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70 anni senza “rischio zero”

Il 13 maggio del 1950 a Silverstone si correva il primo Gran premio di Formula 1, davanti a centomila spettatori. Nomi, numeri e fenomeni di uno sport in cui chi corre sa che non potrà mai essere del tutto sicuro

13 Maggio 2020 alle 16:03

70 anni senza “rischio zero”

foto LaPresse

La prima volta erano in centomila. La prossima non potranno entrare neppure i congiunti. Dopo 70 anni di vita la Formula 1 si trova per la prima volta ad affrontare un avversario più veloce dei suoi piloti. Mercoledì 13 maggio festeggerà il settantesimo compleanno a motori spenti, in attesa di cavalcare un sorriso nuovo in Austria a inizio luglio, rigorosamente a porte chiuse. Il 13 maggio 1950 a Silverstone, in un vecchio aeroporto militare del Northamptonshire, c’erano anche Re Giorgio VI e la Regina Elisabetta ad assistere al Gran premio d’Europa, tappa inaugurale di uno sport che con il passare del tempo si è trasformato in business, ma in fin dei conti è sempre governato dalla stessa regola originale: vince chi arriva davanti a tutti al traguardo. Il programma ufficiale di quella prima volta recitava: “I piloti normalmente non devono sottoporsi a un allenamento fisico intenso. Moderazione nel mangiare, bere e fumare è sufficiente perché lo sport motoristico è un test per il cervello piuttosto che per la forza muscolare”. Le fotografie dell’epoca confermano, anche se una certa forza di braccia sembrava proprio essere richiesta. Ascari, Gonzalez, lo stesso Fangio non avevano certo un fisico da atleti. L’età media dei quattro piloti schierati in prima fila quel giorno era di 43 anni con Luigi Fagioli che arrivava addirittura dal secolo precedente, essendo nato nel 1898; nel 1955 quando partecipò al Gran premio di casa sua a Monaco Louis Chiron aveva 55 anni, 9 mesi e 19 giorni, un record che non verrà più battuto. Nel 2015 Max Verstappen è diventato il più giovane debuttante della storia partecipando al Gran premio d’Australia a 17 anni, 5 mesi e 15 giorni: oggi la Formula 1 è uno sport per bambini cresciuti a kart e Playstation. Negli anni dell’esordio era uno sport per vecchi, uomini che avevano cominciato a correre prima della guerra e poi si erano dovuti fermare. Fangio quando cominciò il Mondiale aveva già 39 anni, un’età in cui oggi i piloti o cambiano categoria o vanno a godersi i loro denari. Juan Manuel ha vinto il suo primo titolo a 40 anni e il quinto a 46. Sebastian Vettel il suo primo titolo, quello del record di precocità ancora imbattuto, lo ha conquistato a 23 anni, 4 mesi e 11 giorni, praticamente la metà dell’età dell’ultimo di Fangio.

 

Lo sport è cambiato molto nell’anagrafe oltre che nell’abbigliamento. Correvano con tute leggere, caschi che assomigliavano a delle scodelle e a malapena riparavano dai moscerini, occhialoni da motociclista o da aviatore. C’era chi si teneva un sigaro tra le labbra, chi indossava il papillon. Avevamo mezzo busto o quasi esposto all’aria. Oggi stanno sdraiati nell’abitacolo, avvolti da tute che con prendono fuoco neppure tra le fiamme, protetti da caschi integrali che stanno diventando a prova di arma da fuoco. Negli anni Cinquanta la velocità media di una pole position era di 170 chilometri orari, nell’ultimo decennio ha superato i 223. Le monoposto oggi sono missili che senza alettoni decollerebbero come un jet militare, anzi quei jet, come dimostrò Villeneuve negli anni Ottanta, li battono pure, ma sono mille volte più sicure di quelle che riempiono le foto in bianco e nero dei primi anni. Vetture storiche come l’Alfa Romeo 158, la Maserati 250 F, la Ferrari 500 di Ascari o le Mercedes W196 che probabilmente i piloti di oggi si rifiuterebbero di guidare in gara perché troppo pericolose. La Formula 1 ha sempre rappresentato il vertice della tecnologia automobilistica e negli anni ha permesso di introdurre soluzioni che poi sono diventate comuni per gli automobilisti di tutti i giorni. Pensate al cambio al volante che ormai montano anche le utilitarie. Lo inventò la Ferrari all’inizio degli anni Novanta per aiutare i piloti che fino ad allora arrivavano alla fine di una Gran premio come quello di Montecarlo con le mani piagate e sanguinanti dopo 47 cambiate a ogni passaggio per 78 giri, il che ci porta a oltre 3.600 cambiate in meno di due ore di gara tra guardrail, muretti, boutique di lusso, alberghi a 5 stelle, yacht ancorati in via di fuga. Con il passare degli anni le auto di Formula 1, pur aumentando la velocità media, hanno continuato a diminuire i consumi e oggi con la tecnologia ibrida sono arrivate a percorrere i 300 km di un Gran premio con 140 litri di carburante. Consumi che sarebbero folli in autostrada, d’accordo, ma che sono quasi economici viaggiando a 240/250 chilometri orari di media.

 

Quel 13 maggio a Silverstone davanti a tutti c’erano quattro Alfa Romeo e sotto la bandiera a scacchi furono tre quelle che finirono prima degli altri con il solo Fangio ritirato. Il primo vincitore, diventato poi anche il primo campione del mondo, fu Giuseppe “Nino” Farina, laureato in legge con l’hobby costoso delle automobili e quello non meno dispendioso delle signore. All’inizio la Formula 1 era una sfida tra auto italiane con l’Alfa Romeo dominatrice delle prime 9 gare, poi superata dalla Ferrari che cominciò a vincere solo nel 1951, sempre a Silverstone. La prima vittoria di un’auto straniera (escludendo le gare di Indy) fu quella della Mercedes di Fangio nel Gran premio di Francia del 1954, la 36esima gara del campionato. La Ferrari, che debuttò solo nella seconda gara del campionato, è l’unica sempre presente in 70 anni di Mondiale e quest’anno dovrebbe festeggiare il suo millesimo Gran Premio, numero a cui dedicato la monoposto 2020 chiamandola SF1000. L’appuntamento era per il GP di Francia, adesso bisognerà aspettare di capire quale calendario verrà stilato per aggirare il virus. Il prossimo sarà il Gran premio numero 1019 (la Ferrari è a 991), in 70 anni ci sono stati 764 piloti, 108 vincitori, 33 campioni del mondo e si è gareggiato in 69 circuiti di 32 nazioni diverse, il Vietnam dovrebbe essere la 33esima. La Formula 1, cominciata come uno sport molto italiano e inglese, ha velocemente conquistato il mondo, faticando solo a far breccia negli Stati Uniti dove ha sempre avuto vita difficile nel sottrarre appassionati alla Formula Indy o alla Nascar. Alla loro voglia di girare in tondo. Adesso che il carrozzone è di proprietà di una media company a stelle e strisce qualcosa potrebbe anche cambiare con molto lavoro sui social e sulle regole per trasformare quello che era diventato un grande business in uno sport che riesca ancora a sorprendere con vincitori diversi e gare più combattute. Dopo la vittoria di Kimi Raikkonen con la Lotus al Gran premio d’Australia del 2013 hanno vinto soltanto tre scuderie: Mercedes, Ferrari e Red Bull. E questa prevedibilità non piace. O almeno piace soltanto a chi vince.

 

A vincere più di tutti finora è stata la scuderia che ha partecipato più di tutti: la Ferrari. Con i suoi 16 mondiali Costruttori e 15 piloti domina l’albo d’oro anche se l’ultimo successo tra i piloti risale al 2007. Ci sono state astinenze più lunghe, come i 21 anni trascorsi tra il titolo di Scheckter e il primo di Schumacher nel 2000. Schumi è il re delle classifiche, ha vinto più mondiali (7) e più gare (91) di tutti gli altri, ma Lewis Hamilton è lì pronto a scavalcarlo alla ripartenza con 6 titoli e 84 Gran premi. Dovendo scegliere sette piloti simbolo per i settant’anni del campionato con Schumacher e Hamilton ci metterei Senna, Fangio, Prost, Lauda e Clark. Con Stewart e Moss a giocarsi un posto tra i magnifici sette. Enzo Ferrari diceva che “quando un pilota non ha più ambizione, è il momento di dire basta, di piantarla con le corse. L’ambizione sconfina con l’incoscienza, perché se un pilota comincia a vagliare il rischio significa che la passione è scemata. Diventa un uomo normale”. Perché i piloti di ieri, come quelli di oggi sono uniti soprattutto da due cose fondamentali, la passione e il coraggio. Fangio e Leclerc, oltre al talento che è la base per ogni campione, non hanno nulla in comune se non la passione e il coraggio. La passione li ha portati ad emergere, spesso partendo da zero, il coraggio permette loro di non pensare come, pur con le auto di oggi, la Formula 1 non potrà mai essere uno sport sicuro al cento per cento. Te lo scrivono anche sui pass d’accesso ai circuiti: “Motorsport is dangerous”. E quella pericolosità resta, inutile negarlo, un’attrattiva irresistibile. Senza scordare che “il secondo è il primo dei perdenti”, come diceva Enzo Ferrari, tanto per aggiungere un po’ di pepe a un piatto già bello ricco.

Umberto Zapelloni

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