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Il calcio ha più dimensioni

Da “La ragazza del bar Centrale” a “Il ferroviere e il golden gol” passando per “Garincia”, tre libri per tre modi diversi di intendere il mondo variopinto del pallone

24 Novembre 2019 alle 06:10

Il calcio ha più dimensioni

Foto di James Boyes via Flickr

Il primo si chiama Stefano Da Rin, ha 50 anni, pesa 15 chili di troppo e “con questa tuta addosso devo somigliare a un profugo più che a un allenatore di calcio”. Il Real Roggia è quello che è: scarso. Negli ultimi sei campionati ha collezionato tre ultimi, due penultimi e un terzultimo. Ex poliziotto, Da Rin torna a condurre indagini, stavolta private, per trovare chi ha rubato i soldi in casa della sua morosa, Silvia, lei, “La ragazza del bar Centrale” (di Alessandro Toso, Bottega Errante, 208 pagine, 15 euro). Fra dubbi e sospetti, incomprensioni e abbandoni, è una fortuna che esista una squadra, anche se formata da centrocampisti che corrono ”meno degli omini del calciobalilla” e da attaccanti “proprio i gemelli del gol. Morti durante il parto, però”, sarà per questo che “i risultati non ci danno ragione, però siamo un bel gruppo. Soprattutto con le gambe sotto la tavola”. I risultati dell’indagine sono miseri come quelli del Real Roggia. Ma prima arriva la sospirata e imprevista vittoria: “Roberto Cavasin, in arte Cava, disobbedendo alle mie istruzioni e lasciando incustodito il bomber Bonetti, si è sganciato dalla difesa proiettando il suo quintale scarso in attacco e, staccando da terra come Pelé nella finale del 1970, ha insaccato il pallone nell’angolino basso”. Poi si risolve anche il caso. E il finale è allietato addirittura dal riavvicinamento fra l’allenatore e la barista.

 

Il secondo è un ferroviere che si inventa osservatore, nel senso del talent scout, per la Juventus. Stravede, straparla, strapensa a base di calcio: “Un discorso che capirebbero soltanto Giancarlo Alessandrelli e Massimo Piloni, sempiterne riserve dell’immarcescibile Zoff”, “Percorrevo l’ultimo tratto del treno come Causio guizzava nell’ultimo metro di campo prima di effettuare il cross”, “Come sanno bene Cinesinho, Nicolè e tutti colore che si sono dannati l’anima sui campi di calcio per l’effimera gloria di un colpo di tacco”, “Nonostante le mie lusinghiere segnalazioni sul suo conto fossero cadute nel vuoto come la maggior parte dei lanci di Dino Panzanato”. Anche qui c’è un caso giudiziario: “Il povero Pallottino, l’avvocato scelto da Leone per difendermi, aspetta il nostro processo come le squadre di Zeman aspettano la partita della domenica: non vedono l’ora che arrivi per poter interrompere la preparazione”. E anche qui c’è un amore contrastato, quello fra il ferroviere e la donna di suo fratello (“Vedere i sogni svanire non è niente, in confronto alla vergogna di averne ancora alla mia età”). Il finale di “Il ferroviere e il golden gol” (di Carlo D’Amicis, 66thand2nd, 160 pagine, 15 euro) vive in una partita fra la squadretta dei talenti del ferroviere e la Juventus campione d’Europa, 0-0 fino all’ultimo minuto quando Alex Del Piero calcia un rigore e…

 

Il terzo si chiama Garrincha, si intitola “Garincia” (di Jvan Sica, Edizioni inContropiede, 164 pagine, 15,50 euro) ed è la storia italiana di Mané, l’ala destra del Botafogo e del Brasile, campione del mondo con Didì, Vavà e Pelé, e gli altrettanti mitici Gilmar, Djalma Santos e Nilton Santos, protagonista in tornei estivi a Sacrofano e in partitelle stradali a Campo de’ Fiori. Una storia vera, ma romanzata e scritta come la sceneggiatura di un film. Garrincha è diviso fra pallone e alcol, Elza (Soares, la moglie, cantante) e Dino (Da Costa, amico e allenatore del Sacrofano), la squadra dei macellai e quella dei meccanici, anche fra ricordi e incubi, finte di corpo e scatti di ira. Sica ricama: “L’arbitro fischia la fine della partita e tutti iniziano a piangere. Volevo andare da Gilmar e piangeva, Pelé piangeva, Vavà piangeva. Trovo Bellini a centrocampo e gli chiedo: Capitano, ma alla fine abbiamo vinto? Sì, Mané, perché me lo chiedi? Piangono tutti, pensavo che loro avessero fatto gol e non me n’ero accorto”. Fino a un’acrobazia d’altri tempi: “Mané sposta la palla di destro verso il centro del campo, finta di proseguire verso quella direzione, ma per una strana volontà e flessibilità della testa del femore cambia direzione all’improvviso, portandosi appresso con un leggero pallonetto la palla”. E a una doppia prodezza: “Questa volta l’angolo è alla sinistra del portiere. Mané va di nuovo a battere e colpisce la palla d’esterno, con traiettoria sempre a rientrare. Come un vero giocatore di biliardo la palla gira ed entra di nuovo in rete sul secondo palo”.

 

Il calcio di Toso è quello dopolavoristico, dove le partitelle decidono “chi prende il primo gol paga il primo giro”. Il calcio di D’Amicis è esistenziale: “Non è solamente una Bibbia da conoscere e ricordare; è una preghiera verso cui tendere, dalla quale sporgersi con tutte le proprie speranze e i propri rancori. Il calcio è molto più di una mitologia: è un destino”. Il calcio di Sica è illuminato: “Ogni centimetro che la palla fa nella sua direzione, sembra un attimo in più verso la scoperta di qualcosa ancora una volta nuovo. Come la prima volta, tra gli alberi della foresta e le pietre, anche questa volta la palla lo chiama con la voce di una madre”.

Marco Pastonesi

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