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Il Foglio Sportivo

Orsato in tv e il nuovo corso dell'Aia

Quarantino Fox

Arbitri in attività davanti alle telecamere. è iniziata l’era Trentalange. Scenari

Dopo anni e anni in cui agli arbitri italiani era stato raccontato che il mondo era contro di loro e che dunque dovevano restare zitti e all’erta perché appena messa la testa fuori dal campo qualche cecchino (con microfono e taccuino) avrebbe subito aperto il fuoco, si cambia registro. Alfredo Trentalange, nuovo presidente dell’Aia dopo i dodici anni di Marcello Nicchi (tre mandati consecutivi, e correva per il quarto), ha mandato il migliore dei suoi arbitri, Daniele Orsato, in tv. Ha scelto la Rai, per ragioni istituzionali e di visibilità e – soprattutto – ha deciso di mandare un arbitro in piena attività. Non un pensionato magari rimasto ai regolamenti dei primi anni Duemila, come sovente è accaduto, e che la Var non sa neppure cosa sia se non per quello che vede in tv. No, Orsato domenica era in tv e il giorno prima arbitrava Spezia-Parma di Serie A, partita con tanto di episodio controverso subito chiarito.

 

Rischio altissimo, diceva qualcuno, invece se l’è cavata alla grande: risposte chiare, brevi e puntuali. Come era naturale che fosse, l’attenzione di media, tifosi e mangiarbitri improvvisati o di professione si è subito appuntata su quell’Inter-Juve di tre anni fa (aprile 2018) quando Orsato non mandò sotto la doccia Pjanic estraendo il secondo cartellino giallo, il che avrebbe arrecato un chiaro danno ai bianconeri coinvolti nella lotta scudetto. L’arbitro ha ammesso l’errore spiegando che essendo troppo vicino al fattaccio non si è reso conto della gravità: “Per me è stato un contrasto fisico in volo e l’ho valutato sicuramente male”. Chi non ha mai messo in bocca un fischietto è subito partito all’assalto, parlando, dalle tribune fameliche dei social – Facebook e Twitter in testa – di scudetto “rubato al Napoli” e di primo caso in cui “un arbitro sbaglia perché troppo vicino”.

 

Al di là di certi deliri, quel che davvero conta e che andrebbe discusso è quanto Orsato ha detto alla fine della trasmissione, rispondendo a una domanda del conduttore Enrico Varriale: “Lei non arbitra l’Inter da quella partita. Tornerebbe ad arbitrarla?”. Orsato, tranquillissimo, ha detto di sì e che “la domanda va girata al designatore, io vado dove mi mandano”. Insomma, se la sua strada non si è più incrociata con quella dei nerazzurri la responsabilità non è a lui imputabile. Ecco il vero problema: per quale motivo il designatore Nicola Rizzoli non ha mai più destinato all’Inter il miglior arbitro italiano del momento dopo il pensionamento di Gianluca Rocchi? Oltre a essere assurdo – ai tempi di Casarin, Orsato avrebbe diretto l’Inter due settimane dopo quelle polemiche per la teoria sempiterna e saggia che prima si chiude un caso e meglio è per tutti – tutto ciò non fa altro che alimentare le teorie cospirative. Il ragionamento normale, di chi non è addetto ai lavori, è logico: se il capo degli arbitri non gli fa arbitrare più l’Inter, sanno di averla combinata grossa.

 

Come smentire tale idea? Impossibile, se effettivamente da tre anni Orsato – che nel frattempo ha arbitrato una finale di Champions League, non la finale del trofeo paesano di fine agosto – non può dirigere l’Inter. Di tempo ce ne sarebbe stato in abbondanza e si sarebbe potuto sfruttare in pieno la triste coincidenza degli stadi vuoti e – pensando alla scorsa estate – il calendario compresso con una partita dietro l’altra, il che lasciava poco tempo alle polemiche e alle discussioni sui singoli errori. Si è preferito, invece, cedere alla realpolitik, lasciando incancrenire una situazione, neanche potessimo contare su una squadra di venti e più fischietti cloni di Collina o Concetto Lo Bello. E’ un gran peccato. Orsato ha 45 anni, si parla di possibile deroga (anche perché l’Aia non vorrà subire lo smacco di andare ai Mondiali in Qatar senza arbitri, visto che a scorrere la lista degli attuali internazionali c’è da piangere) e chiudere quel capitolo nefasto sarebbe buona cosa per tutti. E’ probabile che nella nuova Aia più aperta e meno barricadera di Alfredo Trentalange ciò accadrà. Resta il fatto che si è perso troppo tempo.

 

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