Foto Ap, via LaPresse

qatar 2022

L'Argentina sembra una nazionale italiana dello scorso millennio

Camillo Langone

L’allenatore è Lionel Scaloni e i nonni erano di Ascoli Piceno. Un portiere si chiama Franco Armani, un altro Geronimo Rulli (come lo sceneggiatore di “La meglio gioventù”). Due difensori si chiamano German Pezzella e Nicolas Tagliafico. In avanti giocano Angel Di Maria e  Lionel Messi. Borges aveva ragione: “Gli argentini sono italiani che parlano spagnolo”.

La prima cosa bella dei Mondiali di calcio del Qatar è che la nazionale italiana non vi ha partecipato. La seconda cosa bella è che la nazionale marocchina non li ha vinti, come auspicavano tanti italiani, anche di mia conoscenza, siccome “questa, di compiacere ai forti, è la natura dei popoli d’Italia” (Filippo di Commynes oltre mezzo millennio fa, ma sembra stamattina). E quando dico forti dico forti demograficamente, è chiaro. O qualcuno pensa che la potenza risieda nel numero di pensionati? Gli italiani si stanno estinguendo dal 1976, l’anno dell’avanzata comunista alle elezioni, l’anno in cui la nazionale non partecipò agli europei per la sconfitta di Rotterdam, 3-1 dall’Olanda di Cruijff, l’anno in cui per la prima volta la fecondità scese sotto il livello di sostituzione (2,1 figli per donna), ma siccome sono lenti di comprendonio cominciano a capire solo ora ed ecco che sempre più esplicitamente ammirano l’Africa giovane, tonica, prolifica. Facendo confusione tra Marocco e dintorni, dove la fecondità è in netta discesa, e Africa subsahariana, dove invece si figlia ancora alla grande. Facendo confusione un po’ per ignoranza (il 59 per cento degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno, il 41 per cento magari legge “Dammi mille baci”) e un po’ per manipolazione. In Africa, continente diviso da un feroce razzismo sia infranero (vedasi Genocidio del Ruanda) sia arabo-nero (leggasi Achille Mbembe, filosofo camerunense, “In Marocco, Libia e Algeria si è riattivato un secolare razzismo contro i neri”), qualcuno ha capito che questi circenses sono una fantastica occasione di propaganda invasionista presso le plebi europee, uno scuro cavallo di Troia nel cuore dell’Occidente dimissionario. Ad esempio l’allenatore marocchino: “Giochiamo per l’Africa, vogliamo mettere l’Africa sul tetto del mondo”.

 

Della nazionale argentina prima di ieri non sapevo nulla, mai vista una partita, mai nemmeno letto un articolo. Però in rete ci sono i nomi e i cognomi.  L’allenatore è Lionel Scaloni e scopro che i nonni erano di Ascoli Piceno. Un portiere si chiama Franco Armani, proprio Made in Italy, un altro Geronimo (come un figlio di La Russa) Rulli (come lo sceneggiatore di “La meglio gioventù”). Due difensori si chiamano German Pezzella e Nicolas Tagliafico. All’attacco giocano Angel Di Maria e il famoso Lionel Messi, pure lui di origini marchigiane. Allora Borges aveva ragione: “Gli argentini sono italiani che parlano spagnolo”.

 

La foto della formazione è un bel colpo d’occhio, profuma di antico, non soltanto i cognomi, anche le facce sono nostrane, sembra una nazionale italiana dello scorso millennio, in sottofondo potrebbero esserci Edoardo Bennato o i Righeira. Poi vado a leggermi la rosa francese: Koundè, Kantè, Dembelè, Mbappè… Vabbè. Non ho bisogno di guardare le foto. Non ho bisogno di guardare la partita. Metto “Libertango” di Astor Piazzolla, il cui nonno, un povero emigrante di nome Pantaleone, nacque a pochi metri dal luogo in cui sto scrivendo. E con Piazzolla, Scaloni, Messi mi sento per l’appunto a casa. Bella? Brutta? Vincente? Perdente? Non ha importanza, è casa mia.

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  • Camillo Langone
  • Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).