa impressione.

    

Tour de France 17a tappa. L'ordine d'arrivo e la classifica generale

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