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Dall'alta moda al grande calcio. Chi è Alessandro Lucci, agente

Alessandro Rimi

“Il calcio ha un’anima”. L’amicizia con Serginho da cui è iniziato tutto, l’operazione Bonucci, il cuore di Florenzi. “Senza tifosi allo stadio non è lo stesso”

Nel numero di sabato 20 giugno il Foglio Sportivo ha iniziato una serie di interviste a procuratori per raccontare il mondo del calcio e del mercato visto dalla parte di chi fa muovere i soldi. Sono già stati intervistati Davide Lippi, Alessandro Moggi, Silvio Pagliari e Giuseppe Bozzo.

 


 

La voce vibra e trasmette carattere. Alessandro Lucci sa parlare e convincere. Da ragazzo, negli anni del militare, gli chiedevano di imitare calciatori e presidenti. Vedeva i superiori piegarsi dal ridere e così si guadagnava permessi speciali. Convincente, appunto. Il papà e lo zio giocavano da professionisti, lui nasce e cresce nella capitale, con una passione travolgente per il pallone. Nondimeno il suo è un percorso tortuoso che parte da lontano. “Da ragazzo iniziai a lavorare in una boutique di alta moda che portava il marchio iconico di Gianni Versace – dice al Foglio Sportivo – e con il tempo scalai le gerarchie: da fattorino a venditore, fino a diventare socio. Nel corso degli anni presi parecchi contatti con figure internazionali del mondo dello spettacolo, dell’arte e, ovviamente, del calcio. Per me quello store al centro di Roma era come una vetrina sul mondo. Venivano, tra gli altri, tanti calciatori importanti: era il tempo della Roma di Totti, Cafu e De Rossi, della Lazio di Cragnotti. Dopo quindici anni, Alen Bokšic mi disse che secondo lui sarei potuto diventare un grandissimo agente. Sai vendere e hai appeal, mi disse. E così cominciai sul serio. Con me c’era Alessandro Lelli, amico di vita e socio fondatore dell’agenzia, due gocce nell’oceano”. Siamo alle prime battute, alle porte del nuovo millennio, a caccia della persona giusta. “Nei primi otto mesi trovai parecchie difficoltà ad approcciare i calciatori – continua Lucci – Erano gli anni di Zaccheroni al Milan e, tramite Cafu che avevo conosciuto in boutique, incontrai Serginho. Nacque un feeling speciale, lavorai per portarlo al Middlesbrough, ma alla fine non se ne fece nulla”.

 

“Intanto passavano i mesi – continua Lucci – mi scoraggiai, pensai addirittura di mollare e, invece, proprio in quel momento, lo stesso Serginho mi contattò per chiedermi di prenderlo in procura. Ricordo che parlai con incredibile calma e disinvoltura, come stessi al telefono con Stefano Olivieri della Giulianova Berretti. La mia famiglia mi chiese chi fosse, raccontai loro i dettagli, seguì un’esplosione emozionale”. La strada per diventare grande passa da qui. Non tutti, seppur capaci, riescono a incrociarla. È qualcosa che ha molto a che fare con la fiducia. “Serginho puntò sull’uomo – spiega l’agente – anche lui mi disse che sarei diventato uno dei più grandi. È l’inizio di tutto, l’attimo in cui realizzai che avrei fatto calcio nel mondo, il via a un’escalation di nuovi assistiti (Roque Júnior, Vucinic, Taddei, Julio Baptista, ndr) che in pochi anni spinsero l’agenzia tra le prime in Italia. Oggi World Soccer Agency è una delle realtà più apprezzate al mondo. Il brand ingloba la silhouette di Serginho: a lui devo tutto, è un fratello di vita”.

 

Sliding doors. Con l’obiettivo sempre vivo nella mente e una filosofia da trasferire. “Perché da solo sei limitato, mille risorse insieme fanno la differenza. Così si alza l’asticella, puoi conseguire risultati straordinari e, per questo, vado sempre alla ricerca di persone talentuose. Serginho è stata la mia chance nella vita: ha enormi capacità di convincimento, un know how pazzesco. Abbiamo aperto un’agenzia a Rio che di fatto copre Brasile, Argentina, e Uruguay. In Europa siamo a Londra, entro quest’anno a Madrid grazie a un altro fratello di vita che è Julio Baptista, ed entro il 2021 anche in Germania. Un’organizzazione scrupolosa per una copertura mondiale. Quando mi guardo alle spalle vedo una corazzata, non so di chi essere più orgoglioso”. WSA cresce, assume le sembianze di un impero globale, le forme organizzative e strutturali di un top club di calcio. “Roma e Milano sono le nostre sedi italiane – spiega il procuratore – ma abbiamo un’area amministrativa in tutte le location del pianeta. Quindi un’area scouting che, dopo aver visionato oltre 150 partite, dalla massima serie all’Under 16, produce dossier insieme a Wyscout ogni fine settimana, con particolare attenzione al Sudamerica. Ci affiancano manager, notai e avvocati, nutrizionisti e mental coach, fiscalisti internazionali, specialisti nei rami assicurativo, immobiliare e del private banking. Un team di circa cento persone, pronto a offrire un servizio a 360 gradi per gli atleti che ne fanno richiesta”.

 

Il calciatore coccolato, protetto, spinto verso il cielo. Entra in famiglia e sposa un modello. “Vorrei continuare a essere un punto di riferimento per i miei ragazzi – sottolinea Lucci – mettere a disposizione dei nuovi arrivati le mie esperienze di vita. La mia è una missione umana, ancor prima che professionale. I calciatori non mi chiamano solo per argomenti di campo, ma anche per affrontare questioni di vita privata, contattano un fratello maggiore. Io sono un creativo, do tutto per migliorarmi ogni giorno, ma voglio anche e soprattutto aiutare i miei assistiti, specie se giovani, a maturare come persone. Gestiamo calciatori che sono già campioni affermati, ci esaltiamo nell’ottimizzare e nel dare equilibrio a chi potenzialmente può diventare più grande. È stato così con Florenzi, Cuadrado, Correa, Muriel e altri ancora. Il guadagno non è mai solo in denaro. Il contratto viene sempre dopo”.

 

A proposito di contratti, ce n’è uno, anzi due, che in qualche modo hanno segnato il cammino di Lucci: Leonardo Bonucci dalla Juventus al Milan e ritorno. Bellezza, incanto e nostalgia. “Parliamo di un ragazzo incredibile – racconta Lucci – Un calciatore diverso, tenace, orgoglioso e dalla personalità enorme. Per accettare l’idea di lasciare la Juventus, con la quale esiste un legame indissolubile, serviva molto coraggio. Sono momenti di vita inaspettati. Leo si sentiva ferito dentro, ma andare via non è stato semplice. Quando lo proposi al Milan sembrava una situazione impossibile, poi finì per diventare il calciatore più pagato in Serie A. Un blitz che volli chiudere subito per evitare l’insurrezione dei tifosi, effetti esterni che avrebbero potuto far saltare la trattativa. Tanto di cappello per l’uomo Leonardo. Andava in un club il cui obiettivo era quello di candidarsi al titolo, dopo aver speso 200 milioni sul mercato”. Abbracci, sorrisi, voglia di interrompere il dominio bianconero. E invece fu un disastro. Passano i mesi e le voci si fanno grosse: Leo intende fare ritorno a Torino. “Non era una questione di destinazione – dice Lucci – È come quando entra in crisi un amore che poi, passata la fase calda, torna in mente intensamente causando sofferenza, perché sai che non è finito davvero. Voleva tornare Leonardo, non Bonucci. L’uomo, prima del calciatore. Avevamo iniziato a parlarne già parecchi mesi prima della fine del torneo. L’impossibile che diventa ancora possibile. Sembrava una follia: in tre mesi di lavoro, abbiamo montato una triangolazione complicatissima che pure includeva Higuain e Caldara, peraltro appena era arrivato alla Juve”.

 


Foto LaPresse


 

Lo scacchista che in una mossa muove più pezzi, pur rispettando le regole. Se non è magia, è qualcosa destinata a lasciare tracce. “Ma non ho mai pensato che una particolare trattativa potesse migliorarmi sul piano professionale – rivela l’agente – In questo modo continui a stare sempre sul pezzo. Dopo il ritorno di Bonucci alla Juventus, però, ho capito che avevamo appena compiuto un capolavoro: un’operazione sicuramente di blasone, ma soprattutto di genialità, perseveranza e alto acume strategico. Gratificazione che diventa emozione pura quando aiuti un ragazzo a realizzare un suo desiderio”. Il passo indietro del leader. Simbolo e bandiera. In Italia qualcuna ancora c’è. A Roma, per esempio, balza in mente Florenzi. “Alessandro è uno dei ragazzi più puri e sani che abbia mai conosciuto – ammette Lucci – Un amante dell’amore. Ha fatto una scelta che è quella del romanismo, giusta o sbagliata non lo so. Quello che so è che due anni fa, quando era a scadenza con i giallorossi per motivi di ritardo legati al club, lo aspettava un contratto quinquennale molto importante all’Inter di Spalletti. All’età di 27 anni ha rinunciato davvero a tanti soldi pur di rimanere a Roma. Detto questo, le bandiere stanno scomparendo. Oggi è difficile esserlo per i troppi interessi e la sovraesposizione degli atleti. Il tifoso vive di passione, è emozionalmente vulnerabile, un atteggiamento lo porta a cambiare immediatamente idea. Basta un attimo per distruggere quindici anni d’amore. E poi ci sono anche le società che spingono alla cessione: vent’anni fa, Sensi e Berlusconi si sarebbero rovinati se avessero venduto Totti e Maldini, oggi invece i club ti dicono che nessuno è incedibile”. Per questi e tanti altri motivi è importante apparire, ancor più che parlare, nella maniera più limpida che esiste.

 

“Ho sempre pensato che la comunicazione sia un aspetto fondamentale – dichiara Lucci – Rispetto alla mia età non ho vissuto da protagonista la nuova era comunicazionale, ma ho capito come cambia la quotidianità nel mondo. Per questo è in corso una ristrutturazione della nostra area che prevede l’inserimento di alcuni professionisti di spessore. Ci affidiamo anche a un’agenzia partner che per noi rappresenta un benchmark. Diventeranno campioni di una comunicazione differente. Quelle che vedo sembrano tutte stereotipate, noi invece punteremo su qualità, fantasia, classe e gusto, senza mai cadere nell’eccesso”. Rappresentato invece da questo calcio frenetico che stronca il respiro. Il pallone che rotola senza sosta, in un silenzio mai stato tanto rumoroso. E il mercato costretto a viaggiare comunque. “La concomitanza richiede maggiore fantasia – avvisa il procuratore – In questo senso, quanto a consulenza su formule nuove e scambi creativi, l’incidenza degli agenti sarà maggiore. Fino all’estate del 2022 vedremo valutazioni meno protagoniste, trasferimenti con l’inserimento di contropartite, pagamenti splittati. Uno scenario diverso dal passato, dove i più bravi faranno la differenza. Quello che stiamo vedendo però è un calcio senza anima. Non si può privarlo dei tifosi, non può vivere senza quell’adrenalina capace di sparigliare le carte in campo. I calciatori lo sanno da sempre, adesso lo stanno vivendo in prima persona. Mancano determinazione e magia”. Eppure c’è una squadra, tra le altre, che sprizza determinazione e magia da tutti i pori. Quasi vìola le leggi umane e, non a caso, porta il nome di una Dea. “L’Atalanta ha costruito un mondo grazie a una proprietà straordinaria e un organigramma di livello, Gasperini è un guru, non più solo un allenatore: potrebbe diventare il Ferguson di una squadra che incarna qualità, intensità, tecnica, poesia del calcio. Sono estremamente curioso di vedere chi arriverà in finale di Champions. La Dea sta diventando quello che il mondo si aspettava da dieci anni, per questo oggi non si può non pensarla come futura anti-Juve. Va a prendere giovani che si rivelano poi straordinari, calciatori ideali per il contesto, con operazioni che sommate tutte danno vita alla perfezione. Muriel, preso per 20 milioni, oggi vale il doppio. Luis è riuscito a dare forma al suo genio: aveva deciso di essere soltanto un ottimo giocatore, ma quest’anno gioca da campione vero”. Al contrario, Alessandro Lucci ha provato a giocare da campione fin dal principio. Ha visualizzato il primo traguardo dandogli forma un attimo dopo. Un solo scopo: creare un pattern che porti l’etichetta dell’unicità. “La mia massima aspirazione è quella di arrivare il più in alto possibile – conclude l’agente – attraverso una filosofia che vorrei desse un imprinting diverso nel nostro mondo professionale. Non mi interessano le classifiche, non è gratificante essere soltanto il numero uno. È il come lo sei che fa la differenza, con il calciatore al centro del mondo nella sostanza”. Lo racconta la storia: i numeri contano, lasciare un segno molto di più.

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