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Qatar 2022

La buona usanza di vincere tanto a poco

Giovanni Battistuzzi

È davvero irrispettoso continuare ad attaccare e a segnare quando si ha già un ampio vantaggio? Le goleade di Inghilterra e Spagna ai Mondiali e altre buone ragioni per non credere al zeroazeropartitaperfetta

Infierire deriva da ferus, è qualcosa di bestiale, nel senso di bestia, quindi, a stare a sentire gli antichi, qualcosa in antitesi all’umano. Va mica sempre così, quasi mai, la storia lo ha ribadito troppo spesso. Infierire è qualcosa di sbagliato, moralmente ed eticamente. E’ giusto accanirsi con violenza e ferocia contro qualcuno? No, perché tutto ciò porta spesso alla tortura e la tortura è davvero inumana, anche se è pratica diffusa, quasi ovunque, nonostante le leggi. Infierire è verbo crudele, a volte abusato. Va così anche nel calcio. Serviva infierire? si chiedono tifosi, giornalisti, addetti ai lavori, ma parecchio meno, al termine di partite che finiscono tanto a poco, o a zero. Non dovrebbero finire tanto a poco, o a zero, le partite; sembra sempre sconveniente quando questo accade, o almeno c’è sempre qualcuno che fa notare questo, che dice che a un certo punto serve fermarsi, evitare di continuare a segnare, non infierire, appunto. Ci si dovrebbe fermare al 3-0? al 4-0? al 5-0? Qual è il discrimine tra il vincere e vincere bene e l’infierire? Quand’è che il tanto a poco è bestiale? Lo sa nessuno, impossibile trovare un limite, anche perché è assurdo farlo. Assurdo come chi sostiene che la squadra che segna tanto manchi di rispetto a quella che segna poco, spesso nemmeno un gol.

 

Al termine della stagione 1992-1993, un giornalista chiese a Brian Clough, giunto al termine della sua carriera quasi ventennale sulla panchina del Nottingham Forest, quale fosse stata la partita più importante della sua vita da allenatore nel Nottinghamshire. Clough lo guardò scettico, fece una smorfia, si morse le labbra. Chi era presente nella sala dell’ultima conferenza stampa dell’allenatore era sicuro che Clough avrebbe sbottato, deridendo chi aveva formulato quella domanda stupida. Lo aveva fatto mille volte. Quale poteva essere la partita più importante della carriera di uno che aveva vinto due Coppe dei Campioni e una First Division alla guida di una neopromossa? Una finale o quella decisiva per il titolo, quale sennò... Clough rimase a lungo zitto, poi disse: “Quella con l’Aston Villa nel luglio del 1976. Era un’amichevole, finì 7-0 per loro. Sino a quel momento ero convinto che bastasse replicare quello che avevo fatto al Derby County (aveva vinto un campionato, ndr), per rendere grande anche il Forest. Da quel giorno aggiustai parecchie cose nella squadra: centrammo la promozione, vincemmo la First Division l’anno successivo e poi due Coppe dei Campioni di fila. Quando sento qualcuno dire che a volte è meglio rallentare per rispetto degli avversari mi dico sempre: che stronzata. Se l’Aston Villa avesse rallentato in quella amichevole io e il Nottingham Forest avremmo mai fatto la storia del calcio inglese?”.

 

Quasi mai va a finire che una batosta si trasformi nell’avvio di una rivoluzione. A volte le partite che finiscono tanto a poco, o a zero, rimangono partite che finiscono tanto a poco, o a zero, e basta, con tanti saluti al tecnico e pochissimi ragionamenti sul perché è accaduto. Anche perché spesso si colpevolizza chi vince e non chi perde.

 

A questi Mondiali in Qatar l’Iran ha preso sei gol dall’Inghilterra (segnandone due), la Costa Rica sette dalla Spagna (non mettendone a referto nemmeno uno). Si segna tanto, ovunque, in tutti i campionati, anche nella Coppa del mondo. Gli zero a zero a volte bilanciano le goleade, almeno nella media finale di gol a partita.

 

E se sono mai brutte le partite che finiscono tanto a poco, o a zero, c’è da dire che in Qatar non sono sprecate nemmeno quelle che finiscono senza gol, e mica perché zero a zero è la partita perfetta come si ostina a dire chi ha letto, o forse solo sentito, Gioanbrerafucarlo. Aveva tutta la sua filosofia del calcio Gianni Brera, una filosofia parecchio più complessa di quel zeroazeropartitaperfetta. Non sempre l’attenzione tattica, le squadre corte e compatte, il bilanciamento delle forze in campo, gli attacchi annientati dalle difese ci riempiono le due ore della partita (l’ora e tre quarti dei due tempi, compresa la pausa di metà gioco e gli inevitabili, e ormai parecchio dilatati, minuti di recupero). A volte si ha bisogno di molto di più, di un’estensione del dominio del gol, di un’espansione della festa. Ed è meglio che le squadre facciano questo, che il rischio di finire fuori da un Mondiale a causa di un cartellino, del fair play, è sempre dietro l’angolo. Chiedere al Senegal dopo la Coppa del Mondo del 2018. Il fair play è una costrizione dei meno forti per tenere a bada i più bravi. Ma questo lo diceva Brian Clough, uno che con il politicamente corretto non aveva mai avuto a che fare.

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