girodiruota

Le Alpi al Tour sono una chanson de geste

Giovanni Battistuzzi

La Grande Boucle si è arrampicata sul Cormet de Roselend seguendo un pezzo di quel serpentone d'asfalto che unisce l'acqua salata a quella dolce scavallando tutto il meglio delle Alpi: la Route des Grandes Alpes

La Route des Grandes Alpes è un pesce d’avventura. Di nascita marittimo, d’elezione d’acqua dolce, per vocazione d’alta quota. Naviga verso le nuvole, risale le vette montane nel modo ondivago dei grandi cacciatori. Ha un istinto vagabondo e inquieto, quello tipico dei personaggi dei romanzi dell’epica cavalleresca. Perché la Route des Grandes Alpes è ormai l’ultima resistenza dell’immaginario, un percorso che rifugge dall’attualità, che rimane immerso in un mondo antico e immaginifico, fatto di cavalieri erranti e leggende, di battaglie e amori tormentati. Forse anche per questo, e non solo per i luoghi che attraversa, che piace tanto al ciclismo. 

 

La Route des Grande Alpes è una storia d’acqua che spunta dal Mediterraneo, a Nizza, e sfocia nel lago di Losanna. O viceversa, perché una strada non ha mai una sola direzione, avanza e rinviene da due lati. E quando si trova davanti un monte lo scala e lo discende allo stesso modo. Una strada è doppia, per direzione e per identità, ha in sé la sofferenza e tranquillità, dipende da come e da dove la si affronta.  

 

Un giorno del 1955 Fausto Coppi si ritrovò a pedalare con Raphaël Géminiani e altri amici francesi tra Sallanches e Ginevra e, mentre percorreva la Route du Chinaillon, planando verso valle dal Grand-Bornand, si accorse delle smorfie che deturpavano il volto di una coppia di ragazzi che saliva verso la cima. All’amico confidò di stupirsi sempre quando, mentre affrontava una discesa, vedeva la fatica nei volti altrui. “È molto strano che chi pedali per piacere non si renda conto al nostro pari ma noi stiamo correndo, della meraviglia che li circonda”. Géminiani raccontò che gli rispose che pochi sono i grandi pedalatori, pochissimi i campioni, nessuno come lui. 

  

La Route des Grande Alpes è un viaggio nella meraviglia d’alta quota, scavalla sei volte i duemila metri, varca sedici passi, attraversa gran parte del meglio che le Alpi francesi hanno da offrire. Si immerge soprattutto in una toponomastica che ha preso a man bassa spunto dall’immaginario medievale, dalla tradizione della chanson de geste. E anche quando così non è stato ha storpiato nomi, adattato leggende, imbellito al meglio possibile la sua immagine. 

Foto LaPresse

Le Alpi francesi sono una menzogna “che è bellissima e affascinante e conturbante ma sempre menzogna è”, scrisse Antoine Blondin, evidenziando poi che “nient’altro che la menzogna ci permette di attaccarci alla vita, osservare la magnificenza di ciò nel quale siamo immersi”. Parlava di Tour de France, di ciclismo, ma forse non solo di questo. La Route des Grande Alpes tocca la prima vetta alpina sul Col de Castillon, da sud, dal Col de Gets, da nord. In ogni caso ouverture per un viaggio tra santi e fede (Col de Saint-Martin, Col de Lautaret, Col de l’Iseran, Col de Vars), bestie (Col de la Colombière) eroi germanici (Galibier e Izoard), epica cavalleresca. (Serre Chevalier, Cormet de Roselend, Col d’Aravis). 

  

 

La Route des Grande Alpes è un viaggio ad alta quota che il ciclismo non ha mai mancato di percorrere. Per decenni o da nord o da sud, allo stesso modo, lungo una rotta consueta e consolidata. Mai l’ha abbandonata, sebbene ogni tanto l’abbia solo sfiorata. Nemmeno in questo Tour de France senza vette d’altissima quota, la Grande Boucle si è arrampicata qui. L’ha fatto sul Cormet de Roselend, rendendo onore ai due cavalieri erranti di cui è la tomba. Una tocca che sfiora il cielo verso il quale avevano alzato la spada contro gli invasori.

Di più su questi argomenti: