(foto LaPresse)

Il Foglio sportivo

Libertà, non anarchia. Il sogno del Brasile modello Ancelotti

Michele Tossani

La Nazionale verdeoro aspetta il tecnico italiano dopo il Real per il Mondiale 2026. Carletto punta sui piedi buoni, senza ruoli fissi: può diventare il vero erede di Telê Santana

E così, alla fine la Cbf (la Federazione brasiliana) ha deciso di aspettare il 2024 per nominare ufficialmente il nuovo allenatore che avrà l’onore (e l’onere) di guidare la Nazionale cinque volte campione del mondo ai Mondiali nordamericani del 2026. Sì perché è proprio nel 2024 che scadrà l’accordo fra il Real Madrid e il suo tecnico, Carlo Ancelotti. E proprio Ancelotti è stato individuato dai brasiliani come l’uomo in grado di risollevare le sorti di una formazione uscita con le ossa rotte dal Qatar, dove i verdeoro sono stati eliminati nei quarti di finale dalla Croazia ai calci di rigore. La Federazione sapeva che l’allora tecnico Tite avrebbe lasciato dopo quel torneo. Nonostante ciò si è fatta trovare impreparata all’evento, limitandosi ad affidare la squadra ad un allenatore ad interim (Ramon Menezes), in attesa appunto di trovare un sostituto definitivo.

 

Ancelotti è finito da subito in cima alla lista dei preferiti di Ednaldo Rodrigues, presidente della Cbf, che non sembra dunque essersi spaventato dal contratto in essere fra Ancelotti ed il Real. In fondo dal 2024 ai Mondiali 2026 ci sono due anni buoni per lavorare su una compagine che dovrà puntare a un titolo che manca dal 2002. Dopo quel trionfo in Giappone e Corea la Nazionale brasiliana è stata eliminata ai quarti di finale in quattro delle cinque edizioni successive. L’unica volta in cui è arrivata di nuovo a un passo dalla finale è stata nel torneo casalingo del 2014, quando ci fu il Mineirazo, vale a dire l’umiliante 1-7 subito in semifinale a opera della Germania. Più di vent’anni senza un titolo. Troppo per un paese in cui ogni risultato che non sia la vittoria è considerato un fallimento. Questa astinenza val bene l’affidarsi d un allenatore proveniente dall’estero. Quasi una bestemmia per il Brasile. Quasi perché, in realtà, già in passato i sudamericani sono ricorsi a una guida tecnica che veniva da fuori. Prima di Ancelotti era toccato infatti all’uruguaiano Ramón Platero (poche partite nel 1925), al portoghese Joreca (due amichevoli nel 1944 coadiuvando Flávio Costa) e all’argentino Filpo Núñez (una amichevole nel 1965). Come si evince si tratta però di situazioni sporadiche che si perdono nella preistoria del calcio. In questo senso, quella di Ancelotti è la prima, vera scelta rivoluzionaria della Federazione brasiliana. Come potrebbe essere il Brasile targato Carletto?

 

Dal punto di vista tattico c’è da dire che, negli anni recenti, in Brasile si è sviluppato un acceso dibattito fra sostenitori di un tipo di calcio relazionale, di tradizione sudamericana e fautori del gioco di posizione di Guardiola. Il primo mette al centro del gioco la palla e la creazione di legami associativi (tecnici e affettivi) fra i giocatori collocati intorno al portatore di palla. Il secondo invece è modello che spopola da anni in Europa e che i brasiliani hanno importato contestualmente all’arrivo di tanti tecnici dal vecchio continente, per lo più portoghesi (per ragioni di lingua), come i vari Jorge Jesus o Abel Ferreira. Secondo questo tipo di approccio la priorità viene data allo spazio e alla sua occupazione. I giocatori si prendono in fase offensiva spazi predefiniti e la palla viene trasmessa da una zona all’altra. Si tratta di un modello più razionale rispetto al primo. È l’apollineo contro il dionisiaco.

 

Nel suo modo di interpretare il calcio Ancelotti è più vicino alla matrice sudamericana. Cresciuto a pane e spazio sotto Arrigo Sacchi, Carletto si è via via allontanato dalla rigida ortodossia di stampo europeo per convertirsi a un gioco più libero da strutture fisse, più fluido e asimmetrico. Tanto è vero che Ancelotti, negli ultimi anni, ha avuto problemi quando ha preso la guida di Bayern e Napoli. In entrambi i casi ereditava due squadre che avevano avuto prima di lui due tecnici come il già menzionato Guardiola e Maurizio Sarri, attenti a creare strutture rigide e bisognosi di giocatori di sistema. Al Real invece Ancelotti ha trovato terreno fertile nel dare libertà agli elementi offensivi e di maggior estro a sua disposizione. Libertà (non anarchia) che ha prodotto risultati (una Liga e una Champions vinte dal suo ritorno alla Casa Blanca) e incontrato il favore dei calciatori. Non a caso i tre brasiliani del Real (Éder Militao, Rodrygo e Vinicius Jr.) si sono esposti a supporto dell’idea di affidare a Carletto la Seleção.

 

Il Brasile di Ancelotti quindi sarebbe una formazione organizzata difensivamente, con una linea a quattro protetta da Casemiro e con ampia libertà associativa garantita ai riferimenti offensivi. A partire da Rodrygo e Vinicius. I due attaccanti del Real hanno già dimostrato quest’anno di poter essere letali sotto la guida di Ancelotti, soprattutto se lanciati in campo aperto. La nuova Nazionale verdeoro potrebbe poi riaprire le sue porte a Ganso, stella della Fluminense incompresa in Europa ma di nuovo protagonista in patria, appena è stato reinserito in un modello di futebol tradizionale. Insomma, una squadra dai piedi buoni e senza ruoli fissi nella proposta tattica. Così facendo Ancelotti non sarebbe più un tecnico straniero alla guida del Brasile, ma il vero erede di Telê Santana.

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