Quella lunga storia d'amore tra Cesare Albè e la Giana Erminio

Fulvio Paglialunga

Una squadra che è un cognome e un nome. Un tecnico che da 25 anni è lì ad allenare e a fare tutto per il club. Una missione: salvarsi e rimanere in Serie C

Quando gli dicono che è il Ferguson della Martesana, Cesare Albè si sente un po’ preso in giro. E appoggiato così, un soprannome roboante su un umile allenatore di provincia, in effetti lo sembra. Poi, la Martesana, una zona a nord est di Milano. Mica Manchester, grande città inglese e finestra sul mondo. A voler essere precisi Gorgonzola – la città che ha dato i natali a un formaggio famoso, poco più di ventimila abitanti nella Lombardia “che produce” – non proprio così nota nel mondo del calcio per poter ambire ad accostamenti tanto illustri senza che sembrino caricaturali. Eppure di cosa parliamo quando parliamo di Ferguson? Di sir Alex, quindi di una squadra sola per sempre. La sua, lo United, allenata per ventisette anni consecutivi, senza mai un ripensamento; con le competenze di un manager, come il calcio inglese vuole. Ecco, ora scendiamo qualche gradino nel calcio globale e parliamo di Cesare Albè, allenatore dalla carriera lunga e il cognome corto, e della Giana Erminio, una squadra che ha il cognome e il nome di Erminio Giana, alpino del Battaglione Aosta morto a diciannove anni durante la prima guerra mondiale, valoroso compaesano. Di Gorgonzola, appunto. Qui, nella provincia del pallone, da sei anni si gioca tra i professionisti ma nell’ultimo quarto di secolo sembra che nulla sia cambiato.

  

Da due domeniche, per capirci, in panchina c’è di nuovo Cesare Albè. Doveva essere una soluzione temporanea, perché l’esonero di Riccardo Maspero era stato deciso di venerdì. Invece, nonostante la sconfitta interna pure pesante (3-1) contro il Pontedera, alla fine la decisione è stata: Albè in panchina anche nella partita contro il Como (persa in rimonta) e fino alla fine del campionato e – attenzione – questa è la sua venticinquesima stagione alla guida della Giana. Ecco dove nasce il parallelo, ecco in quale terra germoglia un Ferguson meno famoso. Cesare Albè è la Giana, da venticinque anni: fa il mercato, sceglie i rinforzi, la allena, la tiene per mano. Le prime ventitré stagioni senza interruzioni, sempre seduto in panchina. Ha iniziato in Promozione; allenava facendo il pendolare da Cassano d’Adda, lavorava in un’azienda di telecomunicazioni e dava del lei al presidente. Ora continua a fare il pendolare, a dare del lei al presidente, ma nel frattempo è andato in pensione ed è riuscito ad arrivare fino alla Serie C. Al punto da trovarsi costretto a fare il corso a Coverciano per poter allenare con i professionisti, nonostante i 64 anni di allora. Nella casa del calcio azzurro ha raccontato di essersi sentito quasi spaesato tra tanti grandi del pallone, fino a quando Rino Gattuso, suo compagno di corso, l’ha preso in disparte per dirgli: “Non spaventarti, anche io quando sono arrivato al Milan mi chiedevo cosa ci facessi in mezzo a tanti campioni”. Da lì in poi è stata discesa.

  

Due anni fa aveva deciso che poteva bastare così, era il momento di riposarsi, salvarsi dallo stress della panchina prima che glielo imponesse l’età (oggi Albè ha sessantanove anni). Ma siccome – è stato già detto? – Cesare è la Giana, il presidente Oreste Bamonte, che a sua volta è in sella ininterrottamente dal 1985, gli aveva dato un posto da vicepresidente con delega all’area tecnica. Per tenerlo lì, a pochi passi dallo spogliatoio visto così tante volte. Albè doveva restare nei paraggi, anche se non più su quella panchina mai messa in discussione in quasi un quarto di secolo, nemmeno quando dall’Eccellenza alla Giana capitava di retrocedere (non una, ma più volte) in Promozione. C’era quel silenzioso contratto a vita firmato, che proprio come tutti i ruoli giunti quasi per incoronazione non poteva che prevedere la successione dinastica: un anno fa, infatti, a guidare la squadra era stato chiamato il vice di Albè, Raul Bertarelli. Che però a gennaio si è dimesso. E quindi? Di nuovo Cesare l’eterno, almeno per un po’, come traghettatore, prima di decidere di ingaggiare Riccardo Maspero, e ottenere la salvezza.

  

Maspero, che ora non scava più buche vicino al dischetto del rigore nei derby di Torino (lo fece a Salas, in un leggendario 3-3), sta provando la carriera di allenatore partendo dal basso. Avrebbe dovuto guidare la Giana anche in questa stagione, sempre alla ricerca della salvezza. Ma dopo sei giornate Gorgonzola non è più stato il posto per lui e quella parola che non si era mai sentita da quelle parti è arrivata: esonero. E quello in panchina era, è, e chissà ancora per quanto sarà, il posto di Cesare Albè, la via più rapida per mettersi in mani sicure. Quindi di nuovo lui alla guida, con il solito berretto con la visiera, la faccia buona e attenta di uno che sa sorridere ma anche folgorarti con lo sguardo. Racconta, raccontano, di liti tra lui e il presidente perché tutti questi anni non hanno cambiato il carattere di nessuno dei due e, soprattutto, ogni volta che Albé va in panchina non sta ricevendo alcun regalo. Il patron si fida, l’allenatore non sbaglia, raggiunge gli obiettivi. Magari anche quello di quest’anno, per quanto adesso sembri difficile guardare al futuro con ottimismo, dal basso dell’ultimo posto nel girone A.

  

Però eccoci di nuovo. Stesso allenatore, stessa speranza, una famiglia. Eppure è professionismo vero, ruspante come può esserlo in C e come può esserlo quando l’allenatore non ha filtri, è a casa sua, può concedersi qualunque cosa. Anche in conferenza stampa, se serve lasciarsi andare per scuotere il gruppo. C’è un video che rimbalza da anni in cui Albè ha qualcosa da dire e sceglie la linea dura: ne viene fuori un monologo a metà tra il Trapattoni di Strunz e il Malesani ai tempi del Panathinaikos, ma estremamente efficace perché è come se si stesse sfogando vostro padre e voi siate chiusi in camera ad ascoltarne i rimproveri. Sapete di averla combinata grossa e non avete niente da replicare.

  

 

Albè è una cosa del genere: da tempo non è più solo l’allenatore della Giana, ma è in una dimensione che nessun tesserino riconosce. Ci ha provato, a stare lontano. Ma poi alla fine è tornato sempre lì, a guidare un allenamento, cercare un rinforzo. A fare il manager della Giana, da venticinque anni. Come Ferguson, appunto. Però nella Martesana.

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