Foto tratta dalla pagina Facebook @Italbasket

Dove rimbalza la palla dell'Italia all'Europeo femminile di basket

Giorgio Burreddu

Quella “fiamma che scalda”, gli anni di Istanbul e la Nazionale di Marco Crespi. Il capitano delle Azzurre Giorgia Sottana si racconta: “Vogliamo osare”

Finì tra le urla, le lacrime e il dolore. Alcune di loro non riuscivano a smetterla di piangere, era tutto nero. Giorgia Sottana aspettò qualche ora, fece spazio al suo flusso di pensieri, poi prese lo smartphone e scrisse di getto: “Il dolore passa, a un certo punto. Ma la memoria rimane. Ci meritavamo di meglio”. Lo affidò alle navi in bottiglia dei social, e il messaggio fece il giro del mondo. Erano passate poche ore dalla sconfitta contro la Lettonia a Euro 2017, l’arbitro non aveva fischiato un fallo antisportivo a una manciata di secondi della fine: un’eternità, nella pallacanestro. Le ragazze dell’Italbasket finirono ko, e dunque addio pass mondiale. “C’è ancora l’amaro in bocca per la fine di quell’Europeo – racconta la Sottana al Foglio Sportivo –, e adesso abbiamo voglia di riscatto, è il pensiero che abbiamo tutte. Il gruppo è maturo, non siamo più ragazzine. Anche le più giovani hanno fatto esperienza. Siamo donne”.

 

Due anni, si sa, possono scivolare via in un lampo. E nel frattempo la Sottana ha girato il mondo, è stata promossa capitano delle Azzurre, la panchina della Nazionale è finita nelle mani di coach Marco Crespi, e il movimento della pallacanestro femminile è cresciuto al punto da sembrare un processo inarrestabile.

 

Proprio come queste giocatrici di ferro, che giovedì hanno dato il via al loro Europeo 2019 in Serbia e in Lettonia, l’europeo del riscatto, con un unico, grande obiettivo: sorprendere. “Vogliamo osare, e vogliamo arrivare tra le prime sei per guadagnarci la qualificazione al Preolimpico in vista di Tokyo 2020. Non sarà facile, ma è quello che vogliamo davvero, quello che ci meritiamo”. L’esordio contro la Turchia è andato alla grande, Giorgia ha trascinato le compagne al successo. “Le turche le conoscevo bene, sapevamo che questo è un girone molto tosto, equilibrato”. Dopo l’Ungheria, domenica 30 giugno (ore 18.30, Sky Sport) tocca alla Slovenia, terzo impegno per le azzurre. “Aspettavamo questo momento da due anni, ora c’è poco da parlare. Dobbiamo soltanto giocare”.

  

Per Giorgia è il quinto campionato continentale. Il primo lo giocò che aveva diciannove anni, portava i capelli un po’ più corti e lo sguardo era quello di una ragazzina che trascorre un’intera giornata al luna park. Adesso che ne ha 31 ha imparato che la vita è dura, ma ti sorprende sempre. “L’approccio a queste competizioni è sempre lo stesso. Per me come per le più giovani di questo bellissimo gruppo. Martedì scorso, dopo l’ultimo allenamento, ci siamo messe in cerchio, abbiamo fatto un urlo tutte insieme. Avevo i brividi”. Una volta la sua mamma la chiamò per cena, era freddo, c’era la neve, Giorgia e suo fratello stavano giocando a basket nel piccolo cortiletto dietro casa. “Mio fratello si girò e le disse: Mamma, noi abbiamo la fiamma che ci scalda. Beh, è ancora così”. Papà Maurizio le faceva da coach, le spiegava le regole e i tiri, le posizioni e i giochi. Qualche volta litigavano, dopo una finale regionale non si rivolsero la parola per tre o quattro giorni. Con gli anni Giorgia ha imparato a scindere le situazioni, a razionalizzare tutto e lasciar correre qualcosa. La vita ti sorprende sempre. “Adesso mamma e papà mi seguono, sono venuti anche qui. Ora fanno soltanto i genitori: il momento doveva arrivare prima o poi, no? La mamma mi ha portato un rosario tutto nuovo, il mio si è rotto. Mi stavo togliendo la felpa ed è andato in pezzi. L’avevo comprato cinque o sei anni fa, sul Lago di Garda. Passeggiavo, l’ho visto e ho pensato: “E’ lui. Dietro non ci sono scaramanzie, solo il mio credo”.

 

Ha giocato in Francia (a Montpellier) e nella bella Istanbul, ha sempre cercato di “assorbire il più possibile” dall’esistenza, dalle cose che la circondano. Senza mai dimenticare il ruolo della femminilità, di cui finalmente tutti si sono accorti nel mondo dello sport. “Dappertutto si sta pompando la figura femminile, e penso sia giusto. Se vogliamo arrivare a una parità è normale che entrambi i sessi debbano avere nello sport una risonanza mediatica forte. Finora la disparità è stata clamorosa. Leggo i commenti, gli insulti perché siamo donne, perché giochiamo a calcio o a basket. Lì esce tutta la nostra poca cultura sportiva. Negli Usa non è così. Nel basket, per esempio, non puoi vedere le donne schiacciare o fare i tiri da metà campo. Perché non siamo uomini. Abbiamo tante altre qualità che si vedono quando giochiamo. Però bisogna avere le aspettative giuste”.

 

Ha scritto un libro, composto canzoni, imparato altre culture, amato e vissuto intensamente. Continua a farlo Giorgia, anche per questo le hanno dato i gradi di capitano. “Mi sono detta: ‘Oh, cazzo’. So che non è da tutte diventare capitana di una Nazionale, per me è un grande onore. Però non è cambiato nulla, il mio amore per questa maglia è lo stesso di sempre. Soltanto che mi tocca fare pure da coordinatore, dare delle direttive, informare, comunicare. Insomma, un bell’impegno. Altroché”. Coach Crespi gliel’ha detto mentre stavano tutte in cerchio, lì, sul parquet, “ma non è stata un’investitura ufficiale, è stato tutto molto spontaneo e naturale, poi ho chiamato i miei genitori e li ho resi partecipi di questa cosa senza troppe menate”.

 

Ci voleva uno come Crespi per dare una dimensione nuova al basket italiano delle donne, lui uomo colto, che guarda il mondo da punti di vista diversi, con quella barba a metà tra l’hipster e l’illuminato. “Ci dà grande, grandissima energia – va avanti Giorgia –, è una persona molto stimolante. Anche se a tratti penso che non sia stato capito del tutto come figura, il coach è uno che di basket ne sa tanto e ha grande entusiasmo in quello che fa. Ovviamente ci ha contagiato, siamo sulla stessa lunghezza d’onda”. Crespi ha messo insieme un gruppo fatto di ragazze esperte, di campionesse. E di esordienti (cinque in tutto) con l’aria felice. Serviva una come Giorgia a tenere insieme tutto, una colla che unisce le storie e gli umori, i sentimenti, le aspettative. “Siamo molto unite dentro e fuori dal campo – aggiunge – ognuna di noi sa rispettare gli spazi dell’altra e, al contrario, farsi carico dei problemi. Non ci sono rotture, non c’è una che dice si fa così o colà, e questo si vede anche in campo. Non esisterebbe l’una senza l’altra. Tre aggettivi ci definiscono: unite, aggressive e solide. Quando abbiamo giocato come sappiamo fare è venuta fuori la nostra vera faccia, quella del cuore, della voglia, delle ginocchia sbucciate, dell’ardore”.

 

Dice Giorgia che nell’ultimo mese lo spazio per il resto non c’è mai stato. Si alzavano presto, andavano in palestra, facevano allenamento, qualche ora di svago, e la giornata tornava a piegarsi su se stessa. Un mese, prima di questo Europeo, servito a immaginare il viaggio verso l’impresa. E’ questione di dedizione e di pazienza. “In questo Europeo vogliamo portarci via quello che ci meritiamo, vogliamo andarcelo a prendere”. Ci crede al punto che se l’è fatto incidere sulla pelle: la pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce. Cit. by Rousseau. Su di lei e l’Italbasket funziona bene.

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