Per battere il grande Napoli di fine 2022 c'è voluta la prima grande Inter stagionale

Giuseppe Pastore

Le cause di una sconfitta più netta di quanto dica il punteggio vanno analizzate con serietà. Può aiutare guardare alla parabola emotiva dell'Argentina

La mattina del 6 gennaio 1873, mentre stava andando a messa, Alessandro Manzoni ruzzolò sul ghiaccio del sagrato della Chiesa di San Fedele, a poche centinaia di metri dal Teatro alla Scala, riportando un colpo alla testa che ahilui lo portò rapidamente alla fine dei suoi giorni, il successivo 22 maggio. Questo per dire che sono già 150 anni che Milano può essere assai scivolosa sotto le feste, e del resto lo sa bene il Napoli che a San Siro ci perse in una brutta notte di Santo Stefano del 2018, per non dover sempre tornare a Maradona e al Milan di Sacchi (1988). Il Napoli di Spalletti, ingiocabile da agosto a novembre, coglie dunque la prima sconfitta, il risultato che tutta Italia stava aspettando, e qui si parrà la sua nobilitate.

  

Per battere il grande Napoli di fine 2022 c'è voluta la prima grande Inter stagionale, perlomeno in campionato, dove fin qui s'era sempre regolarmente inabissata in tutti gli scontri diretti. Dimenticandosi di contratti in scadenza, distacchi a due cifre, Mondiali da buttare e altre miserie da calciatori piccolo-borghesi, tutti i vecchi cardini sono tornati a luccicare: e mancava Brozovic, per tanto tempo considerato il più prezioso della compagnia. I duelli individuali sono stati vinti tutti, a cominciare da un Barella dominante sul centrocampo più tecnico del torneo, formidabile per intensità e temperamento, fino a spingersi più volte fino (e forse oltre) le soglie dell'insopportabilità: ma il clima lo richiedeva, e comprensibilmente l'ottimo Sozza lo ha dispensato dall'ammonizione fino a dieci minuti dalla fine. Skriniar e Darmian hanno cancellato Kvaratskhelia, del quale parliamo qualche riga più in basso; Dimarco ha mostrato una notte di più il coraggio che tutti i tifosi sognano di vedere addosso a un prodotto del proprio settore giovanile, Calhanoglu si è calato per la centesima volta nel pentolone del sacrificio uscendone ancora una volta un giocatore migliore. E Simone Inzaghi non ha sbagliato mezzo cambio: il doloroso tallone d'Achille della sua gestione interista oggi non ha causato sulla testa degli 80 mila di San Siro nemmeno l'addensarsi di una piccola nuvoletta, proprio mentre Spalletti buttava dentro tutta l'artiglieria senza grossa fantasia, e senza grossi risultati. Per ultimo lasciamo Edin Dzeko, il guardiano della LuLa, il terzo incomodo in una coppia non più così granitica: quest'anno ha segnato in sette partite diverse e per cinque volte è stato il primo marcatore dell'Inter, sbloccando il risultato o firmando la rete dell'1-1 come contro Bologna o Atalanta. A 36 anni, nonostante un'autonomia sempre più limitata, si è meritato la maglia da centravanti titolare dell'Inter, esibendo tutta la duttilità e la presenza di spirito che Lukaku, pur superiore in tante cose, non ha mai avuto: sta bene nell'acqua bassa dello stagno dell'area piccola come nelle praterie di 40 metri, non si fa condizionare dagli umori e anzi li determina, con una serenità che gli fa anche rischiare sempre più spesso la giocata (come lo splendido gol al Bologna a novembre). Difficilmente arriverà a marzo in queste condizioni, ma – lo insegna la recente parabola di Giroud – il calcio delle partite ogni tre giorni è sempre più questione di momenti da afferrare e vivere a pieno, senza preoccuparsi di quanto potranno essere lunghi. A Inzaghi l'onere del principale rompicapo del mese: battezzare o no una coppia di partenza? E chi ha le caratteristiche (giuste o sbagliate) per finire in panchina più spesso degli altri, salvo essere sguinzagliato nell'ultima mezz'ora che notoriamente è la più decisiva?

 

Allo stesso modo, per continuare a pensare a quello che potrebbe essere ad aprile maggio e giugno, il Napoli dovrà subito sfoderare la poltrona del bravo analista, tirare un bel respiro e dichiarare: ok, ci siamo, vi stavamo aspettando. Prima ancora della Juventus, altra avversaria che semina inquietudine con la sola imposizione delle mani, sarà il caso di rispondere presente contro la ringalluzzita Sampdoria. Può aiutarlo la parabola emotiva dell'Argentina, un popolo che i napoletani, a torto o a ragione, considerano un po' come fratelli: prima ancora che su Messi o sui riflessi del Dibu Martinez, l'impresa qatariota è stata fondata proprio sul culto della memoria, costruendosi un castello di coincidenze grandi, piccole o insignificanti in cui credere tutti insieme. Persino perdere la prima partita il 4 gennaio al Napoli è già successo, proprio nel fatidico 1987 quando il primo scivolone era arrivato dopo Natale, quella volta a Firenze – e in entrambi i campionati vinti, nel 1987 e nel 1990, a un certo punto il menu aveva previsto una sconfitta in casa dell'Inter... Poi certo, ovviamente le cause di una sconfitta più netta di quanto dica il punteggio vanno analizzate con serietà: ribaltando l'ordine del giorno, l'uomo su cui concentrarsi potrebbe essere Kvaratskhelia, che per la sua natura da magnifico anarchico sembra sempre un po' abbandonato a sé stesso, come fa il Milan con Rafael Leao: isolarlo per esaltarlo. Ma il mantello da super-eroe non è semplice da portare, soprattutto se hai gettato la maschera da un pezzo, e la stecca di San Siro (non la prima nelle grandi partite, gli era già capitato contro la Roma) è un piccolo incidente che deve servire a ripensare le dinamiche di gioco che lo coinvolgono: il rendimento a breve termine di Kvara – che nessuno dovrebbe essere così scellerato da chiamare Kvara-dona, specialmente se si vuol bene al ragazzo – sarà l'esatta cartina da tornasole dell'inverno napoletano. Che poi, “inverno”. Lo sappiamo, c'è il global warming, ci sono le zanzare, fa un caldo atroce e ci sono escursioni termiche da deserto del Gobi pure in serie A: in 90 minuti da -8 si passa direttamente a -5. Ecco una bella secchiata di vernice per rinfrescare i muri di un campionato che da ieri ha iniziato a sudare.

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