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Il ritorno di Djokovic. La rabbia e la voglia di riscattarsi dall'inferno

Giorgia Mecca

Un anno dopo l'esclusione dagli Australian Open, il serbo torna a Melbourne per riprendersi il tempo perso. E al solito modo: controcorrente, irriducibile, fedele alla sua linea del torto marcio, sempre da solo e sempre il più forte

Non ha mai giocato così poco, non è mai stato così solo. No vax orgoglioso, bugiardo, rifiutato al suo ingresso in Australia quindi detenuto in un hotel per richiedenti asilo dove davvero i campioni ricevono lo stesso trattamento degli ultimi, di chi non si ricorda più di avere un nome e un cognome. Un re in esilio. Lo scorso gennaio le autorità australiane non usarono mezzi termini per definire Novak Djokovic: “E’ una minaccia per l’ordine pubblico”. Dodici mesi dopo, ecco che la minaccia ritorna in agguato e si aggira per l’Australia, pronto per una nuova stagione, che per lui comincerà il 1° gennaio da Adelaide. Nel 2022, annus horribilis per lui, il tennista serbo ha giocato 49 partite, tre in più rispetto al 2020, l’anno del Covid e della programmazione dimezzata. Quest’anno Djokovic ha vinto un solo torneo del Grande Slam, Wimbledon, che non assegnava punti Atp. Per il resto, dopo l’Australia, l’ex numero uno del mondo è stato escluso dalle trasferte statunitensi di marzo e di agosto. Out da Indian Wells, Miami, Cincinnati, Toronto, New York, ha dovuto rimpiazzare Flushing Meadows con Astana, i Master 1000 con il torneo Atp 250 di Tel Aviv, dove ha affrontato avversari dal ranking a tre cifre. “Nella condizione in cui mi trovo non posso davvero scegliere. Gioco dove mi permettono di giocare”, così aveva detto prima di scendere in campo a Belgrado, torneo che assegna 150 punti Atp, 1.850 punti in meno rispetto agli Australian Open. Sua colpa, sua colpa, sua grandissima colpa. E’ stata una scelta personale quella di non vaccinarsi ed è dunque sua la necessità di pagarne le conseguenze. Nole il No vax mai pentito; nell’anno del ritiro di Roger Federer, il ventuno volte campione Slam è stato considerato ancora di più un outsider, il lato oscuro del tennis, emarginato a ragione. Una minaccia appunto, come si legge nei documenti federali australiani.

 

Ha viaggiato in direzione ostinata e contraria per tutto il 2022, un anno purtroppo indimenticabile per lui, cominciato con una espulsione e finito però come forse solo lui poteva finirlo: la vittoria delle Atp Finals di Torino, l’ultimo torneo dell’anno, quello in cui si sfidano soltanto i migliori otto della stagione. E chissà quanta rabbia, quanta voglia di prendere a pugni il mondo del tennis e i suoi colleghi avversari, sempre seduti dalla parte della ragione e del politicamente corretto, sempre adagiata su frasi di circostanza: “Le regole sono regole e bisogna rispettarle”, era questo il refrain delle conferenze stampa in cui si chiedeva conto ai giocatori dell’affaire Djokovic. Sempre le stesse parole con una unica eccezione, Nick Kyrgios che, controcorrente come al solito, più volte ha detto: “Lasciate in pace quest’uomo”. Chissà quante volte a trentacinque anni, più di ottanta titoli vinti e un montepremi di oltre centoquaranta milioni di dollari, dopo avere alimentato il circus e i suoi spettatori, dopo aver fatto vendere migliaia e migliaia di biglietti  around the world, un mondo che d’improvviso lo ha rinnegato, Djokovic avrà avuto la tentazione di voltare le spalle a uno sport che in fondo non l’ha mai accettato, semmai tollerato come terzo incomodo. Chissà quanto dolore autoinflitto, quanta voglia di prendere a morsi tutti quanti, quanto sangue marcio ad osservare da lontano il suo regno senza il re. Senza considerare le difficoltà pratiche di continuare a sentirsi un giocatore e non poter giocare, la programmazione sballata, voli aerei cancellati, uno staff che ti circonda e che non sa come aiutarti, a volte non sa proprio cosa farti fare, settimane vuote, allenamenti senza senso mentre Carlos Alcaraz cominciava a vincere e vincere, a dimostrazione del fatto che le classifiche hanno la memoria corta, conta il presente e solo quello e nel presente Novak Djokovic era un desaparecido, vittima di sabotaggio della sua stessa carriera.

 

Ci si accorge del valore delle persone soltanto quando le perdiamo. Mai come in questo 2022 abbiamo provato nostalgia per Djokovic e i suoi occhi iniettati di sangue, la mano sul cuore, la rabbia repressa e sempre in agguato, come dimostra quella pallina scagliata contro la giudice di linea agli Us Open del 2020 che ha determinato la sua squalifica a riprova del fatto che la maggior parte delle sconfitte di Djokovic avviene contro se stesso e la sua parte oscura dominante su quella limpida, addirittura amabile. Mai come come quest’anno ci si è resi conto che con lui in campo il tennis è meno immune ma il livello è più alto. “Che bello essere di nuovo in Australia”, ha detto il tennista serbo. “Quello che è successo l’anno scorso non è stato facile da digerire. Voglio prendermi del tempo per ritrovarmi qui, vorrei nuotare nell’oceano e fare altre cose diverse dal solito”. La parte limpida di Djoker lo pensa senz’altro: i tuffi in mare e l’estate australiana da godersi. Ma poi c’è la parte rancorosa che ha nutrito l’ex numero uno al mondo per tutto il 2022. Non è in Australia per il rumore delle onde, a Melbourne e prima ancora ad Adelaide, Djokovic vuole ottenere vendetta. Riscattarsi dall’inferno. Dodici mesi solo contro il mondo non hanno fatto altro che alimentare il cannibale. Si perde sempre da soli e da soli si vince, nel suo caso. Controcorrente, irriducibile, fedele alla sua linea del torto marcio, sempre da solo e sempre il più forte. Ha ragione lui quando si indica la testa per mostrare il luogo in cui si decidono le partite. Con Djokovic in modalità cannibale, c’è da aspettarsi che il tennis del 2023 si giocherà tutto lì, nello spazio che c’è tra il suo orecchio destro e quello sinistro.

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