Tra Roberto Baggio e Socrates

Mauro Berruto

Nel corso della settimana che si sta concludendo, rispettivamente il 18 e il 19 di febbraio sono nati due dei più geniali calciatori del football moderno

Chissà se c’entrano gli influssi astrali o l’oroscopo, sta di fatto che nel corso della settimana che si sta concludendo, rispettivamente il 18 e il 19 di febbraio (cuspide tra Acquario e Pesci) sono nati due dei più geniali calciatori del football moderno: Roberto Baggio e Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, meglio noto come Sócrates.

 

Il primo è stato capace di manifestare sul campo di gioco grazia e maledizione allo stesso tempo: purissimo talento finito in un contenitore fragile, quel suo corpo così drammaticamente martoriato. Il secondo è stato un genio bohémienne, alto, elegante, dotato di tecnica sopraffina, colto, impegnato e con non troppa voglia di faticare. Insomma, che siate più affascinati dal Divin Codino o dal Tacco di Dio, sempre di trascendenza stiamo parlando. All’interno dell’ampia letteratura esistente, non c’è modo più delicato di raccontare la storia di Roberto da Caldogno, artista del pallone, della splendida graphic novel di Mattia Ferri e Nicolò Belandi, Roberto Baggio. Credere nell’impossibile (Becco Giallo, 2019). “La gioia più grande della mia carriera è stata arrivare a trentasette anni e mezzo sapendo di aver compiuto l’impossibile per vent’anni” è una specie di gigantesco incipit a una narrazione che non nasconde nulla della storia del campione: dal primo rigore calciato a 16 anni con la maglia biancorossa del Vicenza, a quello, famosissimo, fallito contro il Brasile nella finale del Mondiale Usa ‘94, fino agli ultimi romantici anni della sua carriera. Con delicati colori acquerello si racconta la vicenda sportiva, il complicato rapporto con alcuni tecnici, quello con il Buddismo e le tante escursioni extracalcistiche di un atleta che ha sempre combattuto prima di tutto contro se stesso e le sue fragilità fisiche, perché molto spesso i suoi avversari non erano forti abbastanza.

 

Per omaggiare il Dottor Sócrates, invece, scelgo invece il libro di Solange Cavalcante, Compagni di stadio (Fandango libri, 2014) la cui quarta di copertina è meravigliosamente didascalica: “Questa non è solo una storia di calcio. Questa è la storia di una rivoluzione”. Negli anni bui della dittatura militare brasiliana il Corinthias ispirò un’intera nazione e fu decisiva per favorire il ritorno alla democrazia. Una passeggiata in quell’utopia che portò la squadra di San Paolo a vincere il campionato con la scritta “democrazia” sulle spalle, trasformando una squadra di calcio da sistema fondamentalmente gerarchico a cellula socialista in cui le decisioni grandi e piccole venivano prese all’unanimità. L’ideologo? Il Dottor Sócrates, naturalmente. Orario dell’allenamento, giorno di riposo, undici titolare, tutto scelto dalla squadra, con la formula della democrazia diretta, quella corinthiana, appunta. Sócrates, per esempio, per definire il ritiro che considerava come l’estensione dell’autoritarismo della dittatura, diceva: “Il suo fine ultimo è di umiliare le persone. È come dire: “Tu non vali niente, sei un irresponsabile, devi essere tenuto sotto sorveglianza”. È una cosa stupida. Tanto più uno sta bene, tanto più uno gioca bene”.

 

Promise, davanti a un milione e mezzo di persone, che sarebbe rimasto in Brasile solo se fosse passato un emendamento costituzionale in grado di ristabilire libere elezioni. Non passò e Sócrates fece le valigie, destinazione Fiorentina. All’arrivo nel nostro campionato un incauto giornalista gli domandò: “Chi è l’italiano che stima di più, Mazzola o Rivera?” “Non li conosco. Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio”. Se ne andò troppo presto, vittima tanto del suo genio che della sua sregolatezza, dopo aver detto nel 1983: “Vorrei morire di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vince il titolo”.

 

Il destino, clamorosamente, lo accontentò.

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