Il poeta del ring

Maurizio Fiorino

Una nuova biografia racconta la vita al limite di Arthur Cravan, che inventò così tante versioni di sé da smarrire la verità

Poteva pure intitolarsi Storia di un influencer ante litteram, la deliziosa biografia dedicata al “solo, autentico nipote di Oscar Wilde, principe della boxe, laureato in Lettere, direttore di Maintenant, rivista ad alta tiratura, insomma: Arthur Cravan” (citazione: egli stesso), pubblicata dai tipi della Johan & Levi. Invece si intitola “Arthur Cravan – Una strategia dello scandalo” e l’ha scritta Maria Lluïs Borràs, studiosa, fra le altre cose, del dadaismo, del quale Cravan fu precursore assoluto. O un influencer, se la si vuole dire coi termini d’oggi.

 

Nacque a Losanna nella primavera del 1887 e fu battezzato col nome di Fabian Avenarius Lloyd. Un D’Annunzio made in Svizzera

La storia del “poeta dai capelli più corti del mondo” si conosceva solo grazie al passaparola e a un piccolo libro uscito per Adelphi un paio d’anni fa, “Grande trampoliere smarrito”. Quello che sarebbe diventato una sorta di D’Annunzio made in Svizzera – “due metri di altezza e cento chili di muscoli” – nacque a Losanna nella primavera del 1887 e fu battezzato col nome di Fabian Avenarius Loyd. Chissà se, adolescente in pieno periodo freudiano, capì quanto il carattere di sua madre avrebbe influenzato il suo futuro. Ricca, venale e tendente al facile lamento, Hélène St. Clair a un certo punto divorziò dal marito e si invaghì d’un medico. E’ grazie alle sue lettere (si firmava Nellie) che si è potuta ricostruire la vita del giovane Fabian. Alle lunghe missive di risposta al suo innamorato, che amava parlarle di Ovidio, Verlaine e Baudelaire, elencava tutti i mali che l’affliggevano. Raffreddori, indigestioni, insopportabili mal di testa e nevralgie spaventose. Una vera e propria drama queen che, costretta a portare i bambini in montagna, scriverà a un’amica: “Ti scrivo su una carta di un colore luttuoso che ben si addice al mio stato d’animo. Ho molto male allo stomaco, alla testa, e ho un ascesso in bocca. Dio, che tempo orribile! Una vera fatica, la montagna”.

 

I bambini sono Otho, il maggiore, e Fabian. “Non riesco a inculcargli in testa le più piccole regole. Non ho mai visto in vita mia una testa così dura” scriverà quando il secondogenito compirà sette anni. Tre anni dopo verrà espulso dalle scuole elementari per cattiva condotta e, appena adolescente, si mette in testa di andarsene in California a fare il raccoglitore di arance, e lo farà. “Troverai la mia lettera irritante ma non ho niente da dirti”, scriverà a sua madre poco più avanti. “Non badare alla mia scrittura. Sono il più bravo dei bravi”. Nel frattempo, il suo alter ego italiano aveva da poco pubblicato “Il fuoco e le sue trovate”, e le cronache d’amore con la Duse erano sulla bocca di tutti. Chissà cosa pensava, l’adolescente Fabian, di D’Annunzio. Certo è che, tornato per qualche settimana ospite nella casa del patrigno a Losanna, svaligerà una gioielleria.

 

Poi se ne scappa a Parigi, all’epoca crocevia dei ragazzi d’Europa. Ci va per farsi un nome, e il nome che sceglie è quello che gli rimarrà appiccicato addosso per tutta la vita: Arthur Cravan. Ruba la compagna del pittore Hanri Hayde, la dolce Renée, e, pur non smettendo mai d’amarla fino alla fine dei suoi giorni, qualche anno dopo sposerà un’altra donna, inventandosi d’essere disturbato da una “funesta pluralità”, ovvero l’inclinazione ad amare più persone nello stesso tempo. Mentre suo fratello Otho, anche lui approdato a Parigi, frequenta i posti bene, lui preferisce quelli male, e bazzica soprattutto la Closerie des Lilas, un circolo letterario che riuniva sotto lo stesso tetto, fra gli altri, Paul Fort, Apollinaire, Marcel Duchamp. Di fianco, al numero 5 di rue Denfert-Rochereau, si organizzano incontri di boxe su un ring improvvisato e Cravan, dopo qualche ora di allenamento, dirà di essere un pugile. Guardandosi bene, specifica la biografa, “dal farsi sentire dai veri grandi della boxe”.

 

“Mi sento davvero bene solo in viaggio. Quando resto a lungo nello stesso posto, la stupidità mi sopraffà”, scrive alla moglie

Sulla sua esperienza da pugilatore bisognerebbe scriverci un film. Perché se è vero che diventerà campione di Francia dei pesi mediomassimi, è vero anche che il suo avversario, all’incontro, non si presentò. “Fabian Lloyd ha vinto senza combattere, cosa doppiamente spiacevole per lui e per noi, che avremmo desiderato vederlo tirare i suoi colpi” uscì scritto una rivista. Il match successivo lo oppose a Cussot Brien ed è sempre grazie ai giornali dell’epoca che sappiamo come andarono le cose. Nel primo round “Brien attacca, tocca duramente Lloyd con un dritto allo stomaco che lo manda a terra. Nel secondo round non è in grado di continuare. Brien vince”.

 

“Il mio talento è sproporzionato rispetto al mio corpo così vigoroso, ma crescerà. Un piccolo circolo di amici, pittori, poeti e musicisti mi sostiene. Mi chiamano il Dio”, scriverà al patrigno, mentre sua madre, al fratello, dirà “povero, povero Faby! Come persuaderlo che è sulla via della follia? Sarà preda di tutti quei porci e non potrò salvare né lui né il suo denaro che finirà in mano a quei maiali”. Nellie, che odia Renée più di qualsiasi altra persona al mondo – più della montagna! – da quel momento in poi non sborserà più un solo centesimo per suo figlio. E per mantenersi, Cravan s’inventerà dal nulla una rivista letteraria, Maintenant, quasi interamente scritta da lui, che venderà su un carrettino all’uscita dell’ippodromo Gaumont di place Clichy e per le vie di Parigi. Per pubblicizzare la prima uscita, si fingerà morto. Poi si improvvisa conferenziere. “Questo Arthur Cravan è un omone biondo e sbarbato, vestito con una camicia di flanella sbottonata, con una cintura rossa, un pantalone nero e scarpe con tacco, ha parlato, danzato, boxato”, ha lasciato scritto Paris-Midi, e Dio sia lodato che quella sera era presente un giornalista dello storico quotidiano. “Prima di parlare ha tirato qualche colpo di pistola poi ha sparato, tra il serio e il faceto, le più grandi insensatezze contro l’arte e la vita. Elogia gli sportivi, superiori agli artisti, elogia gli omosessuali, i ladri del Louvre, i folli ecc. Leggeva in piedi dondolandosi e, ogni tanto, rivolgeva violenti insulti alla sala”. Un’ultima conferenza – annunciata in pompa magna con le seguenti parole: “Questa sera ai Noctambules, in rue Champollion 7, Arthur Cravan, nipote di Oscar Wilde, parlerà, danzerà, boxerà. Wilde ha lasciato opere postume, la più curiosa delle quali è suo nipote” – non avrà mai luogo poiché, invece di presentarsi all’appuntamento, Cravan fa a pugni in un ristorante. Finisce in galera per oltraggio, sua madre scriverà a Otho di soffrire d’insonnia per “la condanna a otto giorni di carcere con 1 fr di multa. Per non parlare delle spese legali”. Che donna. Ma apriamo una piccola parentesi su Wilde. Perché Cravan stava a Wilde quanto Fabian stava al titolo di campione dei pesi mediomassimi. Ovvero: sì, okay, ma. In pratica, la zia di suo padre, Constance Mary Lloyd, era sposata con Oscar Wilde. Tutto qui. Cravan non incontrò mai Wilde, né seppe di averci un legame di sangue finché non fu adolescente.

 

Dopo Parigi se ne scappa a Barcellona. Lo scoppio della Grande Guerra è alle porte e la città spagnola ha fama di essere anticonformista e patria dei disertori. Al Club Marítimo, sul porto, inizia a dare qualche lezione di boxe e l’ennesima, eclatante occasione gli si presenta qualche mese dopo il suo arrivo, quando il leggendario pugile di colore Jack Johnson, “venticinque anni, alto 1,98 100kg di peso”, decide di lasciarsi sfidare da un Cravan “modesto, simpatico, di carattere angelico, ma di forza erculea con i suoi centosei chili”. Il match, e tutto ciò che ruota intorno ad esso, diventa l’evento dell’anno. Un cronista locale che si occupa di seguire Cravan, riporta che il nostro beniamino “si allena con grande fiducia e, secondo noi, forse troppa”, ed è grazie allo stesso giornalista che sappiamo come andò a finire l’incontro. “Il bianco era spaventatissimo dal primo round. L’avversario lo ha fiaccato con qualche corpo a corpo, poi gli ha piantato tre diretti allo stomaco devastanti” e cade a terra. Ko.

 

Pochi allenamenti di pugilato e diventa campione di Francia dei pesi mediomassimi. Il suo avversario, però, non si presenta

E’ chiaro pure ai muri che Cravan usò la Spagna e l’incontro solo per racimolare qualche soldo e per cruzar el chardo, ovvero andarsene in America da disertore. E il caso, di nuovo, vuole che sulla Montserrat, la nave che dopo diciassette giorni lo avrebbe fatto approdare a New York, tra i vari fuggiaschi viaggiava anche Lev Trotsky, il rivoluzionario sovietico che, a proposito del viaggio, sul suo diario annotò di aver incontrato “un pugile, all’occasione letterato, cugino di Oscar Wilde” che avrebbe preferito “sfasciare la mascella a dei signori americani con un nobile sport piuttosto che farsi fracassare le costole da un tedesco”. E fu così che Cravan arrivò a Manhattan, all’alba del 13 gennaio del 1916, quattro anni dopo l’affondo del Titanic. Non ci saremmo stupiti se fosse sopravvissuto anche a quella tragedia.

 

L’isola, in pieno fermento bohème, era divisa in due. Una parte, quella intorno a Central Park, era occupata da artisti e intellettuali. Un’altra, il Village, era il ritrovo preferito di radicali, anarchici, suffragette e di ribelli col libro di Marx nella tasca dei pantaloni. “Speriamo che accalappi una ricca ereditiera finché è ancora desiderabile” scriverà sua madre a Otho. L’occasione per farsi conoscere al pubblico statunitense arriverà subito, ovvero quando Duchamp lo invita a tenere una conferenza alla Society of Independent Artists. Davanti a un pubblico accorso numerosissimo per conoscere colui che continua a spacciarsi come il nipote di Oscar Wilde, Cravan si presenta alla serata, racconta il Sun, “scortato da fedeli entusiasti che lo hanno accompagnato fino alla tribuna dell’oratore”. Arriva, fa una verticale, cade a terra. Rialzatosi, si sfila la giacca, il gilet, poi “monsieur si era liberato del colletto, annodato un fazzoletto attorno al collo e aveva lasciato cadere sulle anche le sue bretelle di seta”. Infine, rimasto con addosso solo un paio di mutandine striminzite, caccia “un ululato che ha coperto il fracasso e lo stridio dei treni della New York Central”. Come se ciò non bastasse, qualche sera dopo si presenta a un’altra conferenza coperto solo da un lenzuolo e con in testa un asciugamano. “Dopo aver guardato con disprezzo la folla eterogenea di coppie danzanti ha deciso di farsi notare lasciandosi cadere di dosso il lenzuolo e liberandosi di tutto ciò che indossava dalla vita in su”, scriverà il New York Herald.

 

Arrivò a Manhattan, all’alba del 13 gennaio del 1916, quattro anni dopo l’affondo del Titanic. Il viaggio in nave con Lev Trotsky

In quei giorni statunitensi incontra la poetessa Mina Loy e decide di sposarla. All’inizio dell’estate se ne va a Philadelphia, a Baltimora e nel Maryland. Poi raccatta un amico e, insieme, partono per il Canada e lo attraversano da sud a nord. Per spostarsi, si travestono da soldati e fanno l’autostop, dormendo in aperta campagna. “Facciamo tappe da giganti perché grazie alle nostre uniformi quasi tutte le macchine ci caricano”, scriverà alla moglie. Così conciati arrivano nel New Heaven, nel New London, poi Boston, e dopo aver cambiato diciassette automobili, arrivano a Portland. “Mi sento davvero bene solo in viaggio. Quando resto a lungo nello stesso posto, la stupidità mi sopraffà” dirà, ancora, a Mina, in una delle sue ultime lettere, prima di partire per Buenos Aires e poi in Messico.

 

Ricordate quel film di Tim Burton, “Big Fish”, in cui un figlio è alle prese con suo padre in fin di vita che, per tutta la vita, non ha fatto altro che raccontargli bugie? Alla fine, il figlio capirà che suo padre è quello che è, non ci può fare niente, se non assecondarlo fino all’ultimo respiro. Forse, da anziano, Arthur Cravan sarebbe diventato un tipo alla Edward Bloom, ovvero il papà bugiardo del bimbo protagonista di “Big Fish”. Il problema è che, nell’autunno del 1918, Arthur Cravan, dopo aver messo incinta Mina Loy, sparisce dalla faccia della terra senza che nessuno sappia più niente di lui e senza aspettare di veder nascere sua figlia, Fabienne. L’ultimo articolo che lo riguarda, parla di un incontro di pugilato in cui, “cominciato il secondo round, quale non fu la sorpresa degli spettatori nel vedere Cravan, forte com’è, crollare sul ring e, scaduti i dieci secondi regolamentari, essere dichiarato dall’arbitro ko”.

 

“Capisci, se si è realmente sposato e Fabienne è una figlia legittima, allora erediterà la parte del suo sfortunato padre”, scriverà sua madre. Ad oggi, centodue anni dopo, nessuno sa esattamente quando e in quali circostanze è morto Fabian Avenarius Loyd. Otho, suo fratello, sarà l’autore anonimo di un testo, pubblicato dopo la Seconda guerra mondiale, che riporterà in auge il personaggio di Arthur Cravan, facendolo diventare l’idolo dei giovani poeti. Dopodiché iniziò a vivere nella solitudine più totale, rifiutando di parlare con chiunque e disfacendosi di qualsiasi fotografia, lettera o ricordo che lo legava a suo fratello.

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